Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1835 del 20/01/2022

Cassazione civile sez. lav., 20/01/2022, (ud. 07/12/2021, dep. 20/01/2022), n.1835

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5389-2020 proposto da:

A.J.M., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato RITA LABBRO FRANCIA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO – Commissione Territoriale per il

Riconoscimento della Protezione Internazionale di Lecce, in persona

del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ope legis

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 3/2020 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 03/01/2020 R.G.N. 972/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio del

07/12/2021 dal Consigliere Dott. AMENDOLA FABRIZIO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. la Corte di Appello di Lecce, con la sentenza impugnata, ha rigettato l’appello proposto da A.J.M., originario della Nigeria, avverso la decisione di primo grado che aveva respinto il ricorso con il quale la competente Commissione territoriale aveva, a sua volta, rigettato la domanda di protezione internazionale proposta dall’interessato, escludendo altresì la sussistenza dei presupposti per la protezione umanitaria;

2. la Corte, dopo aver premesso che l’impugnazione aveva ad oggetto il mancato riconoscimento della protezione sussidiaria e umanitaria, ha ritenuto generico ed inverosimile quanto narrato dal richiedente protezione, circa l’essere fuggito dal paese di origine dopo aver ucciso la prima moglie del padre, aggiungendo che si tratterebbe comunque “di un fatto penalmente rilevante perseguibile in qualunque stato civile”; la Corte ha poi condiviso la sentenza di primo grado, in base alla quale, “nonostante la situazione interna della Nigeria”, l’istante non sarebbe esposto, in caso di rimpatrio, “ad una condanna a morte o a tortura” ovvero “a un grave rischio per la sua incolumità”; infine vengono negati anche i presupposti per la concessione della protezione umanitaria, “ritenuto chi il richiedente non risulta affetto da stati patologici di rilievo, è di età adulta e non appare possedere i profili di vulnerabilità”;

3. ha proposto ricorso per la cassazione del provvedimento impugnato il soccombente con 6 motivi, illustrati anche da memoria; il Ministero dell’Interno ha depositato “atto di costituzione” per il tramite dell’Avvocatura Generale dello Stato al solo fine di una eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. con il primo motivo di ricorso si denuncia la nullità della sentenza e l’apparenza della motivazione impugnata in ordine alla ritenuta non credibilità del racconto da parte della Corte di Appello, che “ha omesso di acquisire ogni tipo di informazione sia di carattere generale che con riguardo alla vicenda personale del ricorrente”; con il secondo si denuncia la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2017, art. 3 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, per “omesso esame del ricorrente”; con il terzo motivo si denuncia la violazione del potere-dovere ufficioso del giudice di acquisire informazioni e documenti rilevanti, anche avuto riguardo alla situazione epidemica in Nigeria dovuta alla Febbre di Lassa; con il quarto si lamenta la violazione e la falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 7 e 14, per la mancata concessione della protezione sussidiaria, “senza alcuna motivazione reale e/o riferimento ad alcuna fonte COI o report aggiornato”; con gli ultimi due motivi di ricorso si deduce la violazione e la falsa applicazione di numerose disposizioni di legge in materia di disciplina della protezione umanitaria, criticando diffusamente la Corte territoriale per non aver proceduto al dovuto giudizio di comparazione, avuto riguardo anche alla situazione personale del ricorrente;

2. il Collegio giudica i motivi, congiuntamente esaminabili per reciproca connessione, fondati nei sensi espressi dalla motivazione che segue, fermo restando che la statuizione della Corte di Appello, che ha limitato l’oggetto dell’impugnazione alla protezione sussidiaria e a quella umanitaria, non risulta attinta da alcune censura in questa sede;

2.1. innanzitutto, va evidenziato che, secondo un condiviso orientamento di legittimità, la valutazione della credibilità soggettiva del richiedente deve essere il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione, da compiere non sulla base della mera mancanza di riscontri obiettivi ma alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, e tenendo conto della situazione individuale e delle circostanze personali del richiedente (di cui al D.Lgs. cit., art. 5, comma 3, lett. c)), senza dare rilievo esclusivo e determinante a mere discordanze o contraddizioni su aspetti secondari o isolati del racconto (Cass. n. 2956 del 2020; Cass. n. 13257 del 2020); la questione rileva sotto il profilo della violazione di legge e non come omesso esame di fatto decisivo, e cioè come violazione delle regole procedimentali poste dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, per inosservanza del dovere di cooperazione istruttoria (v. Cass. 26921 del 2017; Cass. n. 8282 del 2013; Cass. n. 24064 del 2013; Cass. n. 16202 del 2012);

in secondo luogo, deve precisarsi che il dovere di cooperazione istruttoria del giudice, una volta assolto da parte del richiedente asilo il proprio onere di allegazione, sussiste sempre, anche in presenza di una narrazione dei fatti attinenti alla vicenda personale nella quale siano presenti aspetti contraddittori che ne mettano in discussione la credibilità, in quanto è finalizzato proprio a raggiungere il necessario chiarimento su realtà e vicende che presentano una peculiare diversità rispetto a quelle di altri paesi e che, solo attraverso informazioni acquisite da fonti affidabili, riescono a dare una logica spiegazione alla narrazione del richiedente (Cass. n. 3016 del 2019; Cass. n. 24010 del 2020);

in terzo luogo, va osservato che il riferimento operato dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, alle “fonti informative privilegiate” deve essere interpretato nel senso che è onere del giudice specificare la fonte in concreto utilizzata e il contenuto dell’informazione da essa tratta e ritenuta rilevante ai fini della decisione (Cass. n. 13255 del 2020); in particolare, le informazioni acquisite devono essere pertinenti rispetto alla questione posta, perché tale accertamento può senza dubbio “rilevare, ai fini della valutazione sulla credibilità delle dichiarazioni, sotto il profilo della coerenza esterna del narrato” (da ultimo; Cass. n. 22825 del 2021);

nel caso in esame la Corte territoriale ha operato una valutazione di non credibilità del racconto con affermazioni apodittiche, senza alcun riferimento alla procedimentalizzazione legale prevista dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, e senza acquisire fonti informative, neanche avuto riguardo alla possibilità che il reato dichiarato dal richiedente protezione possa essere punito con la pena capitale;

2.2. quanto poi alla valutazione delle condizioni socio-politiche del Paese d’origine del richiedente, essa deve avvenire, mediante integrazione istruttoria officiosa, tramite l’apprezzamento di tutte le informazioni, generali e specifiche di cui si dispone pertinenti al caso, aggiornate al momento dell’adozione della decisione, sicché il giudice del merito non può limitarsi a valutazioni solo generiche ovvero omettere di individuare le specifiche fonti informative da cui vengono tratte le conclusioni assunte (ex plurimis, Cass. n. 17069 del 2018, n. 3016 del 2019, n. 13897 del 2019); in particolare, ai fini della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), il giudice è tenuto anche d’ufficio a verificare – utilizzando fonti attendibili per scrutinare le “COI” (Country of origin information) – se nel Paese di origine sia oggettivamente sussistente una situazione di violenza indiscriminata talmente grave da costituire ostacolo al rimpatrio del richiedente (Cass. n. 19716 del 2018); dovere di fondare la decisione su COI aggiornate e precise che sussiste, peraltro, anche in presenza di una narrazione del richiedente non credibile e contraddittoria, posto che l’ipotesi di danno grave di cui alla lett. c), trovando fondamento in una situazione di violenza indiscriminata e diffusa di grave intensità, non richiede la prova di alcuna personalizzazione del rischio (Cass. n. 10286 del 2020; Cass. n. 8819 del 2020; Cass. n. 5324 del 2021); nella specie, invece, la motivazione della sentenza impugnata nega la protezione sussidiaria in discorso, senza neanche specificare le fonti internazionali consultate;

2.3. infine, i giudici d’appello hanno omesso di effettuare il giudizio comparativo così come prescritto in materia di protezione umanitaria dalle Sezioni unite di questa Corte che, innanzitutto (sent. n. 29459 del 2019), hanno condiviso l’orientamento che assegna rilievo centrale alla valutazione comparativa tra il grado d’integrazione effettiva nel nostro paese e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel paese di origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale (indirizzo inaugurato da Cass. n. 4455 del 2018, seguita, tra varie, da Cass. n. 11110 del 2019 e da Cass. n. 12082 del 2019); successivamente le stesse Sezioni unite (sent. n. 24413 del 2021) hanno precisato che, ai fini di detta valutazione comparativa, occorre attribuire alla condizione del richiedente nel paese di provenienza un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nella società italiana, fermo restando che situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel paese originario possono fondare il diritto alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione in Italia; qualora poi si accerti che tale livello è stato raggiunto e che il ritorno nel paese d’origine renda probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare tali da recare un “vulnus” al diritto riconosciuto dall’art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, per riconoscere il permesso di soggiorno;

2.4. non possono, invece, trovare accoglimento le censure relative alla mancata audizione del richiedente protezione ed alla pretesa insufficiente valutazione della situazione determinata in Nigeria dalla Febbre di Lassa, in quanto prive della necessaria specificità, in violazione del canone ancora di recente ribadito dalle Sezioni unite di questa Corte (v. Cass. SS.UU. n. 23745 del 2020; v. pure, Cass. n. 4905 del 2020; Cass. n. 16700 del 2020, Cass. n. 5001 del 2018);

3. conclusivamente il ricorso deve essere accolto nei limiti di quanto esposto, con cassazione della sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvio al giudice indicato in dispositivo che si uniformerà a quanto statuito, provvedendo anche sulle spese.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso per quanto di ragione, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di Appello di Lecce, in diversa composizione, anche per le spese.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 7 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 20 gennaio 2022

 

 

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