Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18326 del 25/07/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 25/07/2017, (ud. 09/02/2017, dep.25/07/2017),  n. 18326

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – rel. Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9915-2016 proposto da:

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

Direttore Centrale Prestazioni, elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA CENTRALE DELL’ISTITUTO,

rappresentato e difeso dagli avvocati ANTONIETTA CORETTI, -VINCENZO

STUMPO, VINCENZO TRIOLO;

– ricorrente –

contro

TARANTINO ANGELA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 437/2016 del TRIBUNALE di FOGGIA, depositata

il 10/02/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 09/02/2017 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO.

Fatto

RAGIONI IN FATTO E IN DIRITTO DELLA

DECISIONE:

L’INPS propone ricorso per cassazione, articolato in quattro motivi, avverso la sentenza n. 437/2016, depositata in data 10 febbraio 2016, con la quale il Tribunale di Foggia in persona del G.o.t. dott.ssa D.S. accoglieva l’opposizione agli atti esecutivi proposta dall’avv. T.A. condannando l’INPS al pagamento della somma capitale di Euro 213,67 oltre accessori di legge, da pagarsi in favore del procuratore antistatario avv. T., e al pagamento delle spese di lite, che liquidava, richiamando il D.M. n. 55 del 2014, in Euro 195,00 per spese ed Euro 4.600,00 per onorari di avvocato, anch’essi da distrarsi in favore dell’antistatario avv. T..

La T., regolarmente intimata, non ha svolto attività difensiva in questa sede.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione in camera di consiglio, in applicazione degli artt. 376, 380 bis e 375 c.p.c., su proposta del relatore, in quanto ritenuto manifestamente fondato.

Il Collegio, all’esito della camera di consiglio, ritiene di condividere la soluzione proposta dal relatore.

Questa la vicenda: dopo una prima procedura esecutiva che si concludeva con l’assegnazione in favore dell’avv. T. e a carico dell’INPS di una somma per spese di lite liquidate in un giudizio, l’avv. T. promuoveva una seconda procedura esecutiva per il recupero coattivo dell’imposta di registro, all’esito della quale il g.e. assegnava le somme pignorate nella misura di un terzo di quanto anticipato dalla T. per il pagamento dell’imposta di registro.

A questa ordinanza proponeva opposizione agli atti la T., il g.e. fissava l’udienza e l’avv. T. provvedeva a notificare il ricorso nel termine fissato, quindi chiedeva la rimessione della causa al giudice tabellarmente competente. Introdotta la fase di merito con il deposito di un ricorso non notificato alla controparte, la T. provvedeva a notificare il ricorso e il decreto per la fissazione della fase di merito solo il 2 ottobre 2015, ben oltre il termine di sessanta giorni decorrenti dall’ordinanza di chiusura della fase sommaria e all’udienza chiedeva ed otteneva di essere rimessa in termini.

Il Tribunale ordinario di Foggia rigettava l’eccezione di inammissibilità dell’INPS ed accoglieva il ricorso, condannando l’INPS come sopra indicato.

Con il primo dei quattro motivi, l’INPS ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione, con conseguente nullità processuale della sentenza impugnata, del combinato disposto degli artt. 93,409,617,618 e 618 bis c.p.c., non avendo il g.o.t. di Foggia dichiarato l’inammissibilità, per tardività della notifica, rispetto al termine perentorio fissato dal giudice, dell’atto diretto ad introdurre il giudizio di merito a norma dell’art. 618 c.p.c., comma 2.

Il motivo è manifestamente fondato.

Occorre richiamare in questa sede i principi già applicati, in fattispecie presentante molti punti di similitudine tra le stesse parti, da Cass. n. 22382/2016:

– A norma dell’art. 618 c.p.c., l’introduzione del giudizio di merito nel termine perentorio fissato dal giudice dell’esecuzione, a seguito dell’esaurimento della fase sommaria, deve avvenire con la forma dell’atto introduttivo relativa al rito con cui va trattata l’opposizione nella fase a cognizione piena, sicchè, ove si applichi ex art. 618 bis c.p.c., comma 1 il rito del lavoro, il giudizio di merito va introdotto con ricorso da depositare nella cancelleria del giudice competente entro il termine perentorio fissato dal giudice (Cass. n. 27527 del 2014);

nel rito del lavoro, l’appello, pur tempestivamente proposto nel termine previsto dalla legge, è improcedibile ove la notificazione del ricorso depositato e del decreto di fissazione dell’udienza non sia avvenuta, non essendo consentito – alla stregua di un’interpretazione costituzionalmente orientata imposta dal principio della cosiddetta ragionevole durata del processo ex,, art. 111, secondo comma, Cost. – al giudice di assegnare, “ex” art. 421 c.p.c., all’appellante un termine perentorio per provvedere ad una nuova notifica a norma dell’art. 291 c.p.c. (Cass. S.U., n. 20604 del 2008).

Sebbene questo secondo principio sia stato affermato dalle Sezioni Unite con riferimento al giudizio di appello, esso è applicabile anche in sede di opposizione agli atti esecutivi, da trattarsi col rito del lavoro, poichè questo è un giudizio tipicamente impugnatorio, per l’introduzione del quale è previsto un termine perentorio.

Deve concludersi pertanto che, in caso di opposizione agli atti esecutivi da introdursi col rito del lavoro, questa, ove tempestivamente proposta nel termine perentorio assegnato dal giudice dell’esecuzione con il deposito del ricorso, è improcedibile ove la notificazione del ricorso notificato e del decreto di fissazione udienza sia mancata, non essendo consentito al giudice di assegnare ex art. 421 c.p.c. all’opponente un termine perentorio per provvedere ad una nuova notifica a norma dell’art. 291 c.p.c..

Pertanto, nel caso di specie, il tribunale adito in sede di merito, alla prima udienza, avrebbe dovuto rilevare la mancata notificazione del ricorso introduttivo, dichiarando improcedibile l’opposizione agli atti esecutivi.

Si aggiunge, per inciso, che oltretutto la T. aveva agito quale distrattaria per la liquidazione delle spese legali e quindi neppure avrebbe potuto legittimamente utilizzare il rito del lavoro.

Il ricorso va accolto e la sentenza impugnata cassata. Poichè non sono necessari altri accertamenti in fatto, questa Corte può decidere nel merito il ricorso. Dato atto di quanto sopra, dichiara improcedibile la opposizione agli atti esecutivi proposta dalla parte qui intimata.

Le spese del giudizio di merito e del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e si liquidano come al dispositivo.

PQM

 

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, dichiara improcedibile l’opposizione agli atti esecutivi proposta dalla parte intimata.

Liquida le spese del giudizio di merito in Euro 630,00, di cui 200,00 per esborsi, e le spese del giudizio di legittimità in Euro 2.000,00, di cui 200,00 per esborsi, oltre contributo spese generali ed accessori.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Corte di cassazione, il 9 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 25 luglio 2017

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