Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1832 del 20/01/2022

Cassazione civile sez. lav., 20/01/2022, (ud. 07/12/2021, dep. 20/01/2022), n.1832

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5316-2020 proposto da:

E.V., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato MAURO PIGINO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO – Commissione Territoriale per il

Riconoscimento della Protezione Internazionale ed umanitaria presso

la Prefettura UTG di Novara, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso ope legis dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO

STATO presso i cui Uffici domicilia in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI

12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 2059/2019 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 31/12/2019 R.G.N. 385/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio del

07/12/2021 dal Consigliere Dott. AMENDOLA FABRIZIO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. la Corte di Appello di Torino, con la sentenza impugnata, ha rigettato l’appello proposto da E.V., originario della regione del Delta State in Nigeria, avverso la decisione di primo grado che aveva respinto il ricorso con il quale la competente Commissione territoriale aveva, a sua volta, rigettato la domanda di protezione internazionale proposta dall’interessato, escludendo altresì la sussistenza dei presupposti per la protezione umanitaria;

2. la Corte ha, innanzitutto, ritenuto che quanto narrato dal richiedente protezione circa la fuga dalla Nigeria a causa della militanza in un gruppo antigovernativo impegnato in azioni di sabotaggio di impianti petroliferi fosse rimasto “del tutto sfornito di prova”, né “l’appellante, che peraltro nel ricorso in appello non ha più effettuato alcun riferimento alla sua vicenda personale, ha minimamente superato le contraddizioni rilevate dal tribunale nella ordinanza impugnata”; pertanto ha negato – per quanto qui ancora interessa – la ricorrenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), sulla scorta di un rapporto dell’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite del luglio 2016; la Corte ha negato pure la protezione umanitaria, affermando che “non sono motivi sufficienti per ottenere il permesso di soggiorno per ragioni umanitarie l’aver svolto uno o più stage formativi, l’aver seguito corsi di lingua italiana e di scolarizzazione, l’aver lavorato con contratti a tempo determinato o l’aver partecipato ad attività di volontariato”;

3. ha proposto ricorso per la cassazione del provvedimento impugnato il soccombente con 2 motivi; il Ministero dell’Interno ha depositato “atto di costituzione” per il tramite dell’Avvocatura Generale dello Stato al solo fine di una eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. con il primo motivo di ricorso si denuncia la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, oltre che vizi di omessa motivazione, lamentando che la Corte territoriale avrebbe negato la protezione sussidiaria sulla base di accertamenti risalenti a fonti informative del 2016;

2. la censura è fondata;

la valutazione delle condizioni socio-politiche del Paese d’origine del richiedente deve avvenire, mediante integrazione istruttoria officiosa, tramite l’apprezzamento di tutte le informazioni, generali e specifiche di cui si dispone pertinenti al caso, aggiornate al momento dell’adozione della decisione, sicché il giudice del merito non può limitarsi a valutazioni solo generiche ovvero omettere di individuare le specifiche fonti informative da cui vengono tratte le conclusioni assunte (ex plurimis, Cass. n. 17069 del 2018, n. 3016 del 2019, n. 13897 del 2019); in particolare, ai fini della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), il giudice è tenuto anche d’ufficio a verificare – utilizzando fonti attendibili per scrutinare le “COI” (Country of origin information) – se nel Paese di origine sia oggettivamente sussistente una situazione di violenza indiscriminata talmente grave da costituire ostacolo al rimpatrio del richiedente (Cass. n. 19716 del 2018); dovere di fondare la decisione su COI aggiornate e precise che sussiste, peraltro, anche in presenza di una narrazione del richiedente non credibile e contraddittoria, posto che l’ipotesi di danno grave di cui alla lett. c), trovando fondamento in una situazione di violenza indiscriminata e diffusa di grave intensità, non richiede la prova di alcuna personalizzazione del rischio (Cass. n. 10286 del 2020; Cass. n. 8819 del 2020; Cass. n. 5324 del 2021);

nella specie, la motivazione della sentenza impugnata nega la protezione sussidiaria in discorso, facendo generico riferimento ad una fonte informativa risalente al 2016 rispetto a una decisione adottata nel dicembre 2019, quindi priva del requisito dell’attualità e neanche pertinente rispetto alla questione dell’instabilità della regione di provenienza dell’istante asseritamente dovuta alla presenza di impianti petroliferi oggetto di azioni di sabotaggio;

3. parimenti merita accoglimento il secondo motivo, con cui si critica la sentenza impugnata per avere disconosciuto i presupposti per il rilascio del permesso per motivi umanitari, senza effettuare la dovuta comparazione tra il livello di integrazione raggiunto in Italia dall’istante e la condizione che subirebbe nel paese di provenienza;

invero, i giudici d’appello hanno omesso di effettuare il giudizio comparativo così come prescritto in materia di protezione umanitaria dalle Sezioni unite di questa Corte che, innanzitutto (sent. n. 29459 del 2019), hanno condiviso l’orientamento che assegna rilievo centrale alla valutazione comparativa tra il grado d’integrazione effettiva nel nostro paese e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel paese di origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale (indirizzo inaugurato da Cass. n. 4455 del 2018, seguita, tra varie, da Cass. n. 11110 del 2019 e da Cass. n. 12082 del 2019);

successivamente le stesse Sezioni unite (sent. n. 24413 del 2021) hanno precisato che, ai fini di detta valutazione comparativa, occorre attribuire alla condizione del richiedente nel paese di provenienza un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nella società italiana, fermo restando che situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel paese originario possono fondare il diritto alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione in Italia; qualora poi si accerti che tale livello è stato raggiunto e che il ritorno nel paese d’origine renda probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare tali da recare un “vulnus” al diritto riconosciuto dall’art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, per riconoscere il permesso di soggiorno;

le Sezioni unite da ultimo citate hanno anche esemplificativamente affermato che “un livello elevato d’integrazione effettiva nel nostro Paese” è “desumibile da indici socialmente rilevanti quali la titolarità di una rapporto di lavoro (pur se a tempo determinato, costituendo tale forma di rapporto di lavoro quella più diffusa, in questo momento storico, di accesso al mercato del lavoro), la titolarità di un rapporto locatizio, la presenza di figli che frequentino asili o scuole, la partecipazione ad attività associative radicate nel territorio di insediamento”; all’opposto, nella specie, la Corte territoriale ha negato, in radice, rilevanza a: “l’aver svolto uno o più stage formativi, l’aver seguito corsi di lingua italiana e di scolarizzazione, l’aver lavorato con contratti a tempo determinato o l’aver partecipato ad attività di volontariato”;

inoltre, il difetto d’intrinseca credibilità sulla vicenda individuale e sulle deduzioni ed allegazioni relative al rifugio politico ed alla protezione sussidiaria, non estende i suoi effetti anche sulla domanda riguardante il permesso umanitario, poiché essa è assoggettata ad oneri deduttivi ed allegativi in parte diversi, che richiedono un esame autonomo delle condizioni di vulnerabilità, dovendo il giudice attivare anche su tale domanda, ove non genericamente proposta, il proprio dovere di cooperazione istruttoria (Cass. n. 7985 del 2020); l’inattendibilità, in particolare, non può impedire detto accertamento officioso, relativo all’esistenza ed al grado di deprivazione dei diritti umani nell’area di provenienza del richiedente, in ordine all’ipotesi di protezione umanitaria fondata sulla valutazione comparativa tra il grado d’integrazione raggiunto nel nostro paese ed il risultato della predetta indagine officiosa (Cass. n. 16122 del 2020) né può precludere la valutazione, da parte del giudice, delle diverse circostanze che concretizzino una situazione di “vulnerabilità”, da effettuarsi su base oggettiva (Cass. n. 10922 del 2019);

3. conclusivamente il ricorso deve essere accolto, con cassazione della sentenza impugnata in relazione alle censure considerate fondate e rinvio al giudice indicato in dispositivo che si uniformerà a quanto statuito, provvedendo anche sulle spese.

PQM

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di Appello di Torino, in diversa composizione, anche per le spese.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 7 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 20 gennaio 2022

 

 

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