Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1830 del 20/01/2022

Cassazione civile sez. lav., 20/01/2022, (ud. 07/12/2021, dep. 20/01/2022), n.1830

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5302-2020 proposto da:

O.O., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA LUIGI

PIRANDELLO 67/A, presso lo studio dell’avvocato BELMONTE SABRINA,

rappresentato e difeso dall’avvocato FEDELI BRUNO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO – COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI MILANO, in persona

del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ope legis

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 44/2020 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 08/01/2020 R.G.N. 3159/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

07/12/2021 dal Consigliere Dott. AMENDOLA FABRIZIO.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. la Corte di Appello di Milano, con la sentenza impugnata, ha respinto l’appello proposto da O.O., originario della Nigeria, avverso la decisione di primo grado che aveva respinto il ricorso con il quale la competente Commissione territoriale aveva, a sua volta, rigettato la domanda di protezione internazionale proposta dall’interessato, escludendo altresì la sussistenza dei presupposti per la protezione umanitaria;

2. la Corte ha concordato con il Tribunale nel senso di ritenere che la vicenda personale dell’istante, come dallo stesso narrata, non rientrasse tra le ipotesi che consentissero di riconoscere la richiesta protezione internazionale, atteso che era pacifico che l’appellante avesse abbandonato il suo paese esclusivamente per ragioni di carattere economico; quanto, poi, alla protezione umanitaria i giudici del merito non hanno individuato alcun profilo di vulnerabilità, escludendo l’integrazione in Italia e sottolineando che ” O.O. non è comparso all’udienza ed il suo difensore non è stato in grado di fornire alcuna notizia sulla condizione attuale: non si sa dove e con chi il richiedente abiti, come si mantenga, etc.”, mentre – rileva la Corte – ha tutta la sua famiglia a Benin City;

3. ha proposto ricorso per la cassazione del provvedimento impugnato il soccombente con 2 motivi; il Ministero dell’Interno ha depositato “atto di costituzione” per il tramite dell’Avvocatura Generale dello Stato al solo fine di una eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. con il primo motivo di ricorso si denuncia la “erronea interpretazione dei fatti e delle circostanze poste a fondamento della domanda”, indicando la violazione di plurime disposizioni di legge e criticando la sentenza impugnata sia per la valutazione delle dichiarazioni rese richiedente protezione, sia per non aver riscontrato la situazione di violenza indiscriminata nel paese di origine del richiedente protezione; col secondo mezzo ci si duole ancora della “erronea interpretazione dei fatti e delle circostanze poste a fondamento della domanda”, avuto riguardo alla pretesa violazione della disciplina legale in materia di protezione umanitaria, invocando una non meglio specificata “situazione di particolare vulnerabilità del richiedente” in caso di rimpatrio;

2. entrambe le censure, per come formulate, sono inammissibili; ancora di recente le Sezioni unite di questa Corte (sent. n. 23745 del 2020) hanno ribadito il principio secondo cui: “In tema di ricorso per cassazione, l’onere di specificità dei motivi, sancito dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4), c.p.c., impone al ricorrente che denunci il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), a pena d’inammissibilità della censura, di indicare le norme di legge di cui intende lamentare la violazione, di esaminarne il contenuto precettivo e di raffrontarlo con le affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata, che è tenuto espressamente a richiamare, al fine di dimostrare che queste ultime contrastano col precetto normativo, non potendosi demandare alla Corte il compito di individuare – con una ricerca esplorativa ufficiosa, che trascende le sue funzioni – la norma violata o i punti della sentenza che si pongono in contrasto con essa” (v. pure, tra molte, Cass. n. 4905 del 2020; Cass. n. 5001 del 2018);

invero, i motivi per i quali si chiede la cassazione della sentenza non possono essere affidati a deduzioni generali e ad affermazioni apodittiche, con le quali la parte non articoli specifiche censure esaminabili dal giudice di legittimità, avendo il ricorrente l’onere di indicare con precisione gli asseriti errori contenuti nella sentenza impugnata, in quanto, per la natura di giudizio a critica vincolata propria del giudizio di cassazione, il singolo motivo assolve alla funzione di identificare la critica mossa (v., tra le altre, Cass. n. 2959 del 2020; conf. Cass. n. 1479 del 2018); pertanto, se nel ricorso per cassazione si sostiene l’esistenza della violazione di legge denunziata nel motivo, si deve chiarire a pena di inammissibilità l’errore di diritto imputato al riguardo alla sentenza impugnata, in Data pubblicazione 20/01/2022 relazione alla concreta controversia (Cass. SS.UU. n. 21672 del 2013);

nella specie, parte ricorrente, nella redazione dei motivi di ricorso, non ha rispettato i principi innanzi esposti, invocando del tutto genericamente presunte violazioni di legge oltre che pretesi errori nell’interpretazione dei fatti, evidentemente sottratti al sindacato di legittimità, senza neanche confutare in modo adeguato l’assunto posto a fondamento essenziale della sentenza impugnata, secondo cui la situazione del richiedente non è suscettibile della protezione richiesta in quanto assimilabile a quella di un migrante economico;

orbene, la statuizione secondo cui la ragione che ha indotto il richiedente ad espatriare è di tipo economico, è sufficiente ad escludere in radice la concessione della protezione umanitaria – così come della protezione internazionale – in quanto i c.d. migranti economici possono avere ingresso nel nostro Paese attraverso l’applicazione della diversa disciplina basata sulla periodica regolamentazione dei flussi migratori (v., per tutte: Cass. n. 13444 del 2019; tra le molte conf.: Cass. n. 14680 del 2020); pertanto le censure proposte, muovendo da una erronea lettura della normativa in materia di protezione internazionale ed umanitaria, basata anche sulla richiesta di una differente valutazione di apprezzamenti di fatto rimessi al giudice del merito, nella sostanza non impugnano adeguatamente la ratio decidendi posta a base del rigetto delle domande attoree;

3. conclusivamente il ricorso deve essere dichiarato inammissibile; nulla per le spese in difetto di attività difensiva dell’amministrazione intimata;

occorre dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-bis, e comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, (cfr. Cass. SS.UU. n. 4315 del 2020).

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; nulla per le spese. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 20012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 7 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 20 gennaio 2022

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