Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1835 del 28/01/2021

 

Cassazione civile sez. VI, 28/01/2021, (ud. 14/10/2020, dep. 28/01/2021), n.1835

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. COSENTINO Antonello – Presidente –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1509 – 2020 R.G. proposto da:

G.L. – c.f. (OMISSIS) – D.R. – c.f. (OMISSIS) –

GR.GA. – c.f. (OMISSIS) – DO.GA. – c.f. (OMISSIS)

– C.E.A. – c.f. (OMISSIS) – CA.PA. – c.f.

(OMISSIS) – M.A. – c.f. (OMISSIS) – N.C. – c.f.

(OMISSIS) – O.R. – c.f. (OMISSIS) – CE.LO. –

c.f. (OMISSIS) – B.C. – c.f. (OMISSIS) –

F.D. – c.f. (OMISSIS) – FR.SA. – c.f. (OMISSIS) –

BO.GI. – c.f. (OMISSIS) – BO.RO. – c.f. (OMISSIS) –

BU.LU.SA. – c.f. (OMISSIS) – elettivamente domiciliati in

Roma, alla via Giuseppe Ferrari, n. 4, presso lo studio

dell’avvocato Coronas Salvatore e dell’avvocato Coronas Umberto che

li rappresentano e difendono in virtù di procure speciali in calce

al ricorso;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO della GIUSTIZIA – c.f. (OMISSIS) – in persona del Ministro

pro tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso i cui uffici in Roma, alla via dei Portoghesi, n. 12,

domicilia per legge;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 597/2019 della Corte d’Appello di Perugia,

udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 14 ottobre

2020 dal consigliere Dott. Abete Luigi.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO

1. Con ricorso ex lege n. 89/2001 alla Corte d’Appello di Perugia depositato in data 18.4.2018 G.L., D.R., Gr.Ga., Do.Ga., C.E.A., Ca.Pa., M.A., N.C., O.R., Ce.Lo., B.C., F.D., Fr.Sa., Bo.Gi., Bo.Ro. e Bu.Lu.Sa. si dolevano per l’eccessiva durata di quattro giudizi, del pari ex lege “Pinto”, intrapresi in data 19.3.2009, in data 27.5.2009, in data 27.1.2010 ed in data 24.4.2012 (i primi tre dinanzi alla Corte d’Appello di Roma e poi riassunti dinanzi alla Corte d’Appello di Perugia) e definiti, previa riunione, dalla corte perugina con decreto di accoglimento parziale in data 8.5.2017.

Chiedevano che il Ministero della Giustizia fosse condannato a corrisponder loro un equo indennizzo.

2. Con decreto in data 15.6.2018 il consigliere designato ingiungeva al Ministero della Giustizia di pagare a ciascun ricorrente la somma di Euro 4.522,00, oltre interessi.

3. Il Ministero della Giustizia proponeva opposizione.

Resistevano i ricorrenti indicati in epigrafe.

4. Con decreto n. 597/2019 la Corte d’Appello di Perugia accoglieva in parte l’opposizione e, per l’effetto, determinava in cinque anni la durata irragionevole del giudizio “presupposto”, quantificava in Euro 212,00 il “moltiplicatore” annuo e quindi condannava il Ministero della Giustizia a pagare a ciascun ricorrente la somma di Euro 1.060,00 oltre interessi dalla domanda al saldo.

5. Avverso tale decreto hanno proposto ricorso G.L., D.R., Gr.Ga., Do.Ga., C.E.A., Ca.Pa., M.A., N.C., O.R., Ce.Lo., B.C., F.D., Fr.Sa., Bo.Gi., Bo.Ro. e Bu.Lu.Sa.; ne hanno chiesto sulla scorta di due motivi la cassazione con ogni susseguente statuizione in ordine alle spese.

Il Ministero della Giustizia ha depositato controricorso; ha chiesto dichiararsi inammissibile o rigettarsi l’avverso ricorso con il favore delle spese del giudizio di legittimità.

6. Il relatore ha formulato ex art. 375 c.p.c., n. 5), proposta di manifesta infondatezza del primo motivo di ricorso e proposta di parziale fondatezza del secondo motivo di ricorso; il presidente ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., comma 1, ha fissato l’adunanza in camera di consiglio.

7. I ricorrenti hanno depositato memoria.

8. Con il primo motivo i ricorrenti denunciano ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e la susseguente nullità del decreto impugnato.

Deducono che Bo.Ro., benchè istante ex lege “Pinto” col ricorso depositato in data 18.4.2018, non figura viceversa nell’epigrafe dell’impugnato decreto n. 597/2019 della Corte d’Appello di Perugia.

Deducono quindi che nei confronti di Bo.Ro. la corte umbra ha omesso qualsivoglia pronuncia.

9. Il primo motivo di ricorso è fondato e va accolto.

10. Questa Corte spiega che l’omessa o inesatta indicazione del nome di una delle parti nell’intestazione della sentenza va considerata un mero errore materiale, emendabile con la procedura di cui agli artt. 287 e 288 c.p.c., quando dal contesto della sentenza risulti con sufficiente chiarezza l’esatta identità di tutte le parti e comporta, viceversa, la nullità della sentenza qualora da essa si deduca che non si è regolarmente costituito il contraddittorio, ai sensi dell’art. 101 c.p.c., e quando sussiste una situazione di incertezza, non eliminabile a mezzo della lettura dell’intero provvedimento, in ordine ai soggetti cui la decisione si riferisce (cfr. Cass. (ord.) 18.7.2019, n. 19437; Cass.25.9.2017, n. 22275).

11. Ebbene nel caso di specie si rimarca quanto segue.

Da un canto, il nominativo di Bo.Ro. effettivamente non figura nell’intestazione del decreto n. 597/2019 della Corte d’Appello di Perugia.

D’altro canto, in nessun ulteriore passaggio dello scarno tenore dell’anzidetto decreto risulta menzionato il nominativo di Bo.Ro., sì che possa comunque reputarsi che costui sia stato parte del procedimento definito con il medesimo provvedimento.

12. Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 3 Cost., art. 111 Cost., comma 2, e art. 117 Cost., comma 1, dell’art. 6C.E.D.U., della L. n. 89 del 2001, art. 2 e art. 2-bis, commi 1 e 2, (come modificati dal D.Lgs. n. 83 del 2012, art. 55, convertito nella L. n. 134 del 2012) e del D.Lgs. n. 104 del 2010, art. 1, comma 1, all. 3.

Deducono in primo luogo che la corte di merito, da un lato, non ha tenuto conto che il Ministero non aveva contestato con l’opposizione L. n. 89 del 2001, ex art. 5-ter che la durata irragionevole del giudizio “presupposto” fosse pari a sette anni (cfr. ricorso, pag. 7); dall’altro, in contrasto con l’elaborazione giurisprudenziale di legittimità, non ha tenuto conto che la durata ragionevole del giudizio di equa riparazione è di due anni, ovvero di un anno per il grado di merito e di un anno per il grado di legittimità.

Deducono in secondo luogo che unicamente all’esito della riunione dei giudizi “presupposti” il numero dei ricorrenti è divenuto superiore a 10.

Deducono quindi che ha errato la corte distrettuale ad applicare al “moltiplicatore” annuo di Euro 266,00 – così determinato dal consigliere designato decurtando dal “moltiplicatore” di Euro 400,00 la quota di 1/3 ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 2-bis, comma 1-ter, – l’ulteriore decurtazione del 20% L. n. 89 del 2001, ex art. 2-bis, comma 1-bis; ovvero ha errato la corte territoriale a determinare il “moltiplicatore” annuo in “Euro 212,00 anzichè, come dovuto, in quello già determinato di Euro 266,00 per ciascuno dei 7 anni di accertata durata irragionevole dei giudizi presupposti ex L. n. 89 del 2001” (così ricorso, pag. 14; così memoria, pag. 5).

13. Il secondo motivo di ricorso è fondato e va accolto con riferimento ad ambedue i profili di censura.

14. In verità la scarna motivazione dell’impugnato decreto, condensata, in parte qua agitur, in poco più di sei righi – comprensivi pur dei riferimenti legislativi – è da reputare senza dubbio “apparente” (il vizio di motivazione “apparente” ricorre quando il giudice di merito omette di indicare, nel contenuto della sentenza, gli elementi da cui ha desunto il proprio convincimento ovvero, pur individuando questi elementi, non procede ad una loro approfondita disamina logico – giuridica, tale da lasciar trasparire il percorso argomentativo seguito: cfr. Cass. 21.7.2006, n. 16762; Cass. 24.2.1995, n. 2114).

15. Più esattamente, per un verso, l’impugnato dictum per nulla dà ragione dell’iter logico seguito ed alla cui stregua si è addivenuti – in verità nel dispositivo – a determinare in cinque anni per ognuno specificamente dei ricorrenti indicati in epigrafe la durata irragionevole del giudizio “presupposto”.

Ben vero l’assoluto deficit motivazionale rileva viepiù se si tiene conto che questa Corte spiega che, nell’ambito di un processo instaurato ai sensi della cosiddetta legge “Pinto”, per ottenere l’indennizzo da irragionevole durata di un altro processo, la durata complessiva dei due gradi di giudizio è ragionevole ove non ecceda il termine di un anno per grado, anche alla luce della sentenza n. 36 del 2016 della Corte costituzionale, che ha dichiarato l’illegittimità della L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2-bis, , nella parte in cui si applica alla durata del processo di equa riparazione in primo grado (cfr. Cass. 9.8.2016, n. 16857).

16. Più esattamente, per altro verso, l’impugnato dictum per nulla dà ragione – in relazione al dettato della L. n. 89 del 2001, art. 2-bis, comma 1-bis – dello sviluppo temporale e procedimentale che ha condotto il giudizio ex lege “Pinto” “presupposto”, quale risultante dalla riunione di distinti giudizi ex lege “Pinto”, a connotarsi, quanto meno con riferimento al periodo di irragionevole durata, per la presenza di un numero di ricorrenti superiore a dieci, sì che potesse giustificarsi la possibile riduzione per la quota del 20% del “moltiplicatore” annuo.

Ben vero l’assoluto, pur in parte qua, deficit motivazionale rileva viepiù alla luce della puntualizzazione, dai ricorrenti ribadita anche in memoria, secondo cui il numero delle parti ha superato la soglia delle dieci unità unicamente a seguito della riunione dei distinti giudizi ex lege “Pinto” operata dalla corte umbra “in sede di emissione dei decreti di fissazione dell’udienza del 14.11.2016” (così memoria, pag. 4).

17. In accoglimento del ricorso il decreto n. 597/2019 della Corte d’Appello di Perugia va cassato con rinvio alla stessa corte in diversa composizione anche ai fini della regolamentazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

18. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 10 non è soggetto a contributo unificato il giudizio di equa riparazione ex lege L. n. 89 del 2001. Il che rende inapplicabile – al di là del buon esito del ricorso – il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, (cfr. Cass. sez. un. 28.5.2014, n. 11915).

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa il decreto n. 597/2019 della Corte d’Appello di Perugia; rinvia alla stessa corte d’appello in diversa composizione anche per la regolamentazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

Depositato in Cancelleria il 28 gennaio 2021

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA