Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18468 del 08/09/2011

Cassazione civile sez. I, 08/09/2011, (ud. 13/07/2011, dep. 08/09/2011), n.18468

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALME’ Giuseppe – Presidente –

Dott. DI PALMA Salvatore – rel. Consigliere –

Dott. ZANICHELLI Vittorio – Consigliere –

Dott. SCHIRO’ Stefano – Consigliere –

Dott. DIDONE Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 10585/2010 proposto da:

M.G. ((OMISSIS)) elettivamente domiciliato in

ROMA, VIALE SALARIA 227, presso lo studio dell’avvocato IASONNA

Stefania, che lo rappresenta e difende, giusta procura a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA ((OMISSIS)), in persona del Ministro

pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI

12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende, ope legis;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 171/2008 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA del

16.2.09, depositato il 17/03/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/07/2011 dal Consigliere Relatore Dott. SALVATORE DI PALMA;

udito per il ricorrente l’Avvocato Gianluca Fonsi (per delega avv.

Stefania Iasonna) che ha chiesto l’accoglimento del ricorso.

E’ presente il Procuratore Generale in persona del Dott. PIERFELICE

PRATIS che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

che M.G., con ricorso del 15 aprile 2010, ha impugnato per cassazione – deducendo un unico motivo di censura -, nei confronti del Ministro della giustizia, il decreto della Corte d’Appello di Perugia depositato in data 17 marzo 2009, con il quale la Corte d’appello, pronunciando sul ricorso del M. – volto ad ottenere l’equa riparazione dei danni non patrimoniali ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2, comma 1 – in contraddittorio con il Ministro della giustiziai, – il quale ha concluso per l’inammissibilità e per l’infondatezza del ricorso -, ha condannato il resistente a pagare al ricorrente la somma di Euro 2.500,00, oltre gli interessi dalla domanda, a titolo di equa riparazione;

che resiste, con controricorso, il Ministro della giustizia;

che, in particolare, la domanda di equa riparazione del danno non patrimoniale – richiesto nella misura di giustizia, per l’irragionevole durata del processo presupposto – proposta con ricorso del 29 febbraio 2008, era fondata sui seguenti fatti: a) il M., quale socio della s.n.c. Edil Ama di Magali Giancarlo ed A.G., era stato dichiarato fallito in proprio unitamente alla dichiarazione di fallimento della Società, pronunciata dal Tribunale di Latina con sentenza del 22 ottobre 1996;

b) la procedura fallimentare era ancora aperta alla data della proposizione del ricorso per equa riparazione;

che la Corte d’Appello di Perugia, con il suddetto decreto impugnato – dopo aver determinato in dieci anni la durata ragionevole della procedura fallimentare in questione, in ragione del fatto che, nel corso di tale procedura, sono stati promossi “ben cinque diversi giudizi in primo e in secondo grado, il cui stato ancora non consente la chiusura del fallimento” e che non “vi è la ragionevole possibilità di esaminare compiutamente gli atti di tutti tali giudizi, al fine di valutarne la reale complessità” – ha determinato il periodo di irragionevole durata del giudizio presupposto in un anno e tre mesi circa ed ha liquidato l’equo indennizzo nella misura di Euro 2.500,00, sulla base della somma annua di Euro 1.300,00, aumentati equitativamente ad Euro 2.000,00, in ragione degli effetti personali sul M. della dichiarazione di fallimento in proprio;

che il Collegio, all’esito della odierna Camera di consiglio, ha deliberato di adottare la motivazione semplificata.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che, con l’unico motivo di censura (con cui deduce: “Violazione e/o falsa applicazione della L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2, commi 1 e 2 e connessa e dipendente violazione dell’art. 6 1 della CEDU nonchè dei principi-parametri elaborati dalla giurisprudenza della Convenzione europea dei diritti dell’uomo in ordine alla determinazione del periodo di ragionevole durata del giudizio fallimentare presupposto, in assenza di difficoltà e complessità riguardanti lo stesso – art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”) vengono denunciati come illegittimi, anche sotto il profilo del vizio di motivazione: a) i criteri di determinazione della durata irragionevole della procedura fallimentare che, nella specie, secondo la giurisprudenza della Corte EDU, avrebbero dovuto condurre ad un periodo di irragionevole durata pari al massimo di cinque anni; b) i criteri di determinazione dell’equo indennizzo che, nella specie, avrebbero comportato un indennizzo annuo certamente superiore;

che le censure sub a) sono manifestamente fondate alla luce della più recente giurisprudenza di questa Corte in ordine alla durata delle procedure fallimentari che, secondo lo standard ricavabile dalle pronunce della Corte europea, non dovrebbe superare la durata complessiva di sette anni (cfr., ex plurimis, le sentenze nn. 22408 e 8047 del 2010), ciò in quanto, tenendo conto della peculiarità del procedimento fallimentare, il termine di tre anni, che può ritenersi normale in procedura di media complessità, è stato ritenuto elevabile fino a sette anni allorquando – come nella specie – il procedimento si presenti particolarmente complesso (cfr. la sentenza n. 20549 del 2009), ipotesi questa che è ravvisabile in presenza di un numero particolarmente elevato dei creditori, di una particolare natura o situazione giuridica dei beni da liquidare (partecipazioni societarie, beni indivisi, ecc.), della proliferazione di giudizi connessi alla procedura ma autonomi e quindi a loro volta di durata vincolata alla complessità del caso, della pluralità di procedure concorsuali interdipendenti;

che, pertanto, il decreto impugnato – che, in violazione di tali principi, ha determinato in dodici anni circa la durata ragionevole della procedura fallimentare in questione – deve essere annullato;

che la censura sub b) è consequenzialmente assorbita;

che, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ., comma 2;

che il processo fallimentare presupposto de quo è pacificamente durato circa dodici anni, sicchè, detratti sette anni di ragionevole durata, esso ha avuto la durata irragionevole di circa cinque anni;

che, nella specie, sulla base dei criteri adottati da questa Corte il diritto all’equa riparazione per il danno non patrimoniale di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 2, va equitativamente determinato, per la ricorrente, in Euro 4.250,00 per i cinque anni circa di irragionevole ritardo (Euro 750,00 annui, per i primi tre anni di irragionevole durata, ed Euro 1.000,00 per ciascuno degli anni successivi), oltre gli interessi a decorrere dalla proposizione della domanda di equa riparazione e fino al saldo;

che, conseguentemente, le spese processuali del giudizio a quo debbono essere nuovamente liquidate – sulla base delle tabelle A, paragrafo 4, e B, paragrafo 1, allegate al D.M. Giustizia 8 aprile 2004, n. 127, relative ai procedimenti contenziosi, in complessivi Euro 1.150,00, di cui Euro 50,00 per esborsi, Euro 380,00 per diritti ed Euro 720,00 per onorari, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge;

che le spese del presente grado di giudizio seguono la residua soccombenza e vengono liquidate nel dispositivo.

PQM

Accoglie il ricorso nei limiti di cui in motivazione, cassa il decreto impugnato e, decidendo la causa nel merito, condanna il Ministro della giustizia al pagamento al ricorrente della somma di Euro 4.250,00, oltre gli interessi dalla domanda, condannandolo altresì al rimborso, in favore della parte ricorrenti, delle spese del giudizio, che determina, per il giudizio di merito, in complessivi Euro 1.150,00, di cui Euro 50,00 per esborsi, Euro 380,00 per diritti ed Euro 720,00 per onorari, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge, da distrarsi in favore dell’avv. Stefania Iasonna, dichiaratasene antistataria, e, per il giudizio di legittimità, in complessivi Euro 800,00, di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge, da distrarsi in favore dello stesso avv. Iasonna, dichiaratasene antistataria.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Struttura centralizzata per l’esame preliminare dei ricorsi civili, il 13 luglio 2011.

Depositato in Cancelleria il 8 settembre 2011

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