Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18324 del 19/09/2016


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Cassazione civile sez. lav., 19/09/2016, (ud. 05/07/2016, dep. 19/09/2016), n.18324

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MACIOCE Luigi – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – rel. Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 23261-2012 proposto da:

G.G., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA CAIROLI 125, presso lo studio dell’avvocato PIERLUIGI DESIDERI,

rappresentato e difeso dall’avvocato LUCIANO ROMANO, giusta delega

in atti;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE – UFFICIO SCOLASTICO REGIONALE PER LA

CAMPANIA;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1817/2012 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 20/04/2012 R.G.N. 4431/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

05/07/2016 dal Consigliere Dott. DANIELA BLASUTTO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FRESA Mario, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1 La Corte di appello di Napoli, con sentenza n. 1817/2012, ha accolto l’appello proposto dal MIUR – Ufficio scolastico regionale per la Campania – e, in riforma della sentenza di primo grado, ha rigettato l’impugnativa del licenziamento irrogato a G.G., che aveva prestato servizio fino al (OMISSIS) in qualità di collaboratore scolastico presso una scuola elementare del 2^ Circolo didattico di (OMISSIS).

2. Il G., a seguito di una denuncia presentata all’Autorità giudiziaria, era stato indagato per avere il giorno (OMISSIS), mentre era in servizio, molestato una alunna di nove anni e costretto un’altra alunna della medesima età a compiere con lui atti sessuali; il giudizio penale si era concluso con sentenza di patteggiamento ex art. 444 c.p.p. e la condanna alla pena di anni due di reclusione. Il procedimento disciplinare, riattivato a seguito del passaggio in giudicato di tale sentenza, si era quindi concluso con il licenziamento.

3. Il Giudice di primo grado aveva ritenuto che una sentenza di patteggiamento non fosse sufficiente a fondare la responsabilità in sede disciplinare e tanto consentiva di esentare il giudice civile dal valutare comunque gli elementi acquisiti nel procedimento penale al fine di verificare la fondatezza dell’addebito.

4. La Corte di appello ha ritenuto, invece, che tale indagine andasse compiuta e, premesso che la stessa sentenza di patteggiamento della pena costituiva un importante elemento di prova in quanto il G. non aveva giustificato la sua scelta processuale a fronte di una accusa tanto infamante, ha proceduto al riesame del materiale istruttorio acquisito in sede penale (pagg. da 7 a 10 sentenza) ed ha concluso che, dai riscontri testimoniali, doveva ritenersi accertata la sussistenza della più grave condotta posta a fondamento del licenziamento, e cioè l’accusa relativa al compimento da parte del G. di atti sessuali con una delle due alunne.

5. La Corte di appello ha poi affermato che il licenziamento era certamente proporzionato alla gravità del fatto commesso, in quanto il G. aveva approfittato della sua posizione di superiorità psicologica e del rapporto di conoscenza e di familiarità intrattenuto con l’alunna, oltre tutto svolgendo un’attività lavorativa alle dipendenze della P.A., inserito in un contesto educativo e a contatto con soggetti in età formativa.

6. Per la cassazione di tale sentenza il G. propone ricorso affidato a tre motivi, illustrati da memoria ex art. 378 c.p.c. Il MIUR è rimasto intimato.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo si denuncia violazione dell’art. 445 c.p.p., comma 1 bis, per avere il Giudice di appello equiparato quoad effectum la sentenza di patteggiamento ad una sentenza penale di condanna.

Con il secondo motivo il ricorrente si duole della violazione dell’art. 2697 c.c. e della L. n. 604 del 1966, art. 5. La Corte di appello aveva sostanzialmente esonerato il datore di lavoro dall’onere di provare i fatti ascritti al dipendente, posto che il MIUR non aveva articolato in primo grado alcuna prova testimoniale, nè prodotto documentazione comprovante i fatti addebitati.

Con il terzo motivo il ricorrente censura la sentenza per violazione o falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c. in relazione all’utilizzo delle prove testimoniali assunte nel processo penale. Illustra i contenuti delle dichiarazioni, ravvisando quale fatto decisivo per il giudizio l’avere omesso di prendere in esame alcune deposizioni testimoniali e l’averne invece valorizzate altre. Con lo stesso motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2106 c.c. per avere la Corte di appello omesso di considerare l’incensuratezza del ricorrente ai fini del giudizio di proporzionalità della sanzione disciplinare.

2. Il ricorso è palesemente infondato.

3. Nella sentenza 18 dicembre 2009 n. 336 la Corte Costituzionale ha affermato che la circostanza che l’imputato, nello stipulare l’accordo sul rito e sul merito della regiudicanda penale, accetti una determinata condanna, chiedendone o consentendone l’applicazione, sta univocamente a significare che il medesimo ha ritenuto, a quei fini, di non contestare il fatto e la propria responsabilità. Nel richiamare la sentenza delle Sezioni Unite di questa Corte 29 novembre 2005, n. 17781/06, ha osservato che con tale pronuncia, all’esito di una diffusa analisi delle mutazioni subite dall’istituto del patteggiamento, le S.U. sono pervenute alla conclusione di ritenere che, pur non potendosi affermare che quei mutamenti abbiano condotto ad un processo di vera e propria identificazione tra i due tipi di pronuncia, gli stessi stanno comunque univocamente a significare che il regime della equiparazione non consente di rifuggire dall’applicazione di tutte le conseguenze penali della sentenza di condanna che non siano categoricamente escluse.

3.1. La Corte costituzionale ha quindi evidenziato l’erroneità della tesi di chi voglia ritenere che gli effetti del patteggiamento debbano “ontologicamente” differenziarsi da quelli della sentenza ordinaria, salvo le deroghe – espressamente previste – che assimilino le conseguenze derivanti dai due tipi di pronunce (sent. cit.). Ha pure affermato, con riferimento all’art. 24 Cost., comma 2 e art. 111 Cost., comma 2, che la scelta del patteggiamento, rappresenta un diritto per l’imputato – espressivo, esso stesso del più generale diritto di difesa (…) -, al quale si accompagna la naturale accettazione di tutti gli effetti – evidentemente, sia favorevoli che sfavorevoli – che il legislatore ha tassativamente tracciato come elementi coessenziali all’accordo intervenuto tra l’Imputato ed il pubblico ministero ed assentito dalla positiva valutazione del giudice. La circostanza, invero, che l’imputato, nello stipulare l’accordo sul rito e sul merito della regiudicanda, “accetti” una determinata condanna penale, chiedendone o consentendone l’applicazione, sta infatti univocamente a significare che l’imputato medesimo ha ritenuto, a quei fini, di non contestare “il fatto” e la propria “responsabilità” (sent. cit.).

4. Deve dunque affermarsi che anche la scelta del patteggiamento costituisce essa stessa esercizio del diritto di difesa, da cui consegue che è radicalmente da escludersi che le conseguenze di ordine processuale e sostanziale indotte da tale scelta costituiscano al contempo lesione del diritto di difesa.

5. Quanto alla valenza probatoria della sentenza di patteggiamento nel giudizio disciplinare, secondo costante giurisprudenza di questa Corte, la sentenza penale di applicazione della pena ex art. 444 c.p.p. costituisce un indiscutibile elemento di prova per il giudice di merito il quale, ove intenda disconoscere tale efficacia probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui l’imputato avrebbe ammesso una sua insussistente responsabilità ed il giudice penale abbia prestato fede a tale ammissione (Cass. n. 15889 del 2011, S.U. n. 21591 del 2013). Ne consegue che la sentenza di applicazione di pena patteggiata, pur non potendosi configurare come sentenza di condanna, presuppone pur sempre una ammissione di colpevolezza (v. pure Cass. 2168 del 2013, n. 3980 del 2016).

6. La censura secondo cui la Corte di appello avrebbe violato i principi di diritto di cui agli artt. 115 e 116 c.p.c. e art. 2697 c.c. non è fondata, atteso che gli elementi di prova utilizzati dal giudice per la formazione del proprio convincimento – tutti legittimamente acquisiti al giudizio civile – sono stati motivatamente valutati e raccordati in modo logico e coerente, come si evince dalla ricostruzione dettagliata delle emergenze probatorie condotta da pag. 7 a pag. 10 della sentenza impugnata. Il giudice di merito ha così concluso che i fatti, per il forte disvalore sociale che li connotava, erano indubbiamente idonei a ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario.

7. Va pure ricordato che, in tema di valutazione delle risultanze probatorie in base al principio del libero convincimento del giudice, la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. è apprezzabile, in sede di ricorso per cassazione, nei limiti del vizio di motivazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, e deve emergere direttamente dalla lettura della sentenza, non già dal riesame degli atti di causa, inammissibile in sede di legittimità (Cass. n 14267 del 2006; cfr. pure Cass. 12 febbraio 2004 n. 2707). In proposito vale pure aggiungere che costituisce fatto decisivo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel testo applicabile ratione temporis (prima delle modifiche introdotte dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 53, comma 1, lett. b, convertito, con modificazioni, nella L. 7 agosto 2012, n. 134), quello la cui differente considerazione è idonea a comportare, con certezza, una decisione diversa (Cass. n. 18368 del 31 luglio 2013); la nozione di decisività concerne non il fatto sulla cui ricostruzione il vizio stesso ha inciso, bensì la stessa idoneità del vizio denunciato, ove riconosciuto, a determinarne una diversa ricostruzione e, dunque, inerisce al nesso di casualità fra il vizio della motivazione e la decisione, essendo peraltro necessario che il vizio, una volta riconosciuto esistente, sia tale che, se non fosse stato compiuto, si sarebbe avuta una ricostruzione del fatto diversa da quella accolta dal giudice del merito e non già la sola possibilità o probabilità di essa. Infatti, se il vizio di motivazione per omessa considerazione di punto decisivo fosse configurabile solo per il fatto che la circostanza di cui il giudice del merito ha omesso la considerazione, ove esaminata, avrebbe reso soltanto possibile o probabile una ricostruzione del fatto diversa da quella adottata dal giudice del merito, oppure se il vizio di motivazione per insufficienza o contraddittorietà fosse configurabile solo perchè su uno specifico fatto appaia esistente una motivazione logicamente insufficiente o contraddittoria, senza che rilevi se la decisione possa reggersi, in base al suo residuo argomentare, il ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 360, n. 5 si risolverebbe nell’investire la Corte di Cassazione del controllo sic et sempliciter dell’iter logico della motivazione, del tutto svincolato dalla funzionalità rispetto ad un esito della ricostruzione del fatto idoneo a dare luogo ad una soluzione della controversia diversa da quella avutasi nella fase di merito (v., in tal senso, Cass. n. 3668 del 14 febbraio 2013; cfr. pure Cass. n. 22979 del 2004).

8. Nella specie, l’articolazione del terzo motivo si risolve nell’indicare una possibile alternativa, condizionata ad una diversa valutazione dell’intero materiale istruttorio, ossia nel condurre un’operazione palesemente inammissibile nel giudizio di legittimità.

9. Il ricorso va dunque rigettato. Nulla va disposto quanto alle spese del presente giudizio, essendo il Ministero rimasto intimato.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 5 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 19 settembre 2016

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