Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18384 del 04/09/2020

Cassazione civile sez. trib., 04/09/2020, (ud. 23/10/2019, dep. 04/09/2020), n.18384

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLITANO Lucio – Presidente –

Dott. CRUCITTI Roberta – Consigliere –

Dott. GIUDICEPIETRO Andreina – Consigliere –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. GUIDA Riccardo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 8813/2014 R.G. proposto da:

P.A., rappresentato e difeso dall’avv. Carmela De Franciscis,

elettivamente domiciliato presso il suo studio in Caserta, via Roma

Parco Europa.

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del direttore pro tempore,

rappresentata dall’Avvocatura Generale dello Stato, con domicilio

legale in Roma, via dei Portoghesi, n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato.

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Campania, sezione n. 47, n. 215/47/13, pronunciata il 21/06/2013,

depositata il 7/10/2013.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 23 ottobre

2019 dal Consigliere Riccardo Guida.

 

Fatto

RILEVATO

che:

P. Antonio, esercente attività di commercio all’ingrosso e al dettaglio di profumi e cosmetici, impugnò innanzi alla CTP di Caserta l’avviso di accertamento che rettificava con metodo induttivo, ai fini IRPEF, IRAP, IVA, per il 2006, il reddito d’impresa, in ragione di alcune anomalie del conto cassa (che esponeva un cospicuo saldo negativo fino al 23/12/2006, mentre, da allora e fino alla chiusura dell’esercizio, registrava un saldo attivo), dei saldi giornalieri e per le difformità delle percentuali di ricarico dichiarate per le vendite all’ingrosso e al dettaglio, rispetto a quelle ricalcolate dall’organo fiscale nella misura del 68,18%, per le vendite all’ingrosso, e del 7,3%, per le vendite al dettaglio;

il contribuente contestò l’atto impositivo assumendo che la cassa negativa, per gran parte dell’esercizio, era dovuta ad un mero errore materiale (in quanto erano stati “portati pagati per cassa effetti insoluti e protestati”), e che le percentuali di ricarico applicate dall’ufficio erano contrarie alla realtà commerciale in quanto il (corretto) ricarico medio delle vendite all’ingrosso era del 5,32%, mentre quello delle vendite al dettaglio era del 20% (circa);

il giudice di prossimità, con sentenza n. 292/03/2012, rigettò il ricorso e tale decisione è stata confermata dalla CTR della Campania che, con la sentenza menzionata in epigrafe, ha respinto l’appello del contribuente;

in particolare, la commissione regionale ha ritenuto la decisione di primo grado immune da vizi logico-giuridici e ha affermato che il contribuente, nei motivi d’impugnazione, non aveva addotto alcuna prova concreta a sostegno dell’asserito errore dell’ufficio nella determinazione delle percentuali di ricarico della merce venduta, ferma la considerazione che l’Amministrazione finanziaria, in presenza di dati contabili assolutamente incoerenti esposti dal contribuente, ha facoltà di compiere accertamenti che possono essere annullati solo se l’interessato supporti la propria posizione difensiva con specifiche e dettagliate prove, nella specie insussistenti;

il contribuente ricorre per la cassazione, sulla base di cinque motivi; l’Agenzia resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo del ricorso, denunciando, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione della L. 27 luglio 2000, n. 212, artt. 7, 10 e 12, commi 4 e 7, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 42, della Carta Europea dei diritti fondamentali, art. 41, il ricorrente censura la sentenza impugnata per non avere preso in considerazione, neppure per confutarlo, il preliminare e assorbente motivo d’impugnazione riguardante l’illegittimità dell’avviso di accertamento per mancanza del contraddittorio endoprocedimentale;

il motivo è inammissibile;

è sufficiente ricordare che questa Corte (ex multis: Cass. 16/03/2017, n. 6835; conf.: n. 21257/2014, 26155/2014, 22759/2014) ha ripetutamente stabilito che l’omessa pronuncia su un motivo di appello integra la violazione dell’art. 112 c.p.c., in quanto il motivo di gravame costituisce la specifica domanda sottesa alla proposizione dell’appello;

in forza di questa univoca regola di diritto, posto che il vizio è stato dedotto come violazione di legge (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), il motivo che lo enuncia deve essere dichiarato inammissibile;

con il secondo motivo, denunciando, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, e della L. n. 212 del 2000, art. 7, il contribuente censura la sentenza impugnata per avere omesso di rilevare l’illegittimità dell’atto impositivo, perchè privo d’adeguata motivazione e fondato sul metodo induttivo, in assenza dei relativi presupposti di legge;

il motivo è in parte inammissibile e in parte infondato;

dal primo punto di vista (inammissibilità del motivo), posto che l’avviso che si assume carente di motivazione non è stato trascritto nel ricorso per cassazione, occorre dare continuità al principio di diritto, per il quale, in tema di contenzioso tributario, è inammissibile, per difetto di autosufficienza, il ricorso per cassazione avverso la sentenza che abbia ritenuto correttamente motivato l’atto impositivo, qualora non sia trascritta la motivazione di quest’ultimo, precludendo, pertanto, al giudice di legittimità ogni valutazione (Cass. 13/02/2015, n. 2928);

dal secondo punto di vista (infondatezza del motivo), vale la premessa che l’accertamento induttivo postula l’assoluta inattendibilità dei dati risultanti dalle scritture contabili; in questo caso, “le omissioni o le false od inesatte indicazioni” della dichiarazione risultano tali da inficiare l’attendibilità – e dunque l’utilizzabilità, ai fini dell’accertamento – anche degli altri dati contabili (apparentemente regolari), sicchè l’amministrazione finanziaria può “prescindere in tutto o in parte dalle risultanze del bilancio e delle scritture contabili in quanto esistenti” ed è legittimata a determinare l’imponibile in base ad elementi meramente indiziari, anche se inidonei ad assurgere a prova presuntiva ex artt. 2727 e 2729, c.c. (Cass. 8/03/2019, n. 6861);

nella fattispecie, la CTR ha fatto corretta applicazione di questo principio di diritto, laddove ha ritenuto legittimo l’accertamento induttivo in ragione dei dati assolutamente incoerenti esposti dal contribuente e riprodotti nella narrativa della sentenza impugnata (nella quale si fa riferimento all’anomalia del conto cassa);

con il terzo motivo, denunciando, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, “omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo o quantomeno omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (…)”, il ricorrente censura la sentenza impugnata per non avere affrontato la questione relativa all’esistenza o meno dei presupposti per procedere all’accertamento induttivo, applicando le percentuali di ricarico individuate dall’ufficio;

con il quarto motivo, denunciando, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, “omessa motivazione circa ulteriore fatto controverso e decisivo o quantomeno omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (…)”, il ricorrente censura la sentenza impugnata per non avere affrontato la questione relativa al se l’omissione del contraddittorio endoprocedimentale, in seguito alla puntuale risposta del contribuente al questionario inviatogli dall’ufficio e in seguito alla sua istanza di autotutela, fosse idonea o meno a determinare in radice l’illegittimità dell’avviso;

il terzo e il quarto motivo, da esaminare congiuntamente per connessione, sono inammissibili;

per il costante orientamento di questa Corte, riaffermato anche di recente (Cass. 13/01/2017, n. 743; 14/12/2018, n. 32436; 14/12/2018, n. 32437): “Nell’ipotesi di “doppia conforme”, prevista dall’art. 348-ter c.p.c., comma 5, (applicabile, ai sensi del D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 2, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, ai giudizi d’appello introdotti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione dal giorno 11 settembre 2012), il ricorrente in cassazione – per evitare l’inammissibilità del motivo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, (nel testo riformulato dal cit. D.L. n. 83, art. 54, comma 3, ed applicabile alle sentenze pubblicate dal giorno 11 settembre 2012) – deve indicare le ragioni di fatto poste a base, rispettivamente, della decisione di primo grado e della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse.” (Cass. 22/12/2016, n. 26774; in senso conforme: Cass. sez. un. 21/09/2018, n. 22430);

nel caso in esame, posto che il giudizio d’appello è iniziato nel 2014, le doglianze oggetto dei due motivi d’impugnazione sono inammissibili poichè le decisioni dei gradi di merito, entrambe di rigetto (c.d. “doppia conforme”), si fondano sulle medesime ragioni di fatto, e, del resto, il ricorrente non ha nemmeno sostenuto il contrario;

con il quinto motivo, denunciando, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 7, comma 2, e dell’art. 2697 c.c., il ricorrente censura la sentenza impugnata per non avere disposto una consulenza tecnica, al fine di determinare le percentuali di ricarico della merce venduta, e per avere trascurato le prove documentali prodotte dall’appellante a sostegno dell’impugnazione;

il motivo è infondato;

in tema di contenzioso tributario, ai sensi del cit. art. 7, che assegna alle commissioni tributarie ampi poteri istruttori, i giudici tributari di merito possono acquisire “aliunde” gli elementi di decisione;

tuttavia, l’onere dell’ufficio di provare i fatti costitutivi della pretesa fiscale può solo essere integrato, ma non completamente sostituito, mediante l’utilizzo di tali poteri – compreso quello di disporre consulenza tecnica (cit. art. 7, comma 2), – da parte del giudice di merito (in senso conforme, cfr.: Cass. 24/11/2000, n. 15214);

nella fattispecie concreta, la CTR ha ritenuto che l’ufficio avesse dato prova della pretesa fiscale e che, per converso, il contribuente non avesse assolto all’onere di fornire la prova contraria;

si tratta di una valutazione discrezionale riservata al giudice di merito, con la precisazione che, come ha avuto modo di ricordare questa Corte (Cass. 10/06/2016, n. 11892), il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (che attribuisce rilievo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e presenti carattere decisivo per il giudizio), nè in quello del precedente n. 4, Disp. che – per il tramite dell’art. 132 c.p.c., n. 4, – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante;

non sarebbe stato consentito alla CTR di esercitare il potere di disporre d’ufficio una consulenza tecnica, in quanto (Cass. 15/01/2007, n. 673) il giudice tributario non può sopperire al mancato assolvimento dell’onere della prova, che grava sulle parti in base al criterio di cui all’art. 2697 c.c., (Cass. 905/06, 7129/03), potendo, al più, (come suaccennato) il giudice di merito intervenire in funzione di mera integrazione, ma mai di integrale sostituzione (Cass. 15214/2000);

ne consegue il rigetto del ricorso;

le spese del giudizio di legittimità, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a corrispondere all’Agenzia delle entrate le spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.600,00, a titolo di compenso, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 23 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 4 settembre 2020

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