Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1834 del 20/01/2022

Cassazione civile sez. lav., 20/01/2022, (ud. 07/12/2021, dep. 20/01/2022), n.1834

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5325-2020 proposto da:

Z.A., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA CANCELLERIA

DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato MARCO CAVICCHIOLI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO – Commissione Territoriale per il

Riconoscimento della Protezione Internazionale presso la Prefettura

di Novara, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e

difeso ope legis dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui

Uffici domicilia in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 1048/2019 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 19/06/2019 R.G.N. 573/25018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio del

07/12/2021 dal Consigliere Dott. AMENDOLA FABRIZIO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. la Corte di Appello di Torino, con la sentenza impugnata, ha rigettato l’appello proposto da Z.A., originario del Punjab pakistano, avverso la decisione di primo grado che aveva respinto il ricorso con il quale la competente Commissione territoriale aveva, a sua volta, rigettato la domanda di protezione internazionale proposta dall’interessato, escludendo altresì la sussistenza dei presupposti per la protezione umanitaria;

2. la Corte, dopo aver ritenuto che il giudizio di primo grado di non credibilità di quanto narrato dal richiedente protezione non risultava adeguatamente confutato nell’atto di appello, ha negato – per quanto qui ancora interessa – la ricorrenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), “considerato che il Pakistan non versa in una situazione di conflitto armato generalizzato”; ha negato pure la protezione umanitaria, stante la non credibilità della vicenda personale riferita dall’istante e la considerazione che il “lavorare in maniera più o meno continuativa ritraendone quanto necessario alla sopravvivenza in Italia non risulta sufficiente ad ottenere il rilascio del permesso di soggiorno in questione”;

3. ha proposto ricorso per la cassazione del provvedimento impugnato il soccombente con 3 motivi; il Ministero dell’Interno ha depositato “atto di costituzione” per il tramite dell’Avvocatura Generale dello Stato al solo fine di una eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. con il primo motivo di ricorso si denuncia la “violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3”, oltre che omesso esame della situazione “della regione autonoma del Nord Punjab”, lamentando che, nel negare la situazione di violenza generalizzata in detta zona, la sentenza impugnata “indica un mero rimando al sito internet dove il rapporto internazionale (l’unico) sul quale si fonda la motivazione sarebbe reperibile, senza però riportarne (neppure per estratto) il contenuto e neppure il periodo temporale di riferimento”; con il secondo motivo si censura la stessa statuizione per violazione dell’art. 183 c.p.c., comma 8, e dell’art. 115 c.p.c., perché la Corte territoriale non avrebbe considerato gli elementi probatori addotti dallo Zaib, assumendo genericamente informazioni sul Pakistan senza considerare in concreto che la regione del Nord Punjab è collocata a confine del teatro di un conflitto ultradecennale tra Pakistan, India e Cina;

2. i motivi, congiuntamente esaminabili per reciproca connessione avuto riguardo alla negata protezione sussidiaria, sono fondati per quanto segue;

la valutazione delle condizioni socio-politiche del Paese d’origine del richiedente deve avvenire, mediante integrazione istruttoria officiosa, tramite l’apprezzamento di tutte le informazioni, generali e specifiche di cui si dispone pertinenti al caso, aggiornate al momento dell’adozione della decisione, sicché il giudice del merito non può limitarsi a valutazioni solo generiche ovvero omettere di individuare le specifiche fonti informative da cui vengono tratte le conclusioni assunte (ex plurimis, Cass. n. 17069 del 2018, n. 3016 del 2019, n. 13897 del 2019); in particolare, ai fini della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), il giudice è tenuto anche d’ufficio a verificare – utilizzando fonti attendibili per scrutinare le “COI” (Country of origin information) – se nel Paese di origine sia oggettivamente sussistente una situazione di violenza indiscriminata talmente grave da costituire ostacolo al rimpatrio del richiedente (Cass. n. 19716 del 2018); dovere di fondare la decisione su COI aggiornate e precise che sussiste, peraltro, anche in presenza di una narrazione del richiedente non credibile e contraddittoria, posto che l’ipotesi di danno grave di cui alla lett. c), trovando fondamento in una situazione di violenza indiscriminata e diffusa di grave intensità, non richiede la prova di alcuna personalizzazione del rischio (Cass. n. 10286 del 2020; Cass. n. 8819 del 2020; Cass. n. 5324 del 2021);

nella specie, la motivazione della sentenza impugnata nega la protezione sussidiaria in discorso, senza adeguatamente specificare le fonti internazionali consultate e la loro datazione, in modo da poterne verificare l’attualità (cfr. Cass. n. 28632 del 2020), facendo generico riferimento ad un collegamento internet; inoltre, non si precisa se le fonti consultate siano state vagliate con riguardo alla zona di confine del Pakistan che l’appellante aveva dedotto essere “luogo di un conflitto a bassa intensità che perdura da oltre 40 anni”;

3. parimenti merita accoglimento il terzo motivo, con cui si critica la sentenza impugnata per avere disconosciuto i presupposti per il rilascio del permesso per motivi umanitari, senza effettuare la dovuta comparazione tra il livello di integrazione raggiunto in Italia dall’istante e “la situazione di pericolo presente nella regione di origine per la popolazione civile”;

invero, i giudici d’appello hanno omesso di effettuare il giudizio comparativo così come prescritto in materia di protezione umanitaria dalle Sezioni unite di questa Corte che, innanzitutto (sent. n. 29459 del 2019), hanno condiviso l’orientamento che assegna rilievo centrale alla valutazione comparativa tra il grado d’integrazione effettiva nel nostro paese e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel paese di origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale (indirizzo inaugurato da Cass. n. 4455 del 2018, seguita, tra varie, da Cass. n. 11110 del 2019 e da Cass. n. 12082 del 2019); successivamente le stesse Sezioni unite (sent. n. 24413 del 2021) hanno precisato che, ai fini di detta valutazione comparativa, occorre attribuire alla condizione del richiedente nel paese di provenienza un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nella società italiana, fermo restando che situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel paese originario possono fondare il diritto alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione in Italia; qualora poi si accerti che tale livello è stato raggiunto e che il ritorno nel paese d’origine renda probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare tali da recare un “vulnus” al diritto riconosciuto dall’art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, per riconoscere il permesso di soggiorno;

le Sezioni unite da ultimo citate hanno anche esemplificativamente affermato che “un livello elevato d’integrazione effettiva nel nostro Paese” è “desumibile da indici socialmente rilevanti quali la titolarità di un rapporto di lavoro (pur se a tempo determinato, costituendo tale forma di rapporto di lavoro quella più diffusa, in questo momento storico, di accesso al mercato del lavoro), la titolarità di un rapporto locatizio, la presenza di figli che frequentino asili o scuole, la partecipazione ad attività associative radicate nel territorio di insediamento”; mentre nella specie la Corte territoriale ha negato, in radice, rilevanza al “lavorare in maniera più o meno continuativa” in Italia;

inoltre, il difetto d’intrinseca credibilità sulla vicenda individuale e sulle deduzioni ed allegazioni relative al rifugio politico ed alla protezione sussidiaria, non estende i suoi effetti anche sulla domanda riguardante il permesso umanitario, poiché essa è assoggettata ad oneri deduttivi ed allegativi in parte diversi, che richiedono un esame autonomo delle condizioni di vulnerabilità, dovendo il giudice attivare anche su tale domanda, ove non genericamente proposta, il proprio dovere di cooperazione istruttoria (Cass. n. 7985 del 2020); l’inattendibilità, in particolare, non può impedire detto accertamento officioso, relativo all’esistenza ed al grado di deprivazione dei diritti umani nell’area di provenienza del richiedente, in ordine all’ipotesi di protezione umanitaria fondata sulla valutazione comparativa tra il grado d’integrazione raggiunto nel nostro paese ed il risultato della predetta indagine officiosa (Cass. n. 16122 del 2020) né può precludere la valutazione, da parte del giudice, delle diverse circostanze che concretizzino una situazione di “vulnerabilità”, da effettuarsi su base oggettiva (Cass. n. 10922 del 2019);

3. conclusivamente il ricorso deve essere accolto nei limiti di quanto esposto, con cassazione della sentenza impugnata in relazione alle censure in dispositivo che si uniformerà a quanto statuito, provvedendo anche sulle spese.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso per quanto di ragione, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di Appello di Torino, in diversa composizione, anche per le spese.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 7 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 20 gennaio 2022

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