Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18445 del 26/07/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 26/07/2017, (ud. 03/05/2017, dep.26/07/2017),  n. 18445

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAPPABIANCA Aurelio – Presidente –

Dott. LOCATELLI Giuseppe – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 13176/2010 R.G. proposto da:

Agenzia delle entrate, rappresentata e difesa dall’Avvocatura

Generale dello Stato, con domicilio eletto in Roma, via dei

Portoghesi, n. 12, presso l’Avvocatura Generale dello Stato;

– ricorrente –

contro

C.A., rappresentata e difesa dall’Avv. Antonio Damascelli,

con domicilio eletto in Roma, via Giovanni Paisiello, n. 15, presso

io studio dell’Avv. Giovanni Bellomo;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Puglia, n. 37/06/09 depositata il 27 marzo 2009;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 3 maggio 2017

dal Consigliere Emilio Iannello;

Lette le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto

Procuratore generale Tommaso Basile, che ha chiesto l’accoglimento

del ricorso.

Fatto

RILEVATO

che – in controversia concernente l’impugnazione di avvisi di accertamento per maggiori Irpef, Ilor e S.S.N. relative all’anno 1997, nonchè maggiori Irpef e relative addizionali, comunale e regionale, per gli anni 1998-2000, sulla base di determinazione sintetica del reddito operata, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38,commi 4 e 5, in relazione al riscontrato acquisto (con atto del 25/7/2000, per il prezzo di Lire 150 milioni) di terreno edificabile il cui valore risultava però stimato, in sede di separata rettifica ai fini dell’imposta di registro, in Lire 863.800.000 – la C.T.R. della Puglia, con la sentenza in epigrafe, ha rigettato l’appello dell’Ufficio ritenendo, conformemente alla decisione di primo grado, che la contribuente avesse validamente dimostrato, con la documentazione prodotta, che l’acquisto dell’immobile de quo dissimulasse un atto di liberalità del padre, originario proprietario, e che pertanto doveva considerarsi giustificata l’esiguità del prezzo pattuito di Lire 150 milioni, il quale inoltre risultava corrisposto dall’acquirente con provvista proveniente da disponibilità bancarie integrate in massima parte dalla erogazione di un mutuo di Lire 120 milioni in capo al convivente, con garanzia ipotecaria prestata dalla stessa contribuente;

che la Commissione regionale ha peraltro rilevato l’inidoneità del valore determinato ai fini dell’imposta di registro a costituire fondamento presuntivo dell’accertamento sintetico operato ai fini delle imposte dirette oggetto di controversia, attesa la diversità dei presupposti relativi;

che avverso tale decisione l’Agenzia delle entrate propone ricorso per cassazione, sulla base di tre motivi, tutti corredati da quesiti di diritto, cui resiste la contribuente depositando controricorso;

considerato che con il primo motivo l’Agenzia delle entrate deduce violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, , per avere la C.T.R. ritenuto utilizzabile la produzione documentale offerta per la prima volta in giudizio, ancorchè non esibita in risposta ai questionari;

che con il secondo motivo la ricorrente denuncia inoltre la nullità della sentenza e/o del procedimento per violazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 7 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per avere la C.T.R. giustificato in subordine l’acquisizione della detta documentazione con il rilievo secondo cui “è rimesso al giudice tributario di richiedere dati, informazioni, chiarimenti e produzione di documenti, al fine di meglio conoscere i fatti rilevanti per la decisione”;

che con il terzo motivo la ricorrente deduce infine violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38 e D.P.R. n. 131 del 1986, art. 51, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la Commissione regionale ritenuto inidonea a fondare la presunzione di maggior reddito imponibile la rettifica del prezzo di vendita del terreno de quo definitivamente operata ai fini dell’imposta di registro;

ritenuto che è infondato il primo motivo di ricorso;

che, in tema, questa Corte ha più volte affermato che il divieto di utilizzo in sede giudiziaria di documenti non esibiti in sede amministrativa costituisce un limite all’esercizio dei diritti di difesa e, dunque, si giustifica solo in quanto si tratti di documentazione specificamente richiesta dagli agenti accertatori;

che si ammette bensì che il divieto di utilizzare documenti scatti “non solo nell’ipotesi di rifiuto (per definizione doloso) dell’esibizione, ma anche nei casi in cui il contribuente dichiari, contrariamente al vero, di non possedere o sottragga all’ispezione i documenti in suo possesso, ancorchè non al deliberato scopo di impedirne la verifica, ma per errore non scusabile, di diritto o di fatto (dimenticanza, disattenzione, carenze amministrative ecc.) e, quindi, per colpa” (Cass. 26/03/2009, n. 7269);

che la detta sanzione, però, in conformità alla lettera della legge, esige che sussista una specifica richiesta degli agenti accertatori, non potendo costituire “rifiuto” la mancata esibizione di un qualcosa che non venga richiesto (Cass. 14/10/2009, n. 21768; Cass. 19/04/2006, n. 9127);

che, nel caso di specie, emerge dalle stesse affermazioni della ricorrente che si sia trattato, per l’appunto, di richiesta generica di notizie circa l’esistenza di elementi giustificativi della capacità reddituale espressa attraverso l’atto negoziale, ma non, come invece necessario alla stregua del richiamato principio, anche riferita a specifici documenti e, segnatamente, a quelli poi prodotti dalla contribuente in sede contenziosa;

che resta conseguentemente assorbito anche l’esame dei restanti motivi di ricorso il cui accoglimento infatti, riguardando essi rilievi motivazionali subordinati, non priverebbe comunque di fondamento la decisione impugnata, questo essendo principalmente rappresentato dalla ritenuta idoneità della documentazione prodotta in sede contenziosa a dimostrare l’insussistenza del supposto indice di maggiore capacità contributiva;

che il ricorso deve essere pertanto rigettato, con la conseguente condanna dell’Amministrazione ricorrente al pagamento delle spese processuali, liquidate come da dispositivo.

PQM

 

rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4.500 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento ed agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 3 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 26 luglio 2017

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