Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1831 del 20/01/2022

Cassazione civile sez. lav., 20/01/2022, (ud. 07/12/2021, dep. 20/01/2022), n.1831

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5306-2020 proposto da:

K.A.P., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato ANDREA CAMPRINI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO – COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI BOLOGNA SEZIONE DI

FORLI’ CESENA, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e

difeso ope legis dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui

Uffici domicilia in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 2205/2019 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 30/07/2019 R.G.N. 1617/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio del

07/12/2021 dal Consigliere Dott. AMENDOLA FABRIZIO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. la Corte di Appello di Bologna, con la sentenza impugnata, in accoglimento dell’appello proposto dal Ministero dell’Interno ha riformato la pronuncia di primo grado che aveva riconosciuto al ricorrente in epigrafe, originario del Togo, il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari;

2. la Corte ha, innanzitutto, ritenuto che “le doglianze formulate nell’atto di appello (del Ministero) non rispondono alla previsione di cui all’art. 342 c.p.c.” quanto alla credibilità del racconto del richiedente protezione, che aveva narrato di essere fuggito dal Togo per ragioni di persecuzione religiosa; tuttavia la Corte, in accoglimento della relativa impugnazione, ha negato la sussistenza dei presupposti per la concessione della protezione umanitaria, non essendo all’uopo sufficiente “la generica difficoltà di occupazione o la presenza nel paese di provenienza di una situazione anche diffusa di povertà”;

3. ha proposto ricorso per la cassazione del provvedimento impugnato il soccombente con 2 motivi; il Ministero dell’Interno ha depositato “atto di costituzione” per il tramite dell’Avvocatura Generale dello Stato al solo fine di una eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. con il primo motivo di ricorso si denuncia la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, criticando la sentenza impugnata per avere negato i presupposti per il permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, invece riconosciuto in primo grado, sulla base di una valutazione di non credibilità del racconto dell’istante; con il secondo motivo si lamenta la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, perché la Corte territoriale non ha effettuato la dovuta comparazione tra il livello di integrazione raggiunto in Italia dall’istante, documentata anche dall’avere conseguito la licenza media e dall’essere iscritto alle scuole superiori in Italia, e la condizione che subirebbe nel paese di provenienza;

2. le censure, congiuntamente esaminabili per connessione, sono fondate per quanto segue;

invero, i giudici d’appello hanno omesso di effettuare il giudizio comparativo così come prescritto in materia di protezione umanitaria dalle Sezioni unite di questa Corte che, innanzitutto (sent. n. 29459 del 2019), hanno condiviso l’orientamento che assegna rilievo centrale alla valutazione comparativa tra il grado d’integrazione effettiva nel nostro paese e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel paese di origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale (indirizzo inaugurato da Cass. n. 4455 del 2018, seguita, tra varie, da Cass. n. 11110 del 2019 e da Cass. n. 12082 del 2019); successivamente le stesse Sezioni unite (sent. n. 24413 del 2021) hanno precisato che, ai fini di detta valutazione comparativa, occorre attribuire alla condizione del richiedente nel paese di provenienza un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nella società italiana, fermo restando che situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel paese originario possono fondare il diritto alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione in Italia; qualora poi si accerti che tale livello è stato raggiunto e che il ritorno nel paese d’origine renda probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare tali da recare un “vulnus” al diritto riconosciuto dall’art. 8 della Convenzione EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, per riconoscere il permesso di soggiorno;

le Sezioni unite da ultimo citate hanno anche esemplificativamente affermato che “un livello elevato d’integrazione effettiva nel nostro Paese” è “desumibile da indici socialmente rilevanti quali la titolarità di un rapporto di lavoro (pur se a tempo determinato, costituendo tale forma di rapporto di lavoro quella più diffusa, in questo momento storico, di accesso al mercato del lavoro), la titolarità di un rapporto locatizio, la presenza di figli che frequentino asili o scuole, la partecipazione ad attività associative radicate nel territorio di insediamento”;

inoltre, anche il difetto d’intrinseca credibilità sulla vicenda individuale e sulle deduzioni ed allegazioni relative al rifugio politico ed alla protezione sussidiaria non estende i suoi effetti anche sulla domanda riguardante il permesso umanitario, poiché essa è assoggettata ad oneri deduttivi ed allegativi in parte diversi, che richiedono un esame autonomo delle condizioni di vulnerabilità, dovendo il giudice attivare anche su tale domanda, ove non genericamente proposta, il proprio dovere di cooperazione istruttoria (Cass. n. 7985 del 2020); l’inattendibilità, in particolare, non può impedire detto accertamento officioso, relativo all’esistenza ed al grado di deprivazione dei diritti umani nell’area di provenienza del richiedente, in ordine all’ipotesi di protezione umanitaria fondata sulla valutazione comparativa tra il grado d’integrazione raggiunto nel nostro paese ed il risultato della predetta indagine officiosa (Cass. n. 16122 del 2020) né può precludere la valutazione, da parte del giudice, delle diverse circostanze concretizzino una situazione di “vulnerabilità”, da effettuarsi su base oggettiva (Cass. n. 10922 del 2019);

3. conclusivamente il ricorso deve essere accolto, con cassazione della sentenza impugnata in relazione alle censure considerate fondate e rinvio al giudice indicato in dispositivo che si uniformerà a quanto statuito, provvedendo anche sulle spese.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso per quanto di ragione, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di Appello di Bologna, in diversa composizione, anche per le spese.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 7 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 20 gennaio 2022

 

 

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