Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18307 del 19/09/2016


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Cassazione civile sez. lav., 19/09/2016, (ud. 17/05/2016, dep. 19/09/2016), n.18307

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ANTONIO Enrica – Presidente –

Dott. BERRINO Umberto – Consigliere –

Dott. DORONZO Adriana – Consigliere –

Dott. RIVERSO Roberto – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 17736/2010 proposto da:

LA CASTELNUOVESE SOCIETA’ COOPERATIVA A R.L., C.F. (OMISSIS), in

persona del legale rappresentante pro tempore elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA DELLE TRE MADONNE 8, presso lo studio degli

avvocati MAURIZIO MARAZZA, MARCO MARAZZA, DOMENICO DE FEO, che la

rappresentarmi e difendono giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

– I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, C.F.

(OMISSIS), in persona del suo Presidente e legale rappresentante pro

tempore, in proprio o quale mandatario della S.C.C.I. S.P.A.

Società di cartolarizzazione dei Crediti I.N.P.S. C.F. (OMISSIS),

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso

l’Avvocatura Centrale dell’Istituto, rappresentati e difesi dagli

avvocati LELIO MARITATO, ANT0hINO SGROI, LUIGI CALIULO, giusta

delega in atti;

– I.N.A.I.L. – ISTITUTO NAZIONALE PER L’ASSICURAZIONE CONTRO GLI

INFORTUNI SUL LAVORO C.f. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente DOMICILIATO in ROMA, VIA

IV NOVEMBRE 144, presso studio degli avvocati TOTA GRAZIA e LORELLA

FRACCONA’, che lo rappresentano e difendono giusta delega in atti;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 335/2010 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 25/03/2010 R.G.N. 783/3009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

11/05/2016 dal Consigliere Dott. FRANCESCA SPENA;

udito l’Avvocato MAPAZZA MAURIZIO;

udito l’avvocato SGROI ANTONINO;

udito l’Avvocato CATALANO GIANDOMENICO per delega Avvocato FRASCONA’

LORELLA;

udito il P.M. in persona dei Sostituto Procuratore Generale Dott.

SANLORENZO Rita, che ha concluso per l’inammissibiiità in subordine

rigetto del ricorso.

Fatto

Con ricorso al Tribunale di Arezzo la società CASTELNUOVESE soc. coop a r.l. impugnava il verbale di accertamento congiunto degli enti INPS, INAIL e Direzione Provinciale del Lavoro di Arezzo del (OMISSIS), con il quale veniva contestata la esistenza di rapporti di lavoro subordinato irregolari con i signori G.D., D.M.R., D.M.R. e D.G. – tutti titolari di imprese unipersonali – chiedendo accertarsi la inesistenza delle conseguenti pretese contributive.

Il Tribunale di Arezzo, con sentenza del 13.1.2009 (nr. 26/09), accoglieva la domanda.

Con separati ricorsi (rispettivamente del 22.5.2009 e 15.1.2010) l’INPS e l’INAIL appellavano la sentenza; riuniti i giudizi, la Corte d’Appello di Firenze, con sentenza del 12.3/25.3.2010 (nr. 335/2010), in accoglimento degli appelli ed in riforma della sentenza impugnata, rigettava la domanda proposta in primo grado dalla società cooperativa.

Il giudice dell’appello, diversamente dal giudice del primo grado, riteneva raggiunta la prova della esistenza dei rapporti di lavoro subordinato.

Al riguardo riteneva decisive le dichiarazioni rese dagli stessi lavoratori al personale ispettivo, come dai relativi verbali, in quanto univoche, circostanziate, rilasciate nella immediatezza dell’accertamento da soggetti terzi e disinteressati, in reciproco riscontro.

A corroborare il quadro probatorio vi erano gli stessi documenti prodotti dall’appellata; nei contratti di subappalto conclusi con i lavoratori mancava la individuazione di una specifica opera o servizio quale oggetto dell’appalto, in quanto la indicazione “opera in muratura e tamponamento” individuava prestazioni indifferenziate di mano d’opera. Mancava qualsiasi struttura organizzativa di proprietà degli apparenti imprenditori.

Tale quadro non era posto in dubbio delle dichiarazioni dei due testi introdotti dalla società cooperativa, F.A. e FE.MA..

Dalla stessa documentazione prodotta dalla società cooperativa emergeva che i quattro lavoratori fatturavano mensilmente le ore lavorate senza alcuna prova che i compensi fossero correlati non alle ore di lavoro ma allo stato di avanzamento delle opere loro commissionate.

Per la Cassazione della sentenza ricorre la società Cooperativa LA CASTELNUOVESE, articolando due motivi.

Resistono con controricorso INPS ed INAIL.

La parte ricorrente e l’INAIL hanno depositato memoria.

Diritto

1. Con il primo motivo la società cooperativa ricorrente denunzia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – omessa ed insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia ed erronea valutazione delle risultanze istruttorie.

Censura la sentenza per avere attribuito rilievo unicamente ad elementi di prova – le dichiarazioni dei titolari delle ditte unipersonali rese in sede di accertamento – formatisi al di fuori del processo; rileva che il verbale ispettivo fa fede soltanto per quanto il pubblico ufficiale dichiara essersi verificato in sua presenza sicchè le dichiarazioni raccolte potevano essere utilizzate soltanto con valore indiziario, senza sostituirsi a quanto acquisito in giudizio.

Assume inoltre non essere sorretta da adeguata e logica motivazione la affermata inattendibilità delle dichiarazioni dei testi, fondata sul rilievo che le testimonianze erano state rese da persone non disinteressate ed in epoca sospetta: sotto il primo profilo la inattendibilità dei testi era stata ritenuta in via astratta, in ragione della loro qualità di dipendenti aziendali, senza esaminare la veridicità delle dichiarazioni; sotto il secondo profilo le dichiarazioni erano state assunte nel corso del processo, unica sede ed epoca possibili.

Rileva che le prove testimoniali erano univocamente orientate nel senso della qualificazione dei rapporti intercorsi in termini di autonomia e che la sentenza aveva trascurato di considerare che nei cantieri il coordinamento è obbligatorio anche ai fini del rispetto delle norme di sicurezza – ex lege n. 626 del 1994 e D.Lgs. n. 81 del 2008 – applicabili anche in caso di affidamento di singole lavorazioni a lavoratori autonomi.

Neppure era stato considerato il nomen iuris attribuito dalle parti al rapporto, confermato, poi, dal concreto svolgimento di esso e dalle circostanze di fatto successive (il G. aveva avanzato ricorso, con esito favorevole, avverso la cancellazione dall’albo delle imprese artigiane, i signori D.M.R. e D.M.R. non avevano mai rivendicato la esistenza di un rapporto di lavoro subordinato).

Il motivo è inammissibile.

Per costante giurisprudenza di legittimità l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 non conferisce alla Corte di cassazione il potere di riesaminare e valutare il merito della causa ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l’ esame e la valutazione operata dal giudice del merito, al quale soltanto spetta individuare le fonti del proprio convincimento, valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliendo, tra le varie risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione (cfr., ad esempio, in termini, Cassazione civile, sez. 3, 04/03/2010, n. 5205 Cass 6 marzo 2006, n. 4766. Sempre nella stessa ottica, altresì, Cass. 27 febbraio 2007, n. 4500; Cass. 19 dicembre 2006, n. 27168; Cass. 8 settembre 2006, n. 19274; Cass. 25 maggio 2006, n. 12445). Non incorre, dunque, nel vizio di omesso esame o di insufficiente motivazione il giudice del merito che, nel sovrano apprezzamento delle prove, attinga il proprio convincimento agli elementi istruttori che ritenga più attendibili ed idonei alla risoluzione della controversia.

Ne consegue (ex plurimis: Cass. n. 10156 del 2004) che, per poter configurare il vizio di omessa motivazione su un asserito fatto decisivo della controversia è necessario un rapporto di causalità fra la circostanza che si assume trascurata e la soluzione giuridica data alla controversia, tale da far ritenere che quella circostanza, se fosse stata considerata, avrebbe portato ad una diversa soluzione della vertenza. In particolare, il mancato esame di elementi probatori, contrastanti con quelli posti a fondamento della pronunzia, costituisce vizio di omesso esame di un fatto decisivo solo se le risultanze processuali non esaminate siano tali da invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l’efficacia probatoria delle altre risultanze sulle quali il convincimento è fondato, onde la ratio decidendi venga a trovarsi priva di base.

Nella fattispecie di causa il giudice del merito ha fondato il proprio convincimento sull’esame complessivo delle risultanze istruttorie (così a foglio 5 della sentenza impugnata) pur ritenendo già in sè decisive le dichiarazioni rese in sede ispettiva dai lavoratori, che costituiscono elemento di prova liberamente valutabile al pari delle altre risultanze processuali. In particolare oltre alle dichiarazioni dei lavoratori ha considerato il contenuto dei contratti di subappalto e delle fatture, documenti prodotti dalla stessa società appellata. La società ricorrente non individua alcun fatto non considerato in sentenza avente carattere decisivo ma compie piuttosto delle valutazioni, comunque prive di decisività, fondate sulla normativa di legge in materia di sicurezza o sui contratti di appalto conclusi tra le parti.

Nè si ravvisa il vizio di insufficienza della motivazione; il giudice del merito ha congruamente motivato il giudizio di prevalenza delle fonti di prova che lo hanno indotto al suo convincimento rispetto ai contenuti della prova testimoniale, ricavando, anzi, anche dai contenuti di essa, esaminati in sentenza, ulteriori elementi a supporto della decisione.

In sostanza il motivo si risolve in una richiesta di revisione del ragionamento decisorio piuttosto che in una denunzia di un vizio di legittimità.

2. Con il secondo motivo la cooperativa ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – falsa ed erronea applicazione dell’art. 2697 c.c..

Assume la ricorrente che la Corte territoriale avrebbe dovuto dichiarare la natura autonoma della attività degli artigiani in quanto al processo non risultava acquisito alcun elemento di prova in ordine alla subordinazione. Al riguardo riproduce i contenuti delle dichiarazioni rese dai lavoratori in sede ispettiva, del libero interrogatorio del legale rappresentante, di alcune delle dichiarazioni del teste F..

Il motivo è infondato.

La violazione della regola di cui all’art. 2697 c.c. viene in rilievo nelle sole fattispecie in cui il giudice del merito, in assenza della prova del fatto controverso, applichi la regola di giudizio basata sull’onere della prova, individuando come soccombente la parte onerata della prova; è in tale eventualità che il soccombente può dolersi della non corretta ripartizione del carico della prova.

Nell’ipotesi di causa la Corte territoriale ha ritenuto positivamente provata la esistenza della subordinazione dei quattro lavoratori sicchè non hanno influito sulla decisione la distribuzione dell’onere probatorio e le conseguenze del suo mancato assolvimento.

Peraltro nella sentenza il giudice dell’appello ha correttamente premesso essere a carico degli enti previdenziali l’onere della prova.

Il motivo in realtà nei suoi contenuti sollecita questa Corte, sub specie di violazione dell’art. 2697 c.c., a compiere un non consentito nuovo esame degli elementi probatori.

Il ricorso deve essere conclusivamente respinto.

Le spese seguono la soccombenza.

PQM

Rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 100 per spese ed Euro 3.500 per compensi professionali nei confronti dell’INPS ed Euro 100 per spese ed Euro 3.800 per compensi professionali nei confronti dell’INAIL, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Cosi deciso in Roma, il 11 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 19 settembre 2016

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