Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18448 del 30/06/2021

Cassazione civile sez. trib., 30/06/2021, (ud. 27/04/2021, dep. 30/06/2021), n.18448

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. CRUCITTI Roberta – Consigliere –

Dott. GIUDICEPIETRO Andreina – rel. Consigliere –

Dott. GUIDA Riccardo – Consigliere –

Dott. D’ORAZIO Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 3945/2013, proposto da:

C.A. S.n.c. di C.P. & C., in persona del

legale rappresentante pro tempore, C.L., C.P. e

Co.Lu., rappresentati e difesi dal Prof. Avv. Antonio Lovisolo

e dal Prof. Avv. Francesco D’Ayala Valva ed elettivamente

domiciliati presso lo studio del Prof. Avv. Francesco D’Ayala Valva,

in Roma, in Viale Parioli, n. 43;

-ricorrenti – controricorrenti incidentali –

contro

Agenzia delle Entrate, in persona del direttore pro tempore,

rappresentata dall’Avvocatura Generale dello Stato, con domicilio

legale in Roma, via dei Portoghesi, n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato;

– controricorrente – ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 70/38/12, della Commissione Tributaria

Regionale del Piemonte, pronunciata il 21 maggio 2012, depositata il

4 settembre 2012 e non notificata.

Udita la relazione svolta, nella camera di consiglio del 27 aprile

2021, dal consigliere Andreina Giudicepietro.

 

Fatto

RILEVATO

che:

La S.n.c. C.A. di C.P., i Sig.ri C.L., C.P. e la Sig.ra Co.Lu. ricorrono con quattro motivi di ricorso avverso l’Agenzia delle entrate per la cassazione della sentenza n. 70/38/12 della Commissione Tributaria Regionale del Piemonte, pronunciata il 21 maggio 2012, depositata il 4 settembre 2012 e non notificata, che accoglieva in parte l’appello dell’Ufficio, riformando la sentenza di primo grado, n. 18/5/011, della Commissione Tributaria Provinciale di Alessandria, in controversia relativa all’annullamento degli avvisi di accertamento, con i quali si contestava che le dichiarazioni dei contribuenti si fondavano su fatture ideologicamente false, emesse dalla Società FER.EDI. s.r.l. e GIERRE Valscrivia, con riguardo ad Irpef (da imputare ai soci), Irap e Iva per gli anni 2003 e 2004.

La C.T.R., nella sentenza impugnata, dopo aver confermato la necessità del litisconsorzio fra la società e tutti i soci, riteneva, innanzitutto, tardivo l’accertamento relativo al 2003, affermando che esso “doveva notificarsi entro il 31/12/2008”, mentre era stato notificato il 5/12/2009; invece, in relazione all’anno 2004, i Giudici di secondo grado ritenevano conforme a legge l’operato dell’Ufficio, e, nel rispetto del principio di separazione fra il processo penale e quello tributario, affermavano nel merito la fondatezza dell’accertamento e della pretesa tributaria.

A seguito del ricorso, l’Agenzia delle Entrare resiste con controricorso e spiega ricorso incidentale, affidato a tre motivi, a cui i contribuenti replicano con controricorso incidentale.

Il ricorso è stato fissato per la camera di consiglio del 5 novembre 2019, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., u.c., e dell’art. 380 bis1 c.p.c., il primo come modificato ed il secondo introdotto dal D.L. 31 agosto 2016, n. 168, conv. in L. 25 ottobre 2016, n. 197.

Con nota del 12 maggio 2019, i ricorrenti principali hanno depositato documentazione attestante, per gli accertamenti relativi all’anno di imposta 2003, la presentazione della domanda di definizione della lite ai sensi del D.L. n. 119 del 2018, art. 6, comma 10, secondo periodo, conv. dalla L. n. 136 del 2018; hanno chiesto, quindi, la sospensione del processo fino al 31 dicembre 2020, avendo provveduto al pagamento dell’intero importo dovuto, come comprovato dalle quietanze prodotte in copia, nonchè, ai sensi del D.L. citato, art. 13, istanza di fissazione della trattazione del merito, onde addivenire alla dichiarazione di cessazione della materia del contenere per l’anno di imposta 2003 ed all’accoglimento del ricorso per l’anno 2004.

Con ordinanza del 5 novembre 2019 la Corte ha sospeso il processo fino al 31/12/2020, ai sensi del D.L. n. 119 del 2018, art. 6, comma 10, conv. dalla L. n. 136 del 2018, rinviando la causa a nuovo ruolo.

A seguito di istanza di trattazione avanzata dai contribuenti, che hanno chiesto dichiararsi estinto il processo limitatamente all’anno 2003 ed accogliersi il ricorso per l’anno 2004, il ricorso è stato fissato per la camera di consiglio del 27 aprile 2021.

I ricorrenti hanno depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1.1. Preliminarmente deve dichiararsi l’estinzione del giudizio in relazione all’annualità 2003, per la quale i contribuenti hanno definito la lite pendente, provvedendo al versamento di quanto dovuto, come risulta dalla documentazione allegata all’istanza ai sensi del D.L. 23 ottobre 2018, n. 119, art. 6, commi 8, 9 e 10, convertito, con modificazioni, dalla L. 17 dicembre 2018, n. 136.

Invero, entro il 31 dicembre 2020 nessuna delle parti ha presentato l’istanza di trattazione di cui al citato D.L. n. 119 del 2018, art. 6, comma 13 (tale non potendosi ritenere l’eventuale istanza di trattazione finalizzata unicamente alla declaratoria di estinzione), nè risulta intervenuto diniego della definizione, poi impugnato.

1.2. Tale estinzione travolge anche il ricorso incidentale.

In particolare, con il primo motivo di ricorso incidentale, l’Ufficio denunzia la violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, comma 3, e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 57, comma 3, siccome modificati dal D.L. n. 223 del 2006, art. 37, comma 26 (sul raddoppio del termine di accertamento per gli illeciti tributari che comportavano l’obbligo della denuncia penale), in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, con evidente riferimento all’accertamento per l’annualità 2003.

Con il secondo motivo, l’Ufficio denunzia la violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21, del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 14 e 29, e dell’art. 102 c.p.c. (erronea applicazione dei principi sul contraddittorio), nonchè dell’art. 153 c.p.c. (erronea rimessione in termini), ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, mentre con il terzo motivo, l’Ufficio denuncia l’omessa motivazione circa un fatto decisivo e controverso, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, circa la sussistenza dei presupposti di fatto della remissione in termini, prevista dall’art. 153 c.p.c., cioè della sussistenza di una causa non imputabile ai contribuenti tardivamente impugnanti.

L’estinzione della lite si estende, dunque, ai suddetti motivi di ricorso incidentale, in quanto gli stessi si riferiscono tutti alla sola annualità 2003, per la quale i contribuenti hanno provveduto alla definizione della lite fiscale pendente.

1.3. Pertanto, ai sensi del D.L. n. 119 del 2018, art. 6, comma 13, il processo si è estinto, limitatamente all’annualità 2003, con il decorso del termine del 31 dicembre 2020 ed, ai sensi dell’ultimo periodo del D.L. n. 119 del 2018, art. 6, comma 13, le spese del processo estinto restano a carico delle parti che la hanno anticipate.

2.1. Con il secondo motivo, l’Ufficio denunzia la violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21, del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 14 e 29, e dell’art. 102 c.p.c. (erronea applicazione dei principi sul contraddittorio), nonchè dell’art. 153 c.p.c. (erronea rimessione in termini), ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, mentre con il terzo motivo, l’Ufficio denuncia l’omessa motivazione circa un fatto decisivo e controverso, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, circa la sussistenza dei presupposti di fatto della remissione in termini, prevista dall’art. 153 c.p.c., cioè della sussistenza di una causa non imputabile ai contribuenti tardivamente impugnanti.

I suddetti motivi di ricorso incidentale sono inammissibili, in quanto si riferiscono tutti alla sola annualità 2003, per la quale i contribuenti hanno provveduto alla definizione della lite fiscale pendente.

2.1. Con riferimento alla sola annualità del 2004, con il primo motivo del ricorso principale, i ricorrenti censurano l’omesso esame, nonchè il fraintendimento, di tutta la copiosa documentazione che i contribuenti avevano prodotto per dimostrare la piena esistenza (anche soggettiva) delle operazioni di che trattasi e che aveva portato all’archiviazione penale, per riscontrato “mancato coinvolgimento” della s.n.c. C. nell’emissione di fatture false.

I ricorrenti denunciano, quindi, l’insufficiente motivazione, da parte del Giudice di appello, sui plurimi elementi istruttori indicati dai contribuenti a comprova dell’effettività e della regolarità dei contestati “lavori elettrici”, posti in essere dalla FER.EDI S.r.l., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5)

Secondo i ricorrenti, la C.T.R. non poteva trarre, come ha fatto, la conferma dell’inesistenza delle prestazioni de quibus dalla circostanza che il G. (titolare della ditta FER.EDI S.r.l.) avesse dichiarato che circa il 70% di dette fatture erano “fasulle”, poichè, di contro, doveva ritenersi che almeno il 30% di tali fatture fossero vere, sia oggettivamente, che soggettivamente, ed in queste ben potevano rientrare quelle poste in essere a favore della S.n.c. C.A..

Il Giudice di secondo grado non aveva considerato il fatto che il Sig. G., imputato nel processo penale n. 800/2007/21 R.G.N., nel corso di tale processo aveva consegnato al G.I.P. un prospetto nell’ambito del quale, attraverso uno spunto delle fatture emesse da FER.EDI. S.r.l., aveva indicato tutte le fatture emesse dalla ditta di cui sopra in favore della Società C.A. S.n.c. come vere.

I ricorrenti, inoltre, evidenziano come la C.T.R. non avesse tenuto conto del fatto che le fatture in questione si riferivano, tutte, a lavori eseguiti da FER.EDI S.r.l. nell’ambito di contratti di subappalto intercorsi con la C. S.n.c., che aveva comunicato alle proprie appaltanti che parte delle prestazioni sarebbero state eseguite dalla FER.EDI S.r.l., sotto la sua vigilanza.

Tali lavori non consistevano in opere edili, ma, come risultava dalla documentazione prodotta, in lavori elettrici, quali spostamento bobina, tiraggio cavi M.T., oppure opere di carpenteria, spostamento delle passerelle, per i quali non erano necessari macchinari particolari.

I ricorrenti, infine, sostengono che i Giudici di seconde cure, nonostante l’autonomia del giudizio tributario rispetto a quello penale, avrebbero quantomeno dovuto tenere presente (e se del caso confutare) l’archiviazione intervenuta in sede penale, che aveva espressamente escluso il coinvolgimento della ricorrente nell’attività relativa all’emissione delle fatture false, sottolineando come l’operato del Giudice a quo risultasse del tutto difforme, in proposito, dal consolidato orientamento della Corte di Cassazione, secondo cui “il Giudice Tributario nell’esercizio dei propri autonomi poteri di valutazione della condotta delle parti e del materiale probatorio acquisito agli atti, deve, in ogni caso, verificarne la rilevanza nell’ambito specifico in cui esso è destinato ad operare” (Cass. sentenza nn. 10945/2005, 3724/2010, 11785/2010, 6624/2011).

I ricorrenti, quindi, concludono nel senso che la suddetta omessa considerazione delle prove decisive per il giudizio, oltre a violare il principio secondo cui il giudice deve porre a fondamento della decisione prove portate dalle parti, ex art. 115 c.p.c., viola anche il principio del “giusto processo” e conduce addirittura ad un’indebita negazione della giurisdizione che, attraverso esso, si attua, in relazione soprattutto all’art. 360-bis c.p.c., n. 2).

2.2. Il motivo è infondato e va rigettato.

Invero, il giudice di appello, per le fatture emesse relativamente all’anno 2004, ha ritenuto che l’accertamento dell’amministrazione finanziaria fosse fondato, riportando gli elementi di fatto che, ad avviso del collegio giudicante, giustificavano la pretesa tributaria.

La C.t.r., con riferimento all’intero quadro indiziario posto a fondamento dell’accertamento, ha evidenziato che le operazioni fatturate dalla FER.EDI. S.r.l. per il 2004 si riferivano, come riportato nella comunicazione della società odierna ricorrente alla Cementir S.p.A., alle opere di spostamento bobina, tiraggio cavi, ma anche ad opere di carpenteria ed edili in generale; che la soc. FER.EDI. s.r.l. era priva di beni strumentali e che non vi era traccia dei materiali forniti e dei macchinari utilizzati, neanche a titolo di comunicazione informativa alla società contribuente, che manteneva la direzione dei lavori e la responsabilità degli stessi nei confronti della committente.

Il giudice di appello, inoltre, quale elemento a supporto della tesi dell’inesistenza soggettiva delle operazioni fatturate dalla FER.EDI s.r.l., ha riportato anche le dichiarazioni dei dipendenti, di alcune società clienti e del sig. G., amministratore della FER. EDI. s.r.l., dalle quali emergeva complessivamente come la società non fosse operativa.

Tale conclusione, secondo il giudice di appello, era ulteriormente corroborata dalle circostanze dell’avvenuta distruzione della contabilità della Fer. EDi s.r.l. e dell’inesistenza della sede operativa.

Pertanto, non si ravvisa la carenza motivazionale denunziata, in quanto il vizio di mancanza, insufficienza o contraddittorietà della motivazione può considerarsi sussistente soltanto quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia riscontrabile, in maniera evidente, il mancato esame di punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti, ovvero quando sussista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione del processo logico – giuridico, sulla base del quale si fondi la decisione.

Piuttosto il motivo presenterebbe profili d’inammissibilità, ove fosse inteso a sollecitare una rivalutazione del merito, preclusa in sede di legittimità.

Infine, deve ribadirsi l’autonomia del processo penale e di quello tributario.

Secondo un orientamento ormai consolidato di questa Corte ” nel processo tributario, l’efficacia vincolante del giudicato penale di assoluzione del legale rappresentante della società contribuente per insussistenza del reato di esposizione di elementi passivi fittizi mediante utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti, non opera automaticamente per i fatti relativi alla correlata azione di accertamento fiscale nei confronti della società, poichè in questo, da un lato, vigono limitazioni della prova (come il divieto di quella testimoniale D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 7) e, dall’altro, possono valere anche presunzioni inidonee a fondare una pronuncia penale di condanna. Pertanto, stante l’evidenziata autonomia del giudizio tributario rispetto a quello penale, il giudice tributario non può limitarsi a rilevare l’esistenza di una sentenza penale definitiva in materia di reati fiscali, recependone acriticamente le conclusioni assolutorie ma, nell’esercizio dei propri poteri di valutazione della condotta delle parti e del materiale probatorio acquisito agli atti (art. 116 c.p.c.), deve procedere ad un suo apprezzamento del contenuto della decisione, ponendolo a confronto con gli altri elementi di prova acquisiti nel giudizio” (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 19786 del 27/09/2011; Sez. 5, Sentenza n. 10578 del 22/05/2015; Sez. 5 -, Ordinanza n. 17258 del 27/06/2019).

Si è anche ulteriormente specificato che “in tema di processo tributario, il provvedimento di archiviazione pronunciato in sede penale ex art. 408 c.p.p. non impedisce che lo stesso fatto venga diversamente definito, valutato e qualificato dal giudice tributario, poichè, a differenza della sentenza pronunciata all’esito del dibattimento, detto decreto ha per presupposto la mancanza di un processo e non dà luogo ad alcuna preclusione, non rientrando nemmeno tra i provvedimenti dotati di autorità di cosa giudicata giusta il disposto dell’art. 654 c.p.p.” (Cass. Sez. 5, Ordinanza n. 16649 del 04/08/2020).

Nel caso di specie, il giudice di appello ha proceduto autonomamente ad un esame analitico delle circostanze di fatto, ritenendo evidentemente che le stesse fossero idonee a legittimare l’accertamento tributario, senza che tale conclusione potesse essere esclusa dalla sussistenza del provvedimento di archiviazione in sede penale.

Nè i ricorrenti hanno evidenziato specifici elementi di fatto, emersi in sede penale, che deporrebbero per l’infondatezza dell’accertamento, invocando esclusivamente il provvedimento di archiviazione, in contrasto con il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità.

3.1. Con il secondo motivo di ricorso, i ricorrenti censurano la violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 19, comma 1, anche in combinato con l’art. 2697 c.c. e con l’art. 17 Dir. 17 maggio 1977 n. 77/388/Cee (oggi artt. 167 e 173 Dir. 2006/112/Ce), ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3).

Invero, i ricorrenti ritengono che, ai sensi della giurisprudenza della Corte di Giustizia e della Corte di Cassazione, il diritto alla detrazione non può essere negato dall’Ufficio, se questi non provi la “compartecipazione” alla frode o quanto meno la mala fede del contribuente, entrambe del tutto indimostrate nella specie (ed anzi, del tutto escluse dal giudice penale).

Secondo i ricorrenti, la motivazione della sentenza impugnata non contiene alcun elemento idoneo a provare l’inesistenza (soggettiva) delle fatture emesse specificatamente nei confronti della s.n.c. C., nè, tanto meno, che la società suddetta conoscesse tale circostanza, per cui, senza la specifica prova della mala fede, il Giudice non avrebbe potuto certamente negare il diritto alla detrazione Iva che, sulla base di una giurisprudenza di legittimità consolidata, “in linea di principio non può essere soggetto a limitazioni” e che “va esercitato per tutte le imposte che hanno gravato le operazioni effettuate”.

L’Amministrazione finanziaria, infatti, avrebbe dovuto dare la prova, affinchè il diritto alla detrazione in questione fosse considerato come “abusivo”, che le operazioni de quibus fossero il frutto di un accordo illecito, secondo quanto sostenuto anche dalla giurisprudenza comunitaria.

3.2. Il motivo è infondato e va rigettato.

Questa Corte ha avuto modo di precisare che “in tema di IVA, l’Amministrazione finanziaria, se contesta che la fatturazione attenga ad operazioni soggettivamente inesistenti, inserite o meno nell’ambito di una frode carosello, ha l’onere di provare, non solo l’oggettiva fittizietà del fornitore, ma anche la consapevolezza del destinatario che l’operazione si inseriva in una evasione dell’imposta, dimostrando, anche in via presuntiva, in base ad elementi oggettivi e specifici, che il contribuente era a conoscenza, o avrebbe dovuto esserlo, usando l’ordinaria diligenza in ragione della qualità professionale ricoperta, della sostanziale inesistenza del contraente; ove l’Amministrazione assolva a detto onere istruttorio, grava sul contribuente la prova contraria di avere adoperato, per non essere coinvolto in un’operazione volta ad evadere l’imposta, la diligenza massima esigibile da un operatore accorto, secondo criteri di ragionevolezza e di proporzionalità in rapporto alle circostanze del caso concreto, non assumendo rilievo, a tal fine, nè la regolarità della contabilità e dei pagamenti, nè la mancanza di benefici dalla rivendita delle merci o dei servizi” (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 27566 del 30/10/2018).

Dunque, “in tema di IVA, il principio di neutralità dell’imposizione comporta che l’Amministrazione finanziaria, ove contesti che siano state poste a fondamento della detrazione della relativa imposta operazioni soggettivamente inesistenti, ha l’onere di provare, anche in via presuntiva, la ricorrenza di elementi oggettivi dai quali emerga che il contribuente, nel momento in cui acquistò il bene o il servizio, sapeva o avrebbe dovuto sapere, con l’uso dell’ordinaria diligenza, che il soggetto formalmente cedente aveva evaso l’imposta o partecipato ad una frode” (Cass. Sez. 5, Ordinanza n. 9721 del 19/04/2018).

La dimostrazione può essere data anche attraverso presunzioni semplici, valutati tutti gli elementi indiziari agli atti, attraverso la prova che, al momento in cui il contribuente ha effettuato le operazioni imponibili era nella disponibilità di elementi sufficienti, per un imprenditore onesto che opera sul mercato e mediamente diligente, a comprendere che il soggetto formalmente cedente il bene (o la prestazione) al concedente aveva, con l’emissione della relativa fattura, evaso l’imposta o compiuto una frode (cfr. Cass. n. 23560 del 20/12/2012; Cass. n. 25775 del 05/12/2014; Cass. n. 5873 del 28/02/2019).

Secondo la giurisprudenza comunitaria, richiamata nei precedenti di legittimità, l’amministrazione tributaria non può esigere in maniera generale che il soggetto passivo, che intende esercitare il diritto alla detrazione dell’IVA, da un lato – al fine di assicurarsi che non sussistano irregolarità o evasioni a livello degli operatori a monte verifichi che l’emittente della fattura correlata ai beni e ai servizi, a titolo dei quali viene richiesto l’esercizio di tale diritto, abbia la qualità di soggetto passivo, che disponga dei beni di cui trattasi, sia in grado di fornirli ed abbia soddisfatto i propri obblighi di dichiarazione e di pagamento dell’IVA, e, dall’altro lato, che il suddetto soggetto passivo disponga di documenti a tale riguardo.

Ciò in quanto il diniego del diritto a detrazione è un’eccezione all’applicazione del principio fondamentale che tale diritto costituisce; dunque, spetta all’amministrazione tributaria dimostrare adeguatamente gli elementi oggettivi che consentono di concludere che il soggetto passivo sapeva o avrebbe dovuto sapere che l’operazione invocata a fondamento del diritto a detrazione si iscriveva in un’evasione commessa dal fornitore o da un altro operatore intervenuto a monte o a valle nella catena di cessioni (cfr. CGUE 6 luglio 2006, Kittel e Reco/ta Recycling, C-439/04 e C440/04; CGUE 21 giugno 2012, Mahagèben C-80/11 e C-142/11; CGUE 6 settembre 2012, Tóth, C- 324/11 e Bonik C-285/11; CGUE 31 gennaio 2013, Stroy Trans, C 642/11).

Circa il contenuto di tale onere, deve darsi conto che recentemente CGUE 22 ottobre 2015, PPUH Stehcemp, C-277/14 è nuovamente intervenuta in materia, precisando che “le disposizioni della sesta Dir. 77/388/CEE del Consiglio, del 17 maggio 1977, in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative al Sistema comune di imposta sul valore aggiunto e base imponibile uniforme, come modificata dalla Dir. 2002/38/CE del Consiglio, del 7 maggio 2002, devono essere interpretate nel senso che esse ostano a una normativa nazionale, quale quella di cui al procedimento principale, che neghi a un soggetto passivo il diritto di detrarre l’imposta del valore aggiunto dovuta o assolta per beni che gli sono stati ceduti sulla base dei rilievi che la fattura è stata emessa da un soggetto che deve essere considerato, con riferimento ai criteri previsti da tale normativa, un soggetto inesistente e che è impossibile identificare il vero fornitore dei beni, tranne nel caso in cui si dimostri, alla luce di elementi oggettivi e senza esigere dal soggetto passivo verifiche che non gli incombono, che tale soggetto passivo sapeva o avrebbe dovuto sapere che detta cessione si iscriveva in un’evasione dell’imposta sul valore aggiunto, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare”.

L’onere probatorio che si richiede all’Amministrazione finanziaria è, quindi, quello di provare, sia pure anche solo in base a presunzioni, gli elementi oggettivi dai quali emerga che il contribuente, al momento in cui acquistò il bene od il servizio, sapeva o avrebbe dovuto sapere, con l’uso dell’ordinaria diligenza che gli richiedeva la fattispecie in concreto, che il soggetto formalmente cedente aveva, con l’emissione della relativa fattura, evaso l’imposta o partecipato a una frode, e cioè che il contribuente disponeva (o avrebbe potuto disporre, usando la dovuta diligenza) di indizi idonei ad avvalorare un tale sospetto ed a porre sull’avviso qualunque imprenditore onesto e mediamente esperto sulla sostanziale “inesistenza” del contraente.

Nel caso di specie, la C.T.R. ha rilevato che la società ricorrente aveva la direzione dei lavori appaltati dalla società Cementir S.p.A. e, pertanto, aveva assunto nei confronti della committente specifici obblighi di vigilanza sull’esecuzione degli stessi, anche per la parte che la ricorrente aveva affidato alla FER.EDI. s.r.l., previa comunicazione alla Cementir S.p.A.

I giudici di appello hanno evidenziato che non risultava che la società ricorrente avesse avuto alcuna notizia dei lavori svolti dalla FER.EDI, nè dei mezzi utilizzati, mentre l’avanzamento dei lavori, dai relativi SAL, risultava “singolarmente costantemente dello stesso identico importo”.

Pertanto la C.t.r. ha fondatamente escluso la buon fede della società, che, in qualità di direttore responsabile dell’esecuzione dei lavori, conosceva, o avrebbe dovuto conoscere, in adempimento degli specifici obblighi di vigilanza su di lei incombenti, la sostanziale inesistenza della società FER.EDI. s.r.l., alla quale aveva affidato l’esecuzione di parte delle opere.

4.1. Con il terzo motivo di ricorso, i ricorrenti censurano la violazione della L. n. 537 del 1993, art. 14, comma 4-bis, così come modificato dal D.L. n. 16 del 2012, convertito in L. n. 44 del 2012, applicabile anche agli atti ed attività posti in essere prima della sua entrata in vigore.

Nella specie, ai fini Irpef ed Irap, secondo i ricorrenti, il Giudice di secondo grado avrebbe dovuto applicare lo ius superveniens, con dirimenti conseguenze nel caso di specie, trattandosi di operazioni solo “soggettivamente inesistenti”, cui si ricollegano costi pacificamente deducibili, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3).

Tale configurazione finirebbe col rafforzare la già eccepita illegittimità della pretesa impositiva, diretta al recupero dei costi rappresentati dalle fatture indicate.

Ciò premesso, i ricorrenti sostengono che, a seguito della modifica della L. n. 537 del 1993, art. 14, comma 4-bis, apportata dal D.L. n. 16 del 2012, art. 8, sia evidente che l’indeducibilità dei costi è ormai limitata alle sole operazioni oggettivamente inesistenti e che, nella specie, i costi sostenuti andrebbero considerati deducibili in quanto non finalizzati al compimento di delitti non colposi, come risulterebbe anche dall’intervenuta archiviazione penale.

Con il quarto motivo di ricorso, i ricorrenti censurano l’omessa pronuncia sullo ius superveniens (L. n. 537 del 1993, art. 14, comma 4-bis, così come modificato dal D.L. n. 16 del 2012, convertito in L. n. 44 del 2012) e sulla conseguente deducibilità dei costi afferenti le fatture di che trattasi, sebbene esso fosse già rilevato dal contribuente in sede di udienza di discussione, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4)

I ricorrenti affermano che di aver rilevato, già in sede di udienza di discussione, l’intervenuto ius superveniens, con la conseguente necessità di annullare la pretesa impositiva almeno ai fini delle imposte dirette, mentre il Giudice di seconde cure non ha prestato attenzione a quanto esposto dai contribuenti in quella sede, emettendo una pronuncia del tutto omissiva sul punto.

4.2. I motivi, da esaminare congiuntamente perchè connessi, sono fondati e vanno accolti.

“In tema di imposte sui redditi, ai sensi della L. n. 537 del 1993, art. 14, comma 4 bis (nella formulazione introdotta dal D.L. n. 16 del 2012, art. 8, comma 1, conv. in L. n. 44 del 2012), che opera, in ragione della stessa disposizione, comma 3, quale “jus superveniens” con efficacia retroattiva “in bonam partem”, sono deducibili i costi delle operazioni soggettivamente inesistenti (inserite, o meno, in una “frode carosello”), per il solo fatto che siano stati sostenuti, anche nell’ipotesi in cui l’acquirente sia consapevole del carattere fraudolento delle operazioni, salvo che detti costi siano in contrasto con i principi di effettività, inerenza, competenza, certezza, determinatezza o determinabilità ovvero relativi a beni o servizi direttamente utilizzati per il compimento di un delitto non colposo” (Cass. Sez. 6 5, Ordinanza n. 17788 del 06/07/2018; conf. Cass. Sez. 5, Sentenza n. 27566 del 30/10/2018; Cass. Sez. 5, Ordinanza n. 4645 del 21/02/2020).

Pertanto, nel caso di specie, la sentenza impugnata va cassata limitatamente alla questione relativa alla deducibilità dei costi ai fini delle imposte dirette, in quanto la soluzione positiva non dipende dalla consapevolezza dei contribuenti in ordine all’inesistenza soggettiva delle operazioni contestate, ma dalla ricorrenza dei requisiti di certezza, determinabilità, competenza ed inerenza di cui all’art. 109 T.U.I.R.

In conclusione, limitatamente all’anno di imposta 2004, il terzo ed il quarto motivo del ricorso principale devono essere accolti, rigettati gli altri, la sentenza impugnata deve essere cassata in relazione ai motivi accolti, con rinvio alla C.t.r. del Piemonte, in diversa composizione, che provvederà anche alle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte, limitatamente all’annualità 2003, dichiara l’estinzione del giudizio per cessata materia del contendere, ai sensi di tale del D.L. n. 119 del 2018, art. 6, comma 13;

con riferimento all’anno di imposta 2004 accoglie il terzo ed il quarto motivo del ricorso principale, rigettati gli altri;

cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla C.t.r. del Piemonte, in diversa composizione, che provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità, ad eccezione di quelle del processo estinto (annualità 2003), che restano a carico delle parti che le hanno anticipate.

Così deciso in Roma, il 27 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 30 giugno 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA