Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18300 del 19/09/2016

Cassazione civile sez. I, 19/09/2016, (ud. 26/05/2016, dep. 19/09/2016), n.18300

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI PALMA Salvatore – Presidente –

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – rel. Consigliere –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 20862/2014 proposto da:

J.I.W.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

ALFREDO CASELLA 4, presso l’avvocato CINZIA CAVERNI, rappresentato e

difeso dagli avvocati GIANCARLO CAIAFFA, SERENA DE PASCALIS, giusta

procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

B.M.;

– intimata –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA, depositato il

18/07/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

26/05/2016 dal Consigliere Dott. MARIA CRISTINA GIANCOLA;

udito, per il ricorrente, l’Avvocato G. CAIAFA che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CERONI Francesca, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con provvedimento n. 429 del febbraio 2014 il Tribunale di Rimini, in parziale accoglimento delle richieste avanzate con ricorso depositato il 12.4.2013 da B.M., disponeva l’affidamento esclusivo a quest’ultima del figlio minorenne J.J., nato il (OMISSIS) dall’unione della stessa con il convenuto contumace J.I.W.M., cittadino statunitense; nel contempo confermava il contributo paterno di mantenimento fissato in Euro 800,00 mensili col precedente decreto del 7.09.2012 reso ai sensi dell’art. 148 c.c. (all’epoca in vigore), dal Presidente del medesimo Tribunale. Con decreto del 18.07.2014 la Corte di appello di Bologna rigettava il reclamo proposto dal J.I., che condannava a rifondere alla B. le spese di lite.

La Corte territoriale osservava e riteneva che:

– il J., senza contestare l’affidamento esclusivo del figlio alla madre, aveva chiesto col reclamo l’azzeramento o la riduzione ad Euro 200,00 del proprio contributo al mantenimento del bambino. sostenendo che il previsto importo di Euro 800,00 era divenuto eccessivo e comunque inadeguato alle proprie capacità economico-reddituali, tenuto conto del fatto che dal 2008 al 2010, quale musicista impegnato in concerti di noti cantanti di musica leggera, aveva lavorato in maniera sporadica ed usufruito in sostanza solo dei propri risparmi, mentre negli ultimi anni aveva percepito un reddito medio di circa E 20.000,00 annui, con cui aveva dovuto provvedere a plurime spese, in parte connesse al proprio lavoro e in parte connesse al mantenimento degli altri suoi quattro figli, di cui due, maggiori di J., nati e residenti negli (OMISSIS) e due nati (rispettivamente nel (OMISSIS) e nel (OMISSIS)) dalla nuova compagna italiana;

– con comparsa depositata il 15.7.2014 la B. aveva resistito al reclamo eccependone, comunque, in via preliminare l’inammissibilità sul rilievo che il provvedimento impugnato non aveva assunto alcuna effettiva statuizione economica relativa al mantenimento del figlio, essendosi al riguardo limitato a confermare quanto già disposto con il precedente decreto presidenziale del 7.09.2012, non ritualmente opposto dalla controparte e, dunque, divenuto definitivo;

– la Procura Generale presso la Corte di Appello era intervenuta in giudizio con atto del 9.07.2014 chiedendo “che l’assegno di mantenimento sia determinato in base alla reale capacità economica del reclamante e alle effettive esigenze del figlio”;

– le pretese avanzate dal reclamante non potevano trovare accoglimento;

– il mantenimento in misura pari a 800,00 mensili era stato originariamente posto a carico di J.I.W.M. a definizione di un procedimento introdotto dalla B. ai sensi dell’art. 148 c.c. (nella formulazione all’epoca in vigore), procedimento nell’ambito del quale l’odierno reclamante si era costituito per resistere alle avverse pretese (quantificate in Euro 5.000,00 mensili), manifestando la propria disponibilità, come da dichiarazione resa a verbale di udienza dell’8.5.2012, a corrispondere la somma di Euro 800,00 mensili, ovvero proprio la somma che il Presidente del Tribunale di Rimini aveva poi indicato nel provvedimento conclusivo, avverso il quale J.I.W.M. non aveva proposto alcuna rituale opposizione;

– nell’ambito del successivo procedimento instaurato, sempre dalla B., nell’aprile del 2013, avente esclusivamente ad oggetto richieste di affido e decadenza del J.I.W.M. dalla potestà genitoriale, il Tribunale di Rimini, nel provvedere sulle richieste della ricorrente (nei termini sopra indicati), aveva inteso prendere atto e confermare le statuizioni economiche vigenti per il minore in ragione dell’esecutività del precedente decreto presidenziale, statuizioni giudicate congrue, non essendo state rilevate (anche per la contumacia del J.) sopravvenienze tali da indurre d’ufficio ad una modifica:

– quanto alle allegazioni del reclamante relative alla propria condizione economico-reddituale anteriore al 2012 (epoca della emanazione del decreto presidenziale del 7.9.2012), si trattava di argomenti difensivi che non potevano trovare ingresso alcuno nel presente procedimento, in quanto essi avrebbero dovuto essere fatti valere con l’opposizione prevista dal 4 comma dell’art. 148 c.c. (nel testo applicabile ratione temporis), fermo restando che, comunque, era stato lo stesso J. a dichiararsi disponibile a versare la somma di Euro 800.00 mensili per il figlio, giudicando evidentemente tale importo congruo in relazione alle proprie sostanze dell’epoca;

– quanto, invece, alle sopravvenienze relative ad epoca successiva al 2012, si trattava di allegazioni nuove, mai sottoposte al vaglio del Tribunale, anche in ragione della scelta di J.I.W.M. di rimanere contumace nel primo grado del procedimento, come tali inammissibili per la prima volta in sede di reclamo;

– la liquidazione delle spese in favore della B. andava attuata in complessive Euro 6.000,00 per compensi, oltre spese forfettarie, tributi e contributi come per legge, sulla base del valore (indeterminato) della causa e del pregio dell’attività difensiva svolta a favore della ricorrente e con applicazione dei nuovi parametri di cui al D.M. n. 55 del 2014, in vigore;

– sussistevano i presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come mod. dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

Avverso questo provvedimento il J. ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi e notificato il 28.08-109.2014 alla B. che non ha svolto difese.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

A sostegno del ricorso il J. denunzia:

1. “Nullità del decreto della Corte d’Appello di Bologna (di cui al n. 240/2014 r.v.g.) al sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, per violazione e/o falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, e art. 118 disp. att. c.p.c., commi 1 e 2, degli artt. 337 ter e 337 octies c.c., dell’art. 2697 c.c., nonchè degli artt. 115 e 116 c.p.c.”.

Conclusivamente ed in sintesi il ricorrente chiede la cassazione dell’impugnato decreto onde pervenire alla riduzione dell’entità dell’assegno impostogli per il mantenimento del figlio J.J. e ciò considerando le sue allegazioni ovvero con esercizio dei poteri d’ufficio, anche avvalendosi dei fatti di comune esperienza, senza valutare negativamente la sua condotta contumaciale ed applicando correttamente i principi che concorrono a realizzare il requisito di proporzionalità della somministrazione, disciplinati dall’art. 337 ter c.c., comma 4.

Il motivo in tutte le sue articolazioni non ha pregio.

In primo luogo l’impugnato decreto si rivela oltre che aderente al quadro normativo di riferimento pure innovato, puntualmente ed adeguatamente motivato, considerando anche che la motivazione di tale tipologia di provvedimenti, ove necessaria, come nel caso che qui rileva di procedimenti camerali contenziosi, non dev’essere ampia come quella della sentenza, nè succinta, come quella dell’ordinanza, ma può ben essere sommaria, nel senso di sufficiente, in ottemperanza all’obbligo di motivazione imposto dall’art. 111 Cost., sesto comma, a giustificare logicamente la decisione anche in relazione alle difese svolte dalle parti, funzione che nella specie risulta debitamente assolta. Quanto poi al mantenimento del minore le censure che il ricorrente pone si riconducono in parte alla quantificazione in Euro 800,00 mensili che ne è stata attuata col precedente decreto del 7.09.2012, reso ai sensi dell’art. 148 c.c. (all’epoca in vigore) dal Presidente del Tribunale di Rimini, ed in parte al periodo successivo. Le plurime doglianze che attengono alla quantificazione per il primo periodo di tempo decorso sino al 7.09.2012, si rivelano inammissibili per non pertinenza al decisum, giacchè sul punto i giudici del reclamo non hanno adottato alcuna innovativa statuizione di merito (involgente valutazioni delle condizioni personali ed economiche delle parti o il loro pregresso tenore di vita), ma si sono limitati a valorizzare la preclusione in rito alla riconsiderazione della misura dell’apporto per il periodo decorso dalla nascita del tiglio al precedente decreto del 2012, inferita dal fatto che questo provvedimento non era stato dal J. opposto ai sensi dell’art. 148 c.c., commi 3 e 4, conclusione che è rimasta in questa sede incensurata. Anche le doglianze che invece attengono al periodo successivo non meritano favorevole sorte. Di nuovo ed in parte non pertengono alle ragioni della decisione, non contiate ad indebita diretta valenza probatoria attribuita ai fini decisori, alla contumacia del J. nè ad arbitrario diniego di rilievo alle sopravvenienze, ma al mancato rispetto delle regole processuali sui tempi di proposizione della domanda giudiziaria ed in particolare limitate alla declaratoria in rito dell’inammissibilità della pretesa modifica riduttiva dell’apporto paterno, in quanto tardivamente proposta nella seconda fase di reclamo, e non nella prima in cui il J. non si era costituito. Per altra parte le censure s’incentrano del pari inammissibilmente sul mancato esercizio di poteri officiosi, anche d’indole istruttoria, da parte dei giudici di merito e ciò al fine della pretesa riduzione della misura dell’assegno paterno di mantenimento ed in funzione del preminente interesse del minore, certo non ravvisabile nel contenimento d’ufficio dello statuito apporto. frutto di insindacabile pregressa valutazione delle esigenze fondamentali del bambino, oltre che di rinnovata verifica officiosa di non sopravvenuta insufficienza del già determinato importo.

2. “Nullità del decreto della Corte d’Appello di Bologna (di cui al n. 240/2014 r.v.g.) ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, per violazione e/o falsa applicazione degli artt. 91 e 132 c.p.c., degli D.M. 10 marzo 2014, n. 55, art. 4, commi 1 e 5, e art. 5, nonchè per violazione e/o falsa applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come mod. dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17”.

Il motivo è infondato per la parte inerente alla statuizione di condanna del J.I.W.M. al pagamento, in favore della controparte vittoriosa, delle spese processuali del disatteso reclamo, per la cui liquidazione la Corte di merito ha applicato i nuovi parametri del D.M. n. 55 del 2014, ed in base ad essi irreprensibilmente adeguato l’attribuito compenso al valore del definito procedimento camerale di natura contenziosa, tenendo anche logicamente conto del pregio dell’attività giudiziale prestata dal difensore della B.. Il medesimo secondo motivo va invece accolto relativamente alla censura incentrata sull’attestazione della debenza del contributo unificato raddoppiato, che con decisione nel merito va elisa, trattandosi di causa in materia di assegno per il mantenimento della prole e, perciò, di causa esente dal contributo in questione ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 10.

Non deve statuirsi sulle spese del giudizio di legittimità, dato il relativo esito, il rilievo che la B. vittoriosa non ha svolto difese e l’irripetibilità di quelle eccedenti il rapporto processuale con l’intimata.

PQM

La Corte rigetta il primo motivo del ricorso e le censure dei secondo motivo relative alla condanna del J.I.W.M. al pagamento delle spese processuali del reclamo; accoglie l’ulteriore censura sull’attestazione della debenza del contributo unificato raddoppiato, attestazione che con decisione nel merito elide.

Ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, comma 5, in caso di diffusione della presente sentenza si devono omettere le generalità e gli altri dati identificativi delle parti.

Così deciso in Roma, il 25 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 19 settembre 2016

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA