Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18299 del 25/07/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 25/07/2017, (ud. 21/04/2017, dep.25/07/2017),  n. 18299

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. TORRICE Amalia – rel. Consigliere –

Dott. TRIA Lucia – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8948-2012 proposto da:

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, C.F. (OMISSIS), in persona

del Ministro pro tempore rappresentato e difeso dall’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia in ROMA ALLA VIA

DEI PORTOGHESI 12;

– ricorrente –

contro

F.N., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata

in ROMA, VIA VALADIER 36, presso lo studio dell’avvocato IOLANDA

PICCININI, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato

ALMERINDO PROIETTI SEMPRONI, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2432/2011 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 04/04/2011 R.G.N. 11613/08.

Fatto

RILEVATO

1. che con la sentenza n. 2432 in data 4.4.2011 la Corte di Appello di Roma ha confermato la sentenza di primo grado, che aveva dichiarato il diritto di F.N., transitata dall’Agenzia del Demanio al Ministero dell’Economia e delle Finanze nel settembre del 2006, all’esito della opzione ex D.Lgs. n. 173 del 2003 formulata il 23.10.2003, a percepire l’assegno “ad personam” non riassorbibile nell’importo pari alla differenza tra l’indennità di agenzia e l’indennità di amministrazione;

2. che avverso tale sentenza il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha proposto ricorso affidato tre motivi, al quale ha opposto difese la F. con controricorso illustrato da successiva memoria ex art. 380 bis c.p.c., comma 1.

Diritto

CONSIDERATO

3. che il Ministero con il primo ed il secondo motivo addebita alla Corte territoriale, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, contraddittorietà della motivazione (primo motivo) per avere la Corte territoriale, per un verso, respinto l’eccezione di inammissibilità del ricorso di primo grado per mancata integrazione del contraddittorio nei confronti dell’Agenzia del Demanio, e, per altro verso, per avere posto a carico di esso Ministero l’obbligo di erogazione dei benefici economici rivendicati dalla F. e per avere la Corte territoriale omesso di motivare (secondo motivo) in ordine alla dedotta natura accessoria e non trasferibile dell’indennità percepita dalla lavoratrice presso l’Agenzia del Demanio;

4. che con il terzo motivo il Ministero censura, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 3 del 1957, art. 202, della L. n. 537 del 1993, art. 3, comma 57 del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 50 e della L. n. 246 del 2005, art. 16 per avere la Corte territoriale, pur qualificando come “cessione di contratto” il passaggio della F. dall’Agenzia del Demanio ad esso Ministero, riconosciuto alla lavoratrice il diritto ad ottenere l’indennità di agenzia estranea al trattamento economico di essa Amministrazione cessionaria;

5. che il primo motivo è infondato in quanto la Corte territoriale ha spiegato in maniera chiara, lineare ed esaustiva le ragioni del rigetto dell’eccezione di inammissibilità del ricorso di primo grado evidenziando, con statuizione corretta e conforme a diritto, che solo al Ministero, nuovo datore di lavoro e cessionario del rapporto prima intercorrente tra la F., incombeva il potere e l’obbligo di determinare il trattamento economico di quest’ultima;

6. che il secondo motivo è inammissibile perchè le censure in esso formulate, per essere correlate non a fatti storici ma a questioni giuridiche (natura della indennità di amministrazione), esorbitano dal perimetro del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. 17761/2016, 21152/2014; Ord 2805/2011) e perchè il Ministero in relazione a detta questione, comportante accertamenti in fatto, non ha specificato se ed in quale atto processuale l’ha sottoposta al giudice del merito (Cass. 4787/2012, 5070/2009, 20518/2008, 439172007, 25546/2006);

7. che il terzo motivo è fondato nella parte in cui il ricorrente lamenta che la Corte territoriale ha ritenuto applicabile la disposizione contenuta nel D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 30;

8. che è incontestato che il passaggio della F. dall’Agenzia del Demanio al Ministero dell’Economia e delle Finanze si è verificato nel settembre 2006 e, quindi, successivamente all’entrata in vigore della L. n. 246 del 2005, art. 16, comma 1;

9. che deve darsi continuità all’ orientamento giurisprudenziale di questa Corte che ha escluso che la L. n. 246 del 2005, art. 16, comma 1, lett. a) che ha modificato, con efficacia “ex nunc” l’originario testo del richiamato art. 30, sostituendo l’espressione atecnica “passaggio diretto”, contenuta nel comma 1 con l’espressione “cessione del contratto di lavoro, abbia portata interpretativa (Cass. 160/2017, 25246/2014, 24724/2014);

10. che è irrilevante la circostanza che l’opzione ai sensi del D.Lgs. n. 173 del 2003, sia stata manifestata il 23.10.2003 e che il passaggio sia avvenuto con ritardo, ove si abbia riguardo al dato testuale contenuto nel comma 2 quinquies introdotto dalla L. n. 246 del 2005, art. 16, comma 1 che, nel disporre che al dipendente trasferito per mobilità si applica esclusivamente il trattamento giuridico ed economico, compreso quello accessorio, previsto nei contratti collettivi vigenti nel comparto della stessa amministrazione, fa esplicito riferimento alla “iscrizione nel ruolo dell’amministrazione di destinazione”;

11. che la giurisprudenza della Corte si è già espressa con riguardo all’inquadramento da attribuire ai dipendenti delle Agenzie fiscali (Cass. SSUU 560/2009; Cass. 5959/2012, 19564/2006, 10991/2005) affermando che la qualità di datore di lavoro è stata assunta dalle Agenzie a seguito dell’emanazione del D.P.R. n. 107 del 2001;

12. che essendo pacifico che sia l’opzione ex art. sensi del D.Lgs. 3 luglio 2003, n. 173, art. 3, comma 5, sia il trasferimento della F. sono stati realizzati quando già la suddetta Agenzia era pienamente operativa come ente pubblico distinto dallo Stato, non trova applicazione la L. n. 537 del 1993, art. 3 (Cass. 5959/2012);

13. che la regola per cui il passaggio da un datore di lavoro all’altro comporta l’inserimento del dipendente in una diversa realtà organizzativa e in un mutato contesto di regole normative e retributive, con applicazione del trattamento in atto presso il nuovo datore di lavoro (art. 2112 c.c.) è confermata, per i dipendenti pubblici, dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 30, che, nel testo risultante dalle modifiche introdotte dalla L. n. 246 del 2005, art. 16, comma 1 applicabile “ratione temporis” (punti 8,9,10 di questa sentenza) riconduce ormai in maniera espressa il passaggio diretto di personale da amministrazioni diverse alla fattispecie della “cessione del contratto” (art. 1406 c.c.), al cui schema dogmatico anche prima della modifica apportata nel 2005 questa Corte aveva riferito l’istituto della mobilità volontaria (Cass. SSUU 6420/2006 e 19250/2010; Cass. 2/2017, 24724/2014, 5949/2012), affermando il principio secondo cui al lavoratore trasferito spetta il trattamento giuridico ed economico, compreso quello accessorio, previsto nei contratti collettivi nel comparto dell’Amministrazione cessionari, non giustificandosi diversità di trattamento (salvi gli assegni “ad personam” attribuiti al fine di rispettare il divieto di “reformatio in peius” del trattamento economico acquisito) tra dipendenti, dello stesso ente, a seconda della provenienza (Cass. 169/2017, 22782/2016, 20557/2016, 18850/2016, 101219/2014, 24949/2014, 2181/2013, 5959/2012; Ord. 21803/2014);

14. che, pertanto, il terzo motivo, nella parte in cui sembra negare il diritto all’assegno ad personam “riconosciuto dalla Corte territoriale nella misura corrispondente alla differenza tra la misura dell’indennità di Agenzia e l’indennità di amministrazione è infondato;

15. che secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale di questa Corte il criterio generale del riassorbimento deve operare in riferimento ai miglioramenti del trattamento economico complessivo dei dipendenti del Amministrazione di arrivo e non con riferimento a singole voci che compongono tale trattamento economico, come invece affermato dalla Corte territoriale (Cass. 169/2017, 22782/2016, 20557/2016, 18850/2016, 101219/2014, 24949/2014, 2181/2013, 5959/2012; Ord. 21803/2014);

16. che, in particolare, questa Corte nella sentenza n. 5959 del 2012 e nella successiva ordinanza n. 21803 del 2014, con riguardo a fattispecie sovrapponibili a quella in esame, richiamando le sentenze della Corte Costituzionale n. 141 del 1979, n. 470 del 2002, n. 434 del 2005, ha osservato che solo il primo sistema di riassorbimento è conforme al principio di cui all’art. 36 Cost., nel senso che il principio della “proporzionalità ed adeguatezza della retribuzione va riferito non già alle sue singole componenti, ma alla globalità di essa”;

17. che non assume rilievo la circostanza dell’ eventuale assenza di disposizioni contenute nella contrattazione collettiva applicabile che disciplinino il riassorbimento delle eccedenze retributive che possono verificarsi nei passaggi del personale tra le varie Amministrazioni (Cass. 5959/2012);

18. che il D.P.R. n. 3 del 1957, art. 202, non è espressione di un principio generale, applicabile indistintamente a tutti i dipendenti pubblici, dovendosi interpretare la norma nel senso che la disciplina relativa all’assegno “ad personam”, utile a pensione, attribuibile agli impiegati con stipendio superiore a quello spettante nella nuova posizione lavorativa, concerne esclusivamente i casi di passaggio di carriera presso la stessa Amministrazione statale o anche diversa amministrazione, purchè statale, non anche i passaggi nell’ambito di Amministrazione non statale, ovvero tra diverse Amministrazioni non statali o da una di esse allo Stato e viceversa (Cass. 22782/2016, 20557/2016, 18850/2016, 24949/2014, 10219/2014, 5959/2012; Ord. 21803/2014);

19. che il Collegio ritiene di dare continuità ai principi affermati nelle sentenze sopra richiamate perchè ne condivide le ragioni esposte, da intendersi qui richiamate ex art. 118 disp. att. c.p.c.;

20. che non sono stati prospettati nel contoricorso e nella memoria ex art. 380 bis c.p.c., comma 1 argomenti che possano indurre a disattenderli, dovendo ritenersi, che il Ministero con il terzo motivo ha censurato la sentenza anche nella parte in cui ha escluso la riassorbibilità dell’assegno “ad personam” laddove ha negato che il D.P.R. n. 3 del 1957, art. 202 contenga un principio di carattere generale (ricorso pg. 24 e sgg.), e che comunque, la contestazione del diritto della F. a percepire l’assegno “ad personam” ha impedito il consolidarsi di giudicato in ordine alla affermata sua non riassorbibilità nei successivi miglioramenti retributivi contrattuali;

21. che la sentenza impugnata va cassata nella parte in cui ha confermato la sentenza di primo grado, sia pure al diverso titolo risarcitorio da inadempimento, che aveva riconosciuto il diritto della F. a percepire l’assegno “ad personam” non riassorbile, in quanto in “parte qua” è in contrasto con i principi affermati da questa Corte nelle decisioni richiamate nei punti 15 e 16 di questa sentenza (Cass. 169/2017, 22782/2016, 20557/2016, 18850/2016, 101219/2014, 24949/2014, 2181/2013, 5959/2012; Ord. 21803/2014);

22. che la causa va rinviata alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione, che farà applicazione del seguente principio di diritto: “La regola per cui il passaggio da un datore di lavoro all’altro comporta l’inserimento del dipendente in una diversa realtà organizzativa e in un mutato contesto di regole normative e retributive, con applicazione del trattamento in atto presso il nuovo datore di lavoro (art. 2112 c.c.), è confermata, per i dipendenti pubblici, dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 30, che, nel testo risultante dalla modifica apportata dalla L. n. 246 del 2005, art. 16, comma 1 (applicabile ratione temporis) riconduce in maniera espressa il passaggio diretto di personale da Amministrazioni diverse alla fattispecie della “cessione del contratto” (art. 1406 c.c.), stabilendo la regola generale dell’applicazione del trattamento giuridico ed economico, compreso quello accessorio, previsto nei contratti collettivi nel comparto dell’Amministrazione cessionaria, non giustificandosi diversità di trattamento, salvi gli assegni “ad personam” attribuiti al fine di rispettare il divieto di “reformatio in peius” del trattamento economico acquisito, tra dipendenti dello stesso ente, a seconda della provenienza. Tale regola, da applicare anche nel caso di passaggio dalle dipendenze dall’ Agenzia del Demanio alle dipendenze di una Amministrazione inserita nel sistema burocratico dello Stato, comporta che i suddetti assegni “ad personam” siano destinati ad essere riassorbiti negli incrementi del trattamento economico complessivo spettante ai dipendenti dell’Amministrazione cessionaria”;

23. che il giudice del rinvio dovrà provvedere anche in ordine alle spese del giudizio di legittimità.

PQM

 

LA CORTE

Accoglie il ricorso nei limiti di cui in motivazione.

Cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di Appello di Roma, in diversa composizione, che provvederà anche in ordine alle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza Camerale, il 21 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 25 luglio 2017

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