Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18362 del 04/09/2020

Cassazione civile sez. VI, 04/09/2020, (ud. 20/07/2020, dep. 04/09/2020), n.18362

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – rel. Presidente –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6501-2018 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE – RISCOSSIONE, (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

DELLA PINETA SACCHETTI, 482, presso lo studio dell’avvocato EMANUELA

VERGINE, rappresentata e difesa dall’avvocato MARIA ROSARIA SAVOIA;

– ricorrente –

contro

O.E., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA ADRIANA 15,

presso lo studio dell’avvocato PIERLUIGI SPEDICATI, rappresentata e

difesa dall’avvocato RAFFAELE LOMARTIRE;

– controricorrente –

e contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

Direttore pro tempore, in proprio e quale procuratore speciale della

SOCIETA’ DI CARTOLARIZZAZIONE DEI CREDITI INPS (SCCI) SPA,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso

l’AVVOCATURA CENTRALE DELL’ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli

avvocati GIUSEPPE MATANO, ANTONINO SGROI, LELIO MARITATO, CARLA

D’ALOISIO, EMANUELE DE ROSE, ESTER ADA VITA SCIPLINO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2543/2017 della CORTE D’APPELLO di LECCE del

16/10/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 21/07/2020 dal Presidente Relatore Dott. ADRIANA

DORONZO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

con sentenza pubblicata in data 20/10/2017 la Corte di Appello di Lecce ha rigettato l’appello proposto da Equitalia sud S.p.A. contro la sentenza di primo grado che aveva accolto l’opposizione proposta da O.E. contro due intimazioni di pagamento, notificate il 5 giugno 2013, aventi ad oggetto crediti contributivi;

la Corte d’appello ha infatti ritenuto che il decorso di cinque anni dalla data di notifica delle cartelle, avvenuta rispettivamente l’11 marzo 2005 e il 30 novembre 2006, avesse determinato l’estinzione per prescrizione dei crediti in esse portati, senza che fossero stati provati atti di interruzione precedenti alle intimazioni di pagamento; ha poi compensato le spese del giudizio di appello, in ragione del contrasto giurisprudenziale risolto solo in tempi relativamente recenti dalle Sezioni unite della corte di cassazione;

per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso l’Agenzia delle Entrate – Riscossione, quale ente pubblico economico subentrato nei rapporti giuridici attivi e passivi di Equitalia servizi di riscossione S.p.A., affidato a quattro motivi; l’Inps, anche per conto della SCCI S.p.A., ha resistito con controricorso; ha resistito con controricorso anche la O.;

è stata depositata la proposta del relatore ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., ritualmente notificata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio.

Diritto

CONSIDERATO

che:

i motivi di ricorso sono quattro:

1.- violazione e falsa applicazione dell’art. 2946 c.c., del D.Lgs. n. 112 del 1999, artt. 19 e 20, della L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 9, lett. b); dell’art. 2953, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per non avere la Corte territoriale considerato che, ai fini di provare l’avvenuta interruzione della prescrizione anche quinquennale, essa ricorrente aveva depositato una comunicazione di ipoteca (n. 5223/24 in data 23/12/2009, notificata il 28/12/2009), oltre alle cartelle di pagamento notificate in data 11/3/2005 e 30/11/2006 e alle intimazioni di pagamento notificati entrambe in data 5/6/2013; in ogni caso doveva essere applicato il termine di prescrizione ordinario decennale trattandosi di crediti iscritti a ruolo ed oggetto di cartelle di pagamento non impugnate, evidenziandosi come l’applicabilità del predetto termine scaturisse sia dalla definitività delle cartelle di pagamento siccome non impugnate, in applicazione dell’art. 2953 c.c., sia dal fatto che l’Agente di Riscossione aveva azionato non l’originario credito bensì un diverso credito, novato dal punto di vista soggettivo a seguito della formazione del ruolo e della conseguente cartella di pagamento e divenuto “irretrattabile” per effetto della mancata opposizione nei termini della cartella di pagamento;

2.- violazione e erronea applicazione degli artt. 421 e 437 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la Corte territoriale ritenuto inammissibile – siccome avvenuta tardivamente nel corso del giudizio di primo grado – la produzione documentale avente ad oggetto la comunicazione di iscrizione di ipoteca, e, pertanto, per aver escluso la sussistenza di atti interruttivi della prescrizione quinquennale; il giudizio di inammissibilità si poneva in contrasto con il potere dovere del giudice di provvedere d’ufficio agli atti di istruzione necessari per il raggiungimento della verità materiale;

3.- violazione dell’art. 92 c.p.c., comma 2, con riguardo alla mancata compensazione delle spese considerato che la domanda dell’opponente era stata accolta solo in parte;

4.- violazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 48, con riguardo alla condanna al versamento del contributo unificato ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, per non aver la corte considerato che le tasse e i diritti per gli atti giudiziari dovuti in occasione e in conseguenza del procedimento di riscossione coattiva sono ridotti alla metà e prenotate a debito per il recupero nei confronti della parte soccombente, quando questa non sia concessionario;

5.- il primo motivo di ricorso, nella parte in cui assume la natura decennale della prescrizione dei crediti contributivi portati da cartelle esattoriali non opposte è inammissibile ai sensi dell’art-. 360 bis c.p.c., n. 1, avendo la corte territoriale deciso le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza di questa Corte;

5.1.- trova infatti applicazione il principio di diritto già affermato dalle Sezioni unite con la sentenza n. 23397 del 17 novembre 2016 secondo cui ” La scadenza del termine – pacificamente perentorio – per proporre opposizione a cartella di pagamento di cui al D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, comma 3, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito contributivo sena determinare anche la cd. “conversione” del termine di prescrizione breve (nella specie, quinquennale, secondo la L n. 333 del 1993, art. 3, commi 9 e 10) in quello ordinario (decennale), ai sensi dell’art. 2953 c.c.. Tale ultima disposizione, infatti, si applica soltanto nelle ipotesi in cui intervenga un titolo giudiziale divenuto definitivo, mentre la suddetta cartella, avendo natura di atto amministrativo, è priva dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato. Lo stesso vale per l’avviso di addebito dell’INPS, che, dall’1 gennaio 2011, ha sostituito la cartella di pagamento per i crediti di natura previdenziale di detto Istituto (D.L. n. 78 del 2010, art. 30, conv., con modif., dalla L. n. 122 del 2010).”;

5.2.- le argomentazioni contenute nel ricorso non valgono a scalfire le ragioni di cui alla motivazione della citata sentenza n. 23397/2016 (qui da intendersi richiamata anche ai sensi dell’art. 118 c.p.c., comma 1) e che ha trovato conferma in innumerevoli successive pronunce (da ultimo Cass. n. 23418 del 27 settembre 2018; da ultimo, Cass. 1088/2019, Cass. n. 6888/2019), rilevandosi che la sentenza citata dalla ricorrente, benchè successiva alla pronuncia di questa Corte a sezioni unite n. 23397 del 17/11/2016, non si confronta con i suoi enunciati;

5.3.- l’affidamento in riscossione, ai sensi di legge e secondo le modalità previste per le imposte dirette (L. n. 576 del 1980, art. 18, comma 5, seconda parte, in relazione al D.P.R. n. 602 del 1973) comporta, per un verso, la preposizione del concessionario quale adiectus solutionis causa (art. 1188 c.c.) e per altro verso assume i contenuti propri del mandato, con rappresentanza ex lege, a compiere quanto necessario perchè il pagamento possa avvenire, in forma spontanea, oppure anche a dare corso alle azioni esecutive secondo la disciplina propria dell’esecuzione forzata speciale (Cass. n. 27218 del 26 ottobre 2018, in motivazione) e non certo una novazione soggettiva dell’originaria obbligazione come pure sostenuto nel motivo;

5.4.- a questa tesi neppure giova il richiamo al D.Lgs. n. 112 del 1999, art. 20, comma 6, che prevede un termine di prescrizione strettamente inerente al procedimento amministrativo per il rimborso delle quote inesigibili, che in alcun modo può interferire con lo specifico termine di prescrizione previsto dalla legge per azionare il credito nei confronti del debitore (in tal seno da ultimo, Cass. 8/3/2019, n. 6888);

6.- è invece fondato il secondo motivo, che meglio esplicita quanto già dedotto nella prima parte del primo motivo di ricorso, con conseguente assorbimento degli altri;

6.1.- è consolidato nella giurisprudenza di questa Corte di legittimità il principio secondo cui l’eccezione di interruzione della prescrizione, configurandosi (diversamente dall’eccezione di prescrizione) come eccezione in senso lato, può essere rilevata anche d’ufficio dal giudice in qualsiasi stato e grado del processo, ancorchè sulla base di allegazioni e di prove ritualmente acquisite o acquisibili al processo e, in ordine alle controversie assoggettate al rito del lavoro, sulla base dei poteri istruttori legittimamente esercitabili anche di ufficio dal giudice, che è tenuto, ai sensi dell’art. 421 c.p.c., all’accertamento della verità dei fatti rilevanti ai fini della decisione (cfr. fra le tante Cass. n. 16542 del 2010);

6.2.- questo potere ufficioso ancor più rileva nelle controversie in cui viene in considerazione la scissione soggettiva operata dalla L. n. 46 del 1999 tra ente impositore e soggetto legittimato all’esperimento della procedura di riscossione, potendo e dovendo il giudice acquisire dal concessionario dei servizi di riscossione ogni documento relativo ad atti della procedura di riscossione da cui derivino conseguenze di rilievo nel rapporto tra creditore e debitore, con il solo limite dell’avvenuta allegazione dei fatti (Cass. 7/6/2018, n. 14755; Cass. 20/9/2019, n. 23518);

6.3.- tali principi, già affermati da questa Corte nell’interpretazione degli artt. 421 e 437 c.p.c. con riguardo ai processi per opposizione a cartella esattoriale in relazione alla verifica della tempestività dell’opposizione (cfr. fra le tante Cass. nn. 11274 del 2007, 20748 del 2013, 24644 del 2015, 2333 del 2016), vanno qui ribaditi anche con riguardo alle liti in cui venga in rilievo un fatto di interruzione della prescrizione che sia ritualmente entrato a far parte del contraddittorio processuale e che si ricolleghi ad un atto della procedura di riscossione;

6.4.- non essendosi i giudici di seconde cure attenuti a tali principi di diritto, la sentenza impugnata va cassata e la causa rinviata per nuovo esame alla Corte d’appello di Lecce, in diversa composizione, che provvederà anche sulle spese del giudizio di cassazione;

7.- rimane così assorbito l’esame degli altri due motivi di censura riguardanti le spese e il versamento del contributo unificato, che logicamente suppongono la definizione del giudizio.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il primo motivo di ricorso e accoglie il secondo, assorbiti gli altri; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Corte d’appello di Lecce, in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 21 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 4 settembre 2020

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