Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18488 del 21/09/2016


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Cassazione civile sez. trib., 21/09/2016, (ud. 14/07/2016, dep. 21/09/2016), n.18488

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHINDEMI Domenico – Presidente –

Dott. BOTTA Raffaele – Consigliere –

Dott. DE MASI Oronzo – Consigliere –

Dott. ZOSO Liana Maria Teresa – rel. Consigliere –

Dott. BRUSCHETTA Ernestino Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 6713/2010 proposto da:

COMUNE DI PORDENONE, in persona del Sindaco pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA FRANCESCO SIACCI 2-B, presso

lo studio dell’avvocato CORRADO DE MARTINI, rappresentato e difeso

dall’avvocato LEONARDO MANGIONE giusta delega in calce;

– ricorrente –

contro

BANCA MONTE DEI PASCHI DI SIENA SPA, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIALE

BRUNO BUOZZI 102, presso lo studio dell’avvocato GUGLIELMO FRANSONI,

che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato PASQUALE RUSSO

giusta delega in calce;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4/2009 della COMM. TRIB. REG. di TRIESTE,

depositata il 28/01/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

14/07/2016 dal Consigliere Dott. LIANA MARIA TERESA ZOSO;

udito per il ricorrente l’Avvocato DE MARTINI che ha chiesto

l’accoglimento;

udito per il controricorrente l’Avvocato FRANSONI che ha chiesto il

rigetto;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CUOMO Luigi, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

Fatto

ESPOSIZIONE DELLE RAGIONI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

1. Il Comune di Pordenone ricorre, svolgendo due motivi illustrati con memoria, avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale di Trieste con cui è stato rigettato l’appello proposto dal Comune stesso nei confronti della Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A. avverso la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Pordenone. I ricorsi originariamente proposti dalla Banca Monte dei Paschi di Siena, poi riuniti, avevano ad oggetto gli avvisi di accertamento relativi alla maggiore imposta Ici per gli anni 1998, 1999, 2000 e 2001 ed erano stati accolti sul rilievo che la notifica della rendita definitiva risaliva al 2003 e, pertanto, aveva efficacia solo per le annualità successive, giusta la norma di cui alla L. n. 342 del 2000, art. 74.

2. Con il primo motivo il ricorrente deduce violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione all’art. 345 c.p.c. ed al D.P.R. n. 546 del 1992, art. 59, nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

3. Con il secondo motivo deduce violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione alla L. n. 342 del 2000, art. 74, comma 1, D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 5, comma 2 ed alla L. n. 342 del 2000, art. 74, comma 3.

4. Osserva la Corte che il primo motivo di ricorso è inammissibile per due ordini di ragioni. In primo luogo è inammissibile in quanto risulta formulato con riferimento all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, laddove, nel ricorso per cassazione, non è ammessa la mescolanza e la sovrapposizione di mezzi d’impugnazione eterogenei, facenti riferimento alle diverse ipotesi contemplate dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, non essendo consentita la prospettazione di una medesima questione sotto profili incompatibili, quali quello della violazione di norme di diritto, che suppone accertati gli elementi del fatto in relazione al quale si deve decidere della violazione o falsa applicazione della norma, e del vizio di motivazione, che quegli elementi di fatto intende precisamente rimettere in discussione; o quale l’omessa motivazione, che richiede l’assenza di motivazione su un punto decisivo della causa rilevabile d’ufficio, e l’insufficienza della motivazione, che richiede la puntuale e analitica indicazione della sede processuale nella quale il giudice d’appello sarebbe stato sollecitato a pronunciarsi, e la contraddittorietà della motivazione, che richiede la precisa identificazione delle affermazioni, contenute nella sentenza impugnata, che si porrebbero in contraddizione tra loro. Infatti, l’esposizione diretta e cumulativa delle questioni concernenti l’apprezzamento delle risultanze acquisite al processo e il merito della causa mira a rimettere al giudice di legittimità il compito di isolare le singole censure teoricamente proponibili, onde ricondurle ad uno dei mezzi d’impugnazione enunciati dall’art. 360 c.p.c., per poi ricercare quale o quali disposizioni sarebbero utilizzabili allo scopo, così attribuendo, inammissibilmente, al giudice di legittimità il compito di dare forma e contenuto giuridici alle lagnanze del ricorrente, al fine di decidere successivamente su di esse (cfr. Cass. n. 21611 del 20/09/2013; Cass. n. 19443 del 23/09/2011).

In secondo luogo è inammissibile perchè il quesito di diritto è formulato in modo cumulativo con altro quesito in calce al ricorso, in violazione dell’art. 366 bis c.p.c., applicabile ratione temporis, per il che non è dato evincere a quale motivo si riferisca. Entrambi i motivi, peraltro, risultano formulati in modo generico e non consentono di formulare la regula iuris applicabile al caso concreto.

5. Il secondo motivo è parimenti inammissibile sia perchè il quesito è formulato in modo cumulativo con altro sia perchè privo di decisività, non consentendo di pervenire alla decisione della causa nel caso concreto.

6. Il ricorso va, dunque, dichiarato inammissibile e le spese processuali, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

PQM

La corte dichiara l’inammissibilità del ricorso e condanna il ricorrente a rifondere alla contribuente le spese processuali che liquida in Euro 5000, oltre agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 14 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 21 settembre 2016

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