Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18243 del 02/09/2020

Cassazione civile sez. lav., 02/09/2020, (ud. 24/06/2020, dep. 02/09/2020), n.18243

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – rel. Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 32403-2018 proposto da:

M.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE DELLE

MILIZIE 114, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO VALLEBONA, che

lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati GAETANO CAPPUCCI,

ITALICO PERLINI;

– ricorrente –

contro

CAPODARCO – SOCIETA’ COOPERATIVA SOCIALE INTEGRATA, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIALE MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato LUIGI

FIORILLO, rappresentata e difesa dall’avvocato ADALBERTO PERULLI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3795/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 17/10/2018 r.g.n. 4263/2017.

 

Fatto

PREMESSO

che con sentenza n. 3795/2018, pubblicata il 17 ottobre 2018, la Corte d’appello di Roma ha confermato la sentenza di primo grado, con la quale il Tribunale della medesima sede, in esito alla fase di opposizione, aveva ritenuto legittimi il licenziamento per giusta causa e la Delib. di esclusione da socio disposti nei confronti di M.M. dalla soc. Capodarco – Cooperativa Sociale Integrata;

– che la Corte ha, in sintesi, rilevato come la contestazione disciplinare, comunicata con lettera del 21 aprile 2016, fosse tempestiva, dovendosi avere riguardo al momento in cui gli amministratori giudiziari, nominati dal Tribunale di Roma – Sezione Misure di Prevenzione con decreto 30 marzo 2016, avevano assunto la gestione della società ed erano stati di conseguenza posti nella condizione di apprendere i fatti e inoltre dovendosi considerare che il M. era stato Presidente del Consiglio di Amministrazione fino al 27 novembre 2015 e che soltanto in data 10 gennaio 2016 l’assemblea aveva provveduto al rinnovo delle cariche sociali; quanto, poi, al merito degli addebiti, la Corte di appello ha ritenuto che ne fosse stata dimostrata la piena fondatezza, alla stregua del materiale istruttorio acquisito al giudizio;

– che avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il M., affidandosi a due motivi, cui la società ha resistito con controricorso;

– che il ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

RILEVATO

che con il primo motivo viene dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 2727 e 2729 c.c. per avere la Corte di merito erroneamente fondato la propria decisione sul decreto di perquisizione della Procura della Repubblica di Roma in data 29 maggio 2015, sul decreto del Tribunale di Roma 3 marzo 2016 applicativo della misura di prevenzione e sul provvedimento del Tribunale di ratifica dell’operato degli amministratori giudiziari, dai quali, tuttavia, non poteva trarsi la prova di alcun fatto illecito a carico del ricorrente, mentre da taluni atti richiamati nel decreto di perquisizione, fra cui le trascrizioni di due intercettazioni telefoniche, era dato desumere elementi di segno contrario;

– che con il secondo viene dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 3 Cost., comma 2, art. 35 Cost., primo cpv, e art. 41 Cost., secondo cpv, nonchè della L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 3, della L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 18, comma 5, e D.Lgs. 6 settembre 2011, n. 159, artt. 35 e segg. per avere la Corte affermato che la lettera di contestazione disciplinare e il licenziamento erano tempestivi in quanto provenienti dagli amministratori giudiziari nominati da breve tempo, senza peraltro valutare che il rapporto di lavoro esistente fra le parti era sempre stato lo stesso e che, pertanto, l’intervenuto mutamento degli amministratori della società era da considerarsi irrilevante;

osservato che il primo motivo è inammissibile;

– che, infatti, con esso, dietro lo schermo della denuncia del vizio di cui all’art. 360, n. 3, viene proposta una nuova lettura e un diverso apprezzamento del materiale probatorio e cioè il compimento di un’attività giudiziale che è estranea alla funzione assegnata alla Corte di legittimità, essendo invece propria del giudice di merito;

– che è del tutto consolidato il principio, per il quale spetta in via esclusiva a quest’ultimo il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di controllare l’attendibilità e la concludenza delle prove, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando, così, liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova (Cass. n. 25608/2013, fra le molte conformi);

– che è inoltre consolidato il principio, secondo il quale “L’esame dei documenti esibiti e delle deposizioni dei testimoni, nonchè la valutazione dei documenti e delle risultanze della prova testimoniale, il giudizio sull’attendibilità dei testi e sulla credibilità di alcuni invece che di altri, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale, nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata” (Cass. n. 16056/2016, fra le molte conformi);

– che, d’altra parte, “In tema di prova presuntiva, è incensurabile in sede di legittimità l’apprezzamento del giudice del merito circa la valutazione della ricorrenza dei requisiti di precisione, gravità e concordanza richiesti dalla legge per valorizzare elementi di fatto come fonti di presunzione, rimanendo il sindacato del giudice di legittimità circoscritto alla verifica della tenuta della relativa motivazione, nei limiti segnati dall’art. 360 c.p.c., n. 5” (Cass. n. 1234/2019);

– che risulta parimenti inammissibile il secondo motivo, posto che la valutazione della tempestività della contestazione dell’addebito, integrando un apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito, è insindacabile in sede di legittimità se sorretta – come, nella specie (cfr. sentenza impugnata, par. 8.4, pp. 8-10) – da motivazione adeguata ed immune da vizi logici (Cass. n. 11933/2003);

ritenuto conclusivamente che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile;

– che le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 200 per esborsi, 6.000 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 24 giugno 2020.

Depositato in Cancelleria il 2 settembre 2020

 

 

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