Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18281 del 03/09/2020

Cassazione civile sez. VI, 03/09/2020, (ud. 09/07/2020, dep. 03/09/2020), n.18281

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14644-2019 proposto da:

DICIESSE PETROLEUM SRL, in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MASSIMI 148, presso

lo studio dell’avvocato ANTONIO FRANCESCO D’ANTINO, rappresentata e

difesa dall’avvocato OTTAVIO ANTONIO BALDUCCI;

– ricorrente –

contro

CALCESTRUZZI M. DI M.N.G. & C. SAS;

– intimata –

avverso la sentenza n. 115/2019 della CORTE D’APPELLO di C NMPOBASSO,

depositata il 14/03/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 09/07/2020 dal Consigliere Relatore Dott. CRICENTI

GIUSEPPE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La società Calcestruzzi M. ha effettuato lavori edili all’interno della stazione di servizio della società Diciesse Petroleum.

Emessa fattura per un importo di 46585,00 Euro, la Calcestruzzi M. ha ceduto il credito alla Banca Monte dei Paschi di Siena e, con atto del 30.11.2012, ricevuto il 12.12.2012, ha comunicato la cessione al debitore ceduto, ossia la Diciesse Petroleum.

Poichè il debitore ha adempiuto solo parzialmente (rimanevano 20 mila Euro da corrispondere), la Calcestruzzi M. ha chiesto ed ottenuto decreto ingiuntivo, a cui si è opposta la Diciesse Petroleum, eccependo tra l’altro l’avvenuta cessione del credito e quindi il difetto

di legittimazione passiva della Calcestruzzi M., da intendersi come non più creditrice della somma.

Il giudice di primo grado ha aderito a questa tesi, ritenendo perfezionata la cessione prima della richiesta di ingiunzione, e cosi, in tal modo, dichiarando il difetto di legittimazione attiva del creditore cedente, che agiva in monitorio.

Invece, la corte di appello adita dalla società Calcestruzzi M., ha ritenuto che la cessione fosse pro solvendo, e che il mancato pagamento del debito ha operato la risoluzione della cessione, restituendo al cedente la qualità di creditore, e consentendogli quindi di agire in monitorio.

Avverso tale decisione ricorre la Dicciesse Petroleum con due motivi. Non v’è costituzione della società intimata.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. La ratio della sentenza impugnata.

La Corte di appello intende la cessione come effettuata pro solvendo e dunque ritiene che, pur essendosi perfezionato il trasferimento del credito, ovviamente con il consenso, l’effetto traslativo era condizionato all’adempimento da parte del debitore (a differenza che nella cessione pro soluto), e che, non avendo il debitore adempiuto, si è dunque verificato l’effetto risolutivo proprio della condizione pro solvendo, cosi che il cedente è tornato ad essere creditore legittimato a pretendere l’adempimento.

Del resto, pur dopo la cessione, la società debitrice ha pagato al cedente, e non al cessionario, e questo elemento sarebbe significativo del tipo di cessione effettuata.

2.- La società ricorrente contesta questa tesi con due motivi.

Con il primo motivo lamenta violazione dell’art. 1267 c.c. ritenendo errata la qualificazione del contratto effettuata dalla corte di merito in termini di cessione pro solvendo. Si è trattato invece di una cessione pro soluto, definitivamente produttiva dell’effetto traslativo, con l’ovvia conseguenza della perdita del credito da parte del cedente. Con il secondo motivo invece la società ricorrente lamenta violazione delle norme di ermeneutica contrattuale (non indica specificatamente quali) quanto alla interpretazione di alcuni documenti contrattuali indicativi di una messa in mora del debitore e di una consapevolezza di quest’ultimo dell’avvenuta retrocessione del credito in base alla garanzia pro solvendo.

3.- Il ricorso è infondato.

La corte di merito, con apprezzamento rimesso alla sua discrezionalità e correttamente motivata, ha ritenuto che la cessione era stata effettuata pro solvendo, con la conseguenza della risoluzione del trasferimento del credito per via dell’inadempimento del debitore ceduto.

Ha tratto, tra l’altro, questa convinzione anche da alcuni indici significativi: la successiva (alla cessione) messa in mora del debitore da parte del cedente; il pagamento effettuato dal debitore, sia pure parzialmente, a quest’ultimo e non al cessionario.

L’interpretazione della volontà delle parti è attività rimessa al giudice di merito, censurabile sotto il profilo del difetto rilevante di motivazione. La società ricorrente a dimostrazione della natura della cessione, non pro solvendo ma pro soluto, invoca la norma di disciplina del factoring, richiamata espressamente dalle parti nel testo del contratto di cessione. Secondo la ricorrente il fatto che le parti abbiano fatto riferimento a tale legge (n. 52 del 1991), significa che hanno voluto una cessione pro soluto e non pro solvendo.

La tesi però non ha fondamento, in quanto la legge sul factoring non prevede come naturale la cessione pro soluto, e come elettiva quella pro solvendo, che dunque sarebbe operante solo in caso di espressa volontà delle parti; piuttosto dall’art. 4 si ricava il contrario: che effetto naturale è la garanzia dell’adempimento, salva la rinuncia del cessionario.

Il secondo motivo è inammissibile, in quanto denunciando violazione delle norme di ermeneutica contrattuale, non solo non le indica, ma neanche suggerisce quale canone avrebbe dovuto, al contrario di quello effettivamente utilizzato, essere preso in considerazione.

Comunque sia, anche qui è da osservare che l’interpretazione di un atto di volontà come atto di messa in mora appartiene alla discrezionalità del giudice, e che comunque la richiesta di pagamento su un dato conto ha natura di messa in mora, come ogni richiesta di pagamento; senza contare che la valutazione del giudice di merito era riferito al complessivo atteggiamento) delle parti (messa in mora, effettivo pagamento da parte del debitore) al fine di inferire che il credito era tornato nella titolarità del cedente.

11 ricorso va pertanto rigettato.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Nulla spese. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, la Corte dà atto che il tenore del dispositivo è tale da giustificare il pagamento, se dovuto e nella misura dovuta, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, il 9 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 3 settembre 2020

 

 

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