Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18406 del 26/07/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 26/07/2017, (ud. 18/11/2016, dep.26/07/2017),  n. 18406

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI CERBO Vincenzo – Presidente –

Dott. GRILLO Renato – rel. Consigliere –

Dott. NOVIK Adet Toni – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. MANCUSO Luigi Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 26706-2012 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

NICHEL LEGHE SPA in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA XX SETTEMBRE 1, presso lo

studio dell’avvocato PAOLO VITALI, che lo rappresenta e difende

unitamente all’avvocato RENATO OSCAR SCORCELLI giusta delega a

margine;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 110/2012 della COMM. TRIB. REG. di MILANO,

depositata il 09/07/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

18/11/2016 dal Consigliere Dott. GRILLO RENATO;

udito per il controricorrente l’Avvocato VITALI che si riporta agli

atti;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SORRENTINO FEDERICO che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Commissione Tributaria Regionale della Lombardia con sentenza del 3 luglio 2012 rigettava l’appello proposto dalla Agenzia delle Entrate – Direzione Provinciale di Milano – avverso la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di quella città del 30 novembre 2010 con la quale, in accoglimento del ricorso proposto dalla società NICHEL LEGHE s.p.a. avverso l’avviso di rettifica e liquidazione n. (OMISSIS) con il quale l’Agenzia delle Entrate di Milano in relazione all’atto di cessione di azienda tra la società NICHEL LEGHE s.p.a. e la FE.R.INOX. s.p.a. aveva richiesto il pagamento a titolo di maggiori imposte e relative sanzioni per complessivi Euro 50.258,00, era stato accolto il ricorso della società NICHEL LEGHE s.p.a e confermato il valore dichiarato.

In particolare la CTR della Lombardia rilevava che, pur potendosi in linea astratta condividere le osservazioni dell’appellante Agenzia delle Entrate e ritenere corretti anche i riferimenti normativi, in concreto l’Ufficio non aveva assolto all’onere probatorio su di esso gravante ai sensi dell’art. 2697 c.c., avendo omesso di allegare la documentazione dalla quale poter desumere la congruità della valutazione indicata nell’avviso di accertamento impugnato, secondo la quale il valore dell’avviamento veniva accertato in complessivi Euro 5.828.874 con un aumento, rispetto al valore dichiarato, di Euro 1.465.904,00, mentre il valore del fabbricato veniva rideterminato in Euro 141.447,00 ed il valore del terreno in Euro 3.600,00.

Ricorre avverso tale decisione l’Agenzia delle Entrate deducendo, con unico motivo, la violazione e/o falsa applicazione del combinato disposto del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 52, e dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma n. 3. Osserva, in proposito, la ricorrente Direzione Provinciale delle Entrate che la CTR, in modo del tutto errato, aveva ritenuto che l’Ufficio finanziario non avesse assolto al detto onere probatorio, laddove invece il ricorrente Ufficio finanziario aveva enunciato chiaramente i criteri in base ai quali aveva determinato il maggior valore dell’avviamento e del fabbricato e terreno di pertinenza rispetto al dichiarato.

Resiste con controricorso la società NICHEL LEGHE s.p.a. eccependo in via preliminare l’inammissibilità del ricorso ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., per essere le argomentazioni esposte nel ricorso in contrasto con la giurisprudenza consolidata e prevalente della Corte di Cassazione correttamente applicata dalla CTR con la decisione impugnata. Nel merito, con un secondo motivo, la società NICHEL LEGHE s.p.a contesta quanto infondatamente argomentato dalla ricorrente Direzione Provinciale delle Entrate di Milano, rilevando che, in modo del tutto congruo e corretto, la CTR aveva ritenuto errati ed illegittimi i presupposti dell’atto di accertamento e carente di prova l’assunto dell’Ufficio in sede di appello. La ricorrente Direzione Provinciale delle Entrate di Milano ha presentato memoria ex art. 378 c.p.c., rilevando come non si fosse in presenza di alcun giudicato interno in ordine al criterio di valutazione dell’avviamento come erroneamente dedotto dalla società resistente e, quanto al merito, il pieno assolvimento dell’onere probatorio da parte dell’Ufficio.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il ricorso è infondato e va pertanto rigettato. Con l’unico motivo di ricorso la Direzione Provinciale delle Entrate censura l’affermazione della Commissione Tributaria Centrale in ordine al mancato assolvimento dell’onere probatorio gravante sull’Ufficio impositore circa le ragioni poste a giustificazione del (maggior) valore attribuito all’azienda oggetto di cessione, ribadendo invece che l’enunciazione del criterio seguito per l’attribuzione del valore oggetto dell’accertamento costituisse la prova sulla quale l’accertamento si fondava.

2. Tale tesi non è condivisibile.

2.1 Va premesso che in materia di cessione di azienda e, più specificamente – come per il caso in esame – di calcolo del valore di avviamento (da intendersi quale capacità di profitto di una determinata attività produttiva), soccorre, quanto ai criteri di valutazione, il disposto di cui al D.P.R. n. 131 del 1986, art. 51 comma 4, il quale prevede che, nel caso di cessione d’azienda a titolo oneroso, la base imponibile ai fini dell’imposta di registro vada determinata con riferimento al valore complessivo dei beni materiali e immateriali che compongono l’azienda, compreso l’avviamento, al netto delle passività esistenti al momento del trasferimento, risultanti dalle scritture contabili obbligatorie o da atti aventi data certa anteriori alla cessione. E’ in potere dell’Amministrazione finanziaria rettificare, nell’ambito della relativa attività di controllo, i valori dalle parti attribuiti nell’atto di cessione, rideterminando la base imponibile su cui corrispondere l’imposta di registro, basandosi proprio sulla determinazione dell’avviamento.

2.2 Tuttavia va precisato, come affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, che i criteri per la determinazione del valore di avviamento di un’azienda come risultano fissati dal D.P.R. 31 luglio 1996, n. 460, art. 2, non sono obbligatori e vincolanti per l’Amministrazione finanziaria che può avvalersi di altri criteri laddove riconosciuti più congrui, fermo restando l’onere di dimostrare le ragioni della maggiore affidabilità del criterio prescelto (così Sez. 6-5^ 27.3.2012 n. 4931, Rv. 622231).

2.3 E’ noto che in linea generale il principale metodo adoperato dall’Amministrazione finanziaria per la determinazione dell’avviamento in caso di cessione d’azienda è quello del calcolo della capitalizzazione per tre anni dell’utile lordo, di guisa che il valore attribuito all’avviamento risulti, ai fini dell’imposta di registro, non inferiore al doppio della media degli utili conseguiti dall’azienda negli ultimi tre esercizi. Tale metodo di calcolo non è – come detto – assoluto ma non basta la sua enunciazione ai fini della determinazione del valore, occorrendo invece che a tale criterio segua la prova documentale, ex art. 2697 c.c. che giustifichi l’applicazione in concreto del criterio prescelto.

2.4 Orbene, come ripetutamente precisato da questa Corte Suprema, in tema di imposta di registro, ai fini dell’applicazione del menzionato il D.P.R. n. 131 del 1986, art. 51 comma 4, l’esistenza di un valore di avviamento dell’azienda costituisce oggetto di un giudizio di fatto rimesso all’apprezzamento del giudice che, se esente da censure sul piano logico, non ne consente la sindacabilità in sede di legittimità (Sez. 5^ 13.1.2006 n. 613, Rv. 586405). Peraltro con questa stessa decisione questa Corte ha avuto modo di chiarire, quanto al riparto dell’onere probatorio, che in tema di imposta di registro e di INVIM, l’obbligo della motivazione dell’avviso di accertamento in rettifica del valore dichiarato mira a delimitare l’ambito delle ragioni adducibili dall’Ufficio finanziario nell’eventuale successiva, fase contenziosa ed a consentire al contribuente l’esercizio del diritto di difesa.

2.5 Ne deriva che se l’enunciazione da parte dell’Ufficio finanziario dei criteri astratti integrati con le necessarie specificazioni finalizzate al raggiungimento dello scopo perseguito dall’Amministrazione può bastare nella fase non contenziosa, nella fase successiva conseguente alla impugnazione dell’avviso di liquidazione, non sussistendo in materia tributaria alcuna presunzione di legittimità dell’avviso di accertamento, è onere dell’Amministrazione finanziaria provare gli elementi di fatto giustificativi del “quantum” accertato nel quadro dei parametri prescelti, mentre compete al contribuente la facoltà di dimostrare l’infondatezza della pretesa, anche in base a criteri non utilizzati dall’Ufficio.

2.6 La CTR, pronunciandosi sulla questione inerente al riparto dell’onere probatorio, si è uniformata ai principi espressi da questa Corte Suprema, sottolineando a ragione che nella fase contenziosa giudiziaria il contribuente assume la veste di attore sia in senso formale che sostanziale solo quando sia egli stesso a chiedere una eventuale esenzione o un rimborso, mentre laddove il contribuente contesti la pretesa tributaria, sarà l’Amministrazione a dovere provare i fatti posti a base della sua attività di accertamento.

2.7 Correttamente, quindi, la Commissione Tributaria Regionale, avendo rilevato l’assenza di prove da parte dell’Amministrazione atte a dimostrare la congruità del valore accertato, non essendo sufficiente la mera enunciazione dei criteri di valutazione nella fase contenziosa, ha ritenuto, a ragione, infondata la pretesa fiscale rigettando quindi l’appello proposto dalla Direzione Provinciale delle Entrate.

3. Peraltro tale decisione era ampiamente giustificata dalla circostanza che nel giudizio di primo grado, parte contribuente non solo aveva contestato la pretesa fiscale ma aveva documentato – anche con riferimento alla valutazione del complesso immobiliare (diversa dalla valutazione dell’avviamento) – l’incongruità dei valori accertati dall’Ufficio.

3.1 Nessun vizio di motivazione è dunque ravvisabile nella sentenza impugnata.

4. Nè la situazione in esame muta in relazione al profilo, affrontato dalla ricorrente Direzione Provinciale delle Entrate, in ordine alla illegittimità dell’affermazione contenuta nel controricorso della avvenuta formazione del giudicato interno in ordine all’infondatezza dell’avviso di accertamento perchè eccessivo nel suo ammontare, in quanto la CTR si è limitata a ribadire l’aspetto, assolutamente dirimente, della mancata prova da parte dell’Ufficio impositore posta a base dell’accertamento, a fronte della prova fornita dal contribuente.

5. Quanto al regime delle spese, queste seguono il criterio legale della soccombenza liquidandosi in questa fase in complessivi Euro 3.500,00 per compensi, oltre Euro 100,00 per esborsi, oltre alle spese generali pari al 15% e agli accessori di legge.

PQM

 

Rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese processuali liquidate in Euro 3.500,00, oltre Euro 100,00 per esborsi, oltre alle spese generali pari al 15% e agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 18 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 26 luglio 2017

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