Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18530 del 10/08/2010

Cassazione civile sez. trib., 10/08/2010, (ud. 17/06/2010, dep. 10/08/2010), n.18530

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ADAMO Mario – Presidente –

Dott. BOGNANNI Salvatore – Consigliere –

Dott. BERNARDI Sergio – Consigliere –

Dott. DI IASI Camilla – Consigliere –

Dott. BERTUZZI Mario – rel. est. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

Sul ricorso proposto da:

Unicredit Clarima Banca s.p.a., con sede in (OMISSIS), in persona

del

procuratore speciale C.F., rappresentata e difesa per

procura speciale per atto notaio dott. Pietro Sormani del 7.6.2006,

rep. n. 336741, dagli Avvocati prof. Olivieri Gustavo e Trivoli

Alessandro, elettivamente domiciliata presso lo studio Trivoli e

Associati in Roma, via del Poggio Laurentino n. 66;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

cui domicilia in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 8/34/05 della Commissione tributaria regionale

del Piemonte, depositata il 10 maggio 2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 17

giugno 2010 dal consigliere relatore dott. Mario Bertuzzi;

Viste le conclusioni del P.M., in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. De Nunzio Vladimiro, che ha chiesto raccoglimento del

ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto notificato il 16.6.2006, la Unicredit Clarima Banca s.p.a., già COMEBA s.p.a., ricorre, sulla base di due motivi, illustrati anche con memoria, per la cassazione della sentenza n. 8/34/05 della Commissione tributaria regionale del Piemonte, depositata il 10 maggio 2005, che, in riforma della pronuncia di primo grado, aveva respinto il suo ricorso per l’annullamento dell’avviso di liquidazione dell’imposta di registro in relazione alla Delib. 25 agosto 1999 che aveva disposto la riduzione per esuberanza del capitale sociale. con conseguente restituzione dell’eccedenza all’unico azionista, ritenendo il giudice di secondo grado fondata la pretesa dell’Ufficio che aveva applicato l’imposta nella misura proporzionale dell’1% ai sensi dell’art. 4 della Tariffa.

Parte 1 allegata al D.P.R. n. 131 del 1986, in luogo di quella versata, determinata in misura fissa, avendo ritenuto il giudice di secondo grado che l’atto registrato aveva prodotto, mediante la restituzione del capitale esuberante al socio, un trasferimento di ricchezza, aggiungendo che, essendo stato l’atto deliberato nell’agosto de 1999, non poteva trovare nella specie applicazione la modifica della disposizione di legge citata introdotta dalla L. n. 488 del 1999, art. 10, nemmeno laddove essa estendeva la sua applicazione alle operazioni sul capitale sociale sottoscritte nel trimestre in corso al 31.12.1999.

L’Agenzia delle Entrale resiste con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

II primo motivo di ricorso denunzia violazione e falsa applicazione dell’art. 4 e punto 2 della lett. d) della Tariffa, Parte 1^, allegata al D.P.R. n. 131 del 1986, nella versione antecedente all’entrata in vigore della L. n. 488 del 1999, art. 10, censurando la sentenza impugnata per avere ritenuto che l’operazione di riduzione del capitale sociale per esuberanza, con conseguente restituzione del capitale in eccesso ai soci, ponga in essere un trasferimento di ricchezza.

Ad avviso della società ricorrente questa conclusione è errata in quanto la restituzione del capitale sociale non produce un tale effetto, ma si configura come adempimento di un debito della società nei confronti dei soci e perchè essa finisce per risolversi un un’inammissibile duplicazione d’imposta, dal momento che essa era già stata versata al momento della sottoscrizione del capitale.

Si aggiunge che la statuizione impugnata è in contrasto con l’orientamento della giurisprudenza di legittimità, la quale ha affermato che l’art. 4, punto 2 della lett. d) della tariffa, nella versione antecedente la riforma della L. n. 488 del 1999, non si applica alle operazioni di riduzione del capitale sociale per esuberanza attuate mediante rimborso al socio.

Il motivo è fondato.

Questa Corte ha invero già affermato il principio, adottando un orientamento che il Collegio pienamente condivide, che la delibera di riduzione del capitale sociale per esubero, con rimborso ai soci di somme di danaro proporzionali alle quote di ognuno, non costituisce assegnazione, non verificandosi in tal caso trasferimento di ricchezza, e, pertanto, non è assoggettabile all’imposta proporzionale di registro dell’1% di cui all’art. 4, lett. d), della parte 1 della tariffa allegata al D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131 (Cass. n. 25677 del 2006; Cass. n. 14676 del 2006. Cass. n. 12164 del 1999) In questo senso milita l’argomento letterale che la lett. d) dell’art. 4 della tariffa allegata al testo unico si riferisce alle “assegnazioni ai soci” e che tali vanno considerate soltanto quelle operazioni che determinano un’attribuzione di ricchezza al socio da parte della società, ipotesi che non si verifica nel caso di deliberata restituzione di capitale esuberante ossia in eccesso rispetto ai mezzi necessari per il conseguimento dello scopo sociale in quanto simile operazione si esaurisca in un mero rimborso di capitale, il cui conferimento sia già stato assoggettato ad imposta di registro. L’art. 2431 cod. civ., nel dettare le condizioni di eseguibilità di tale restituzione, non si esprime infatti in termini di assegnazione, bensì di distribuzione delle relative somme (“Le somme non possono essere distribuite…”).

Pertanto, anche sul piano dell’interpretazione meramente letterale, deve notarsi la sostanziale differenza lessicale esistente fra “assegnare”, che comporta sempre attribuzione di ricchezza, e “distribuire”, che, nei caso specifico, consiste nel restituire parte di quanto sborsato, in proporzione alle azioni possedute.

Sul piano dell’interpretazione logico-sistematica, è stato inoltre osservato che fa riduzione dei capitale sociale per esuberanza può realizzarsi, a mente della disposizione di cui all’art. 2445 cod. civ., anche mediante esonero dei soci dall’obbligo dei versamenti ancora dovuti, situazione che certo non produce alcun trasferimento di ricchezza, sicchè, ad accogliere la soluzione contraria, si perverrebbe ad applicare una differente imposizione ad un medesimo atto a seconda delle modalità con cui esso viene attuato.

Il secondo motivo, che denunzia violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 27 e della L. n. 488 del 1999, art. 10, si dichiara invece assorbito.

Il primo motivo di ricorso va pertanto accolto, con conseguente cassazione della sentenza impugnata; non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa deve essere decisa nel merito, mediante accoglimento del ricorso introduttivo della società contribuente.

Le spese di giudizio, liquidate in dispositivo, sono poste a carico dell’Agenzia delle Entrate per il principio di soccombenza.

P.Q.M.

Accoglie il primo motivo di ricorso e dichiara assorbito il secondo;

cassa, in relazione al motivo accolto, la sentenza impugnata e, decidendo nei merito, accoglie il ricorso introduttivo della società contribuente.

Condanna l’Agenzia delle Entrate al pagamento delle spese di giudizio, che liquida in Euro 5.200,00 di cui Euro 5.000,00 per onorari, per il giudizio di legittimità, ed in Euro 2.070,00 di cui Euro 1.200,00 per onorari ed Euro 70,00 per esborsi, per ciascun grado di merito, oltre spese generali e contributi di legge.

Così deciso in Roma, il 17 giugno 2010.

Depositato in Cancelleria il 10 agosto 2010

 

 

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