Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18339 del 25/07/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 25/07/2017, (ud. 22/06/2017, dep.25/07/2017),  n. 18339

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. DORONZO Adriana – rel. Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3456-2013 proposto da:

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE, UNIVERSITA’ E RICERCA (OMISSIS), in

persona del Ministro pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che

lo rappresenta e difende ope legis;

– ricorrente –

contro

F.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA AGRI 1,

presso lo studio dell’avvocato PASQUALE NAPPI, che la rappresenta e

difende;

– controricorrente –

avverso le sentenze della CORTE D’APPELLO di ANCONA non definitiva n.

377/2011, depositata il 14/3/2012, e definitiva n. 713/2012,

depositata il 02/08/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 22/06/2017 dal Consigliere Dott. DORONZO ADRIANA.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

F.L., assunta alle dipendenze del Ministero della Istruzione, Università e Ricerca con reiterati contratti a tempo determinato, ha chiesto al Tribunale di Ascoli Piceno la dichiarazione di illegittimità dei termini apposti ai contratti di lavoro, con conseguente conversione del rapporto da tempo determinato a tempo indeterminato e la condanna del Ministero al risarcimento del danno;

il Tribunale ha accolto parzialmente la domanda, escludendo la conversione e condannando il Ministero convenuto al pagamento, in favore della lavoratrice, di otto mensilità della retribuzione mensile di fatto;

la sentenza è stata appellata, in via principale, dal Ministero e, in via incidentale dalla F., e la Corte d’appello di Ancona, con sentenza non definitiva, ha accolto in parte gli appelli, condannando il Ministero al pagamento, in favore della ricorrente, di una somma da liquidarsi nel prosieguo del giudizio, pari alla differenza tra la retribuzione spettante al dipendente assunto con contratto a tempo indeterminato e quella effettivamente percepita dalla lavoratrice;

con successiva sentenza (n. 713 del 2012) ha quantificato le somme spettanti alla lavoratrice, escludendo il diritto della lavoratrice alla conversione del rapporto di lavoro;

la Corte territoriale ha ritenuto che la domanda della lavoratrice, fosse fondata alla luce del principio di non discriminazione tra lavoratori di cui all’art. 4 dell’Accordo Quadro attuato con Direttiva 1999/70/CE (oltre che con il D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 6) il quale consente un trattamento differenziato tra lavoratori a tempo determinato e lavoratori a tempo indeterminato sulla base di ragioni oggettive, che non possono essere ravvisate nella mera circostanza che un impiego sia qualificato di ruolo in base all’ordinamento interno e presenti alcuni aspetti caratterizzanti il pubblico impiego;

per la cassazione di entrambe le sentenze ha proposto ricorso il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca sulla base di due motivi;

la parte intimata ha resistito con controricorso;

la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380 – bis c.p.c., è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio non partecipata;

il Collegio ha deliberato di adottare una motivazione semplificata.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

1. Con il primo motivo il Miur eccepisce la nullità della sentenza per violazione dell’art. 118 disp. att. c.p.c., lamentando la mancanza, nella sentenza impugnata, dell’esposizione dello svolgimento del processo e dei fatti rilevanti di causa e la redazione di una motivazione “estremamente succinta è di per sè sola sostanzialmente inintelligibile”.

1.1. Il primo motivo è infondato.

L’assenza del requisito della concisa esposizione dello svolgimento del processo e dei fatti rilevanti della causa – da apprezzarsi esclusivamente in funzione dell’intelligibilità della decisione e della comprensione delle ragioni poste a suo fondamento – configura motivo di nullità della sentenza solo quando non sia possibile individuare gli elementi di fatto considerati nella decisione: ciò alla luce del principio di strumentalità delle forme, per il quale la nullità non può essere mai dichiarata se l’atto ha raggiunto il suo scopo (art. 156 c.p.c., comma 3), e in considerazione del collegamento di tipo logico e funzionale tra l’indicazione in sentenza dei fatti di causa e le ragioni poste dal giudice a fondamento della decisione, collegamento che lo stesso legislatore, nel modificare l’art. 132 cit., ha espressamente stabilito (Cass. 10/11/2010, n. 22845; v. pure Cass. ord. 20/01/2015, n. 920);

alla luce di questo principio, la critica svolta dal motivo non appare fondata, dal momento che dalla lettura della sentenza risultano chiaramente, anche se in forma succinta, l’oggetto del giudizio (costituito dalla impugnativa di una serie di contratti a termine e della domanda di conversione del rapporto di lavoro da tempo determinato in rapporto a tempo indeterminato e di risarcimento dei danni), i motivi di doglianza (incentrati sul rigetto della domanda di conversione, per l’appello della lavoratrice, e sulla quantificazione del danno, forfettariamente liquidato dal tribunale senza alcun riferimento a criteri legali, per l’appello del Ministero), e, infine, le ragioni della decisione, oggetto di specifica censura da parte del Ministero.

Risulta pertanto evidente che la decisione impugnata assolve in misura adeguata al requisito di contenuto richiesto dalla disposizione di legge di cui in ricorso si lamenta la violazione.

2. Con il secondo motivo il MIUR denuncia la violazione del D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368, art. 6; del D.L. n. 70 del 2011, art. 9, comma 18, come convertito dalla L. n. 106 del 2011; della L. 3 maggio 1999, n. 124, art. 4; del D.Lgs. 16 aprile 1994, n. 297, art. 526, e della direttiva 99-70-CE.

2.1. Deduce, in sintesi, la insussistenza di una normativa che riconosca ai lavoratori a tempo determinato gli scatti collegati con l’anzianità di servizio previsti per i lavoratori a tempo indeterminato e ciò sulla base a) del disposto del D.P.R. n. 399 del 1998, art. 3, e della L. 11 luglio 1980, n. 312, art. 53, a norma dei quali deve escludersi il diritto per il periodo pre – ruolo di supplenza a scatti retributivi e la ricostruzione di carriera può essere chiesta solo dal personale di ruolo ad avvenuto superamento del periodo di prova, con effetti decorrenti dalla conferma in ruolo; b) del C.C.N.L. del comparto scuola 4/8/1995, il quale (art. 53) nulla prevede in merito agli scatti di anzianità per i lavoratori assunti con contratto a tempo determinato, ai quali spetta solo il trattamento economico iniziale previsto per il corrispondente personale con contratto di lavoro a tempo indeterminato.

2.2. Sostiene che alle supplenze, stipulate per garantire la continuità del servizio scolastico ed educativo, non si applica la disciplina generale dettata dal D.Lgs. n. 368 del 2001, bensì la normativa di settore, ed in particolare la L. n. 124 del 1999, art. 4; che non è comparabile la posizione dei supplenti, che sottoscrivono ogni anno un nuovo contratto del tutto autonomo rispetto al precedente, con quella dei dipendenti di ruolo, assunti a seguito di concorso. Richiama il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36 e aggiunge che l’Accordo quadro fa salve deroghe dovute a ragioni oggettive, così attribuendo rilievo alle esigenze di specifici settori che giustificano il ricorso alla tipologia contrattuale e le differenziazioni fra lavoratori a tempo determinato ed indeterminato.

3. Il motivo è infondato.

Come già osservato da questa Corte (Cass. n. 22258/2016; Cass. n. 27387/2016; Cass. n. 165/2017; Cass. n. 290/2017, alle cui motivazioni ci si riporta integralmente in quanto del tutto condivise), l’obbligo posto a carico degli Stati membri di assicurare al lavoratore a tempo determinato “condizioni di impiego” che non siano meno favorevoli rispetto a quelle riservate all’assunto a tempo indeterminato “comparabile”, sussiste a prescindere dalla legittimità del termine apposto al contratto, giacchè detto obbligo è attuazione, nell’ambito della disciplina del rapporto a termine, del principio della parità di trattamento e del divieto di discriminazione (Corte di Giustizia 9.7.2015, causa C-177/14, Regojo Dans, punto 32).

3.1. La clausola 4 dell’Accordo quadro è stata più volte oggetto di esame da parte della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che ha affrontato tutte le questioni rilevanti nel presente giudizio rilevandone il carattere incondizionato idoneo alla disapplicazione di qualsiasi contraria disposizione del diritto interno (Corte di Giustizia 15.4.2008, causa C- 268/06, Impact; 13.9.2007, causa C- 307/05, Del Cerro Alonso; 8.9.2011, causa C-177/10 Rosado Santana) ed affermando la esclusione di ogni interpretazione restrittiva, non potendo la riserva in materia di retribuzioni contenuta nell’art. 137, n. 5 del Trattato (oggi 153 n. 5), “impedire ad un lavoratore a tempo determinato di richiedere, in base al divieto di discriminazione, il beneficio di una condizione di impiego riservata ai soli lavoratori a tempo indeterminato, allorchè proprio l’applicazione di tale principio comporta il pagamento di una differenza di retribuzione” (Del Ceno Alonso, cit., punto 42).

3.2. La CGUE ha evidenziato che le maggiorazioni retributive che derivano dalla anzianità di servizio del lavoratore costituiscono condizioni di impiego ai sensi della clausola 4, con la conseguenza che le stesse possono essere legittimamente negate agli assunti a tempo determinato solo in presenza di una giustificazione oggettiva (Corte di Giustizia 9.7.2015, in causa C177/14, Regojo Dans, punto 44, e giurisprudenza ivi richiamata).

3.3. A tal fine non è sufficiente che la diversità di trattamento sia prevista da una norma generale ed astratta, di legge o di contratto, nè rileva la natura pubblica del datore di lavoro e la distinzione fra impiego di ruolo e non di ruolo, perchè la diversità di trattamento può essere giustificata solo da elementi precisi e concreti di differenziazione che contraddistinguano le modalità di lavoro e che attengano alla natura ed alle caratteristiche delle mansioni espletate (Regojo Dans, cit., punto 55 e con riferimento ai rapporti non di ruolo degli enti pubblici italiani Corte di Giustizia 18.10.2012, cause C302/11 e C305/11, Valenza; 7.3.2013, causa C393/11, Bertazzi).

3.4. In questa sede il Ministero, pur affermando l’esistenza di condizioni oggettive a suo dire idonee a giustificare la diversità di trattamento, ha fatto leva su circostanze che prescindono dalle caratteristiche intrinseche delle mansioni e delle funzioni esercitate, le quali sole potrebbero legittimare la disparità.

4. Pertanto, essendo da condividere la proposta del relatore, il ricorso va rigettato con ordinanza, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 5. La novità e la complessità della questione, diversamente risolta dalle Corti territoriali, giustificano la compensazione delle spese del giudizio di legittimità.

Non può trovare applicazione nei confronti delle Amministrazioni dello Stato D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, atteso che le stesse, mediante il meccanismo della prenotazione a debito, sono esentate dal pagamento delle imposte e tasse che gravano sul processo (cfr. Cass. 1778/2016).

PQM

 

rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 – bis.

Motivazione Semplificata.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 22 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 25 luglio 2017

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