Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18214 del 24/07/2017


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Cassazione civile, sez. II, 24/07/2017, (ud. 18/05/2017, dep.24/07/2017),  n. 18214

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11355-2013 proposto da:

M.P. ((OMISSIS)) e S.M.R. ((OMISSIS)),

elettivamente domiciliati in ROMA, VIALE B. BUOZZI, 19, presso lo

studio dell’Avvocato PAOLO GRIMALDI, rappresentati e difesi

dall’Avvocato GIANCARLO GRECO;

– ricorrenti –

contro

AZIENDA SANITARIA PROVINCIALE di AGRIGENTO, quale successore a titolo

universale alla Azienda Sanitaria Locale n. (OMISSIS) di Agrigento a

norma della L.R. Siciliana n. 5 del 2009 ((OMISSIS)), elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA UGO DE CAROLIS, 87, presso l’Avvocato

ANTONIO IELO, rappresentato e difeso dall’Avvocato MARCELLA

PERITORE;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 332/2013 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 02/03/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

18/05/2017 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE DONGIACOMO.

Fatto

I FATTI DI CAUSA

L’Azienda Sanitaria Locale n. (OMISSIS) di Agrigento, con citazione notificata il 12/11/2002, conveniva in giudizio, innanzi al tribunale di Palermo, M.P. e S.(.R., proponendo azione di rivendica e di condanna al rilascio dell’immobile sito in (OMISSIS), censito al catasto alla partita (OMISSIS), foglio (OMISSIS), p.lla (OMISSIS).

A sostegno delle domande, l’attrice deduceva, per un verso, di aver acquistato la proprietà dell’immobile per effetto del trasferimento ex lege dei beni facenti parte del patrimonio del disciolto ente ospedaliere Ospedale Civile G. di (OMISSIS), il quale, a sua volta, lo aveva acquistato in forza del testamento olografo di G.G., deceduto il (OMISSIS), e, per altro verso, che l’immobile era abusivamente occupato dai convenuti, i quali, già detentori del bene in quanto conduttori dello stesso, da tempo non corrispondevano il canone nè avevano posto in essere atti di interversione del possesso.

Si costituivano in giudizio M.P. e S.(.R., chiedendo il rigetto delle domande ed, a loro volta, proponendo, in via riconvenzionale, domanda di accertamento dell’acquisto del bene, per usucapione, per averne avuto il possesso, senza alcun titolo, per oltre un ventennio.

Il tribunale di Palermo, con sentenza del 15/4/2008, ha rigettato la domanda principale in mancanza della prova dell’inclusione del bene rivendicato tra quelli trasferiti ex lege all’Azienda sanitaria attrice.

La Azienda Sanitaria Locale n. (OMISSIS) di Agrigento, con citazione notificata il 5/1/2009, proponeva appello avverso la sentenza del tribunale, deducendo, da un lato, che il bene rivendicato, già appartenuto all’Ospedale di (OMISSIS) per averlo acquistato mortis causa da G.G. in virtù di testamento olografo pubblicato il 31/5/1965, è pervenuto alla sua proprietà, dopo la soppressione degli enti ospedalieri e delle Unità Sanitarie Locali, attraverso il decreto di trasferimento emesso dal presidente della Regione siciliana in data 25/2/1999, e, dall’altro lato, che gli appellati, pur avendo iniziato a godere del bene nel 1973, in forza di un contratto di locazione, non avevano mutato il titolo di tale possesso il quale, pertanto, non è utile ai fini della eccepita usucapione.

Gli appellati resistevano all’appello ed, a loro volta, proponevano appello incidentale, chiedendo che fosse dichiarato l’intervenuto acquisto, per usucapione, dell’appartamento in contestazione, sul rilievo che, a prescindere dal versamento di somme nel periodo anteriore al 1981, durante il quale l’appartamento era stato sottoposto a sequestro giudiziario, i coniugi M., a partire dal predetto anno, avevano cominciato a possedere l’immobile uti domini, avendo manifestato, con il rifiuto di corresponsione del canone, la propria opposizione ai sensi dell’art. 1141 c.c., comma 2.

La corte d’appello di Palermo, con sentenza depositata in data 2/3/2012, accoglieva l’appello principale e respingeva l’appello incidentale rilevando:

quanto al primo, che l’Azienda Sanitaria Locale n. (OMISSIS) di Agrigento aveva dimostrato, in via documentale, di essere la proprietaria dell’appartamento rivendicato, per averlo acquistato ex lege in conseguenza del trasferimento dei beni già appartenuti al soppresso Ospedale Dott. G.G. di (OMISSIS), che lo aveva a sua volta acquistato per causa di morte da G.G., deceduto il (OMISSIS), per effetto del decreto del presidente della Regione siciliana n. 84 del 25/2/1999;

quanto al secondo, che gli appellati non avevano dimostrato di aver manifestato la propria opposizione al possessore, non essendo a tal fine sufficiente il mancato pagamento dei canoni, e che, pertanto, in mancanza di interversione del possesso, gli stessi non potevano che essere qualificati come meri detentori dell’immobile, con la conseguente infondatezza della domanda di accertamento dell’usucapione dello stesso, condannandoli, quindi, al rilascio del bene.

M.P. e S.(.R., con ricorso notificato il 9/4/2013 all’avv. Marcella Peritore, difensore domiciliatario dell’Azienda Sanitaria Locale n. (OMISSIS) di Agrigento, cui è subentrata l’Azienda Sanitaria Provinciale di Agrigento, e depositato il 28/4/2013, ha chiesto, per quattro motivi, la cassazione della sentenza resa dalla corte d’appello.

Con controricorso, notificato il 16/5/2013 e depositato il 30/5/2013, resiste l’Azienda Sanitaria Provinciale di Agrigento, quale successore a titolo universale alla Azienda Sanitaria Locale n. 1 di Agrigento a norma della L. reg. Siciliana n. 5 del 2009.

I ricorrenti hanno depositato “memoria illustrativa”.

Diritto

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, intitolato “art. 360 c.p.c. n. 3 e 5 per violazione degli artt. 2697 e 948 c.c.”, hanno censurato la decisione impugnata: innanzitutto, per aver motivato erroneamente su un punto decisivo della controversia, riguardante l’assolvimento del rigoroso onere probatorio in materia di rivendicazione, ritenendo provata “per tabulas” la proprietà in capo all’attrice dell’immobile rivendicato, senza, tuttavia, considerare che, a fronte della contestazione del possesso da parte del convenuto, come è accaduto nella specie (per non aver mai stipulato il contratto di locazione nè pagato il relativo canone), il rivendicante non può limitarsi a dimostrare che il titolo o i titoli risalgono ad oltre un ventennio ma deve provare che egli stesso o i suoi danti causa abbiano effettivamente e continuativamente posseduto l’immobile: la corte d’appello, invece, non ha compiuto alcun accertamento circa l’esistenza di una situazione possessoria in capo all’attrice e/o ai suoi danti causa, valorizzando una mera attribuzione testamentaria, peraltro non riferentesi espressamente al bene controverso; in secondo luogo, per aver omesso di motivare su un fatto decisivo della controversia, oggetto di discussione tra le parti, e cioè la carenza di legittimazione attiva dell’attrice, la quale, infatti, proponendo azione di rivendicazione, aveva l’onere di provare la sussistenza del proprio diritto di proprietà, fino a risalire ad un acquisto a titolo originario o dimostrando il compimento dell’usucapione, senza che il rigore di tale regola possa ritenersi attenuato ove il convenuto abbia proposto domanda riconvenzionale o eccezione di usucapione; – per aver omesso di trattare (e di tener conto, in violazione degli artt. 2697 e 948 c.c., nonchè di motivare sul fatto decisivo della controversia costituito dal) l’eccezione “possideo quia possideo”, proposta nella comparsa di risposta, con la quale i ricorrenti avevano dedotto di non aver mai stipulato il contratto di locazione nè pagato il relativo canone e di essersi immessi nel possesso dell’immobile nel 1981, quando lo stesso era libero ed abbandonato, provvedendo a proprie spese a renderlo abitabile.

2. Con il secondo motivo, intitolato “sul rigetto dell’appello incidentale”, i ricorrenti hanno censurato la decisione impugnata per violazione dell’art. 1141 c.c., per aver ritenuto l’esistenza di una cessione onerosa in loro favore senza, tuttavia, considerare che tale circostanza non poteva incidere sulla eccezione “possideo quia possideo”, non parlandosi nella ricevuta nè di locazione nè di cessione con consegna del possesso, che era il solo strumento giuridico che avrebbe potuto far degradare il possesso in detenzione, tanto più che la dichiarazione unilaterale avrebbe ben potuto essere configurata come un’ipotesi di preliminare con effetti anticipatori della consegna del possesso idonea ad dar luogo ad una usucapione abbreviata decennale.

3. Con il terzo motivo, intitolato “art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 5, e della L. n. 833 del 1978, art. 65”, i ricorrenti hanno contestato la sentenza gravata per avere erroneamente ritenuto che i beni del soppresso ente ospedaliero fossero stati automaticamente trasferiti al Comune di Palermo, laddove la L. n. 833 del 1978, art. 65, non prevede alcun trasferimento automatico di beni al patrimonio del Comune, essendo, invece, a tal fine necessario un provvedimento amministrativo di trasferimento, che, nella specie, non è mai stato pronunciato, come tale non potendosi considerare il decreto emesso dal presidente della Regione siciliana in data 25/2/1999: tale provvedimento, infatti, emesso a norma del D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 5, ha riguardato il diverso trasferimento del bene dal Comune di Palermo all’Azienda Sanitaria Locale n. (OMISSIS) di Agrigento, a condizione, però, che il Comune ne fosse già diventato il proprietario.

4. Con il quarto motivo, intitolato “sulle spese di entrambi i gradi di giudizio”, i ricorrenti hanno dedotto che l’accoglimento del gravame ed il rigetto della domanda di rilascio della resistente comporterà la riforma della regolamentazione delle spese processuali, che graveranno su quest’ultima per tutti i gradi di giudizio.

5. L’Azienda controricorrente ha, tra l’altro, eccepito che il trasferimento del patrimonio immobiliare dall’Ospedale Dott. G.G. di Menfi al Comune di Palermo è regolato dall’art. 66, relativo agli enti con finalità esclusivamente sanitarie, e non dalla L. n. 833 del 1978, art. 65, relativo, invece, ai beni degli enti mutualistici e delle gestioni sanitarie soppresse.

6. Il primo motivo (al di là della sua formulazione in plurime censure e della loro corretta intitolazione) – con il quale i ricorrenti hanno censurato la sentenza impugnato lamentando che la stessa abbia ritenuto, in violazione degli artt. 2697 e 948 c.c., provata “per tabulas” la proprietà in capo all’attrice dell’immobile rivendicato (per averlo acquistato ex lege in conseguenza del trasferimento dei beni già appartenuti al soppresso Ospedale Dott. G.G. di (OMISSIS), che lo aveva a sua volta acquistato per causa di morte da G.G., deceduto il (OMISSIS), per effetto del decreto del presidente della Regione siciliana n. 84 del 25/2/1999), omettendo, tuttavia, di considerare che, proponendo l’azione di rivendicazione, l’azienda attrice aveva l’onere di provare la sussistenza del proprio diritto di proprietà, fino a risalire ad un acquisto a titolo originario o dimostrando il compimento dell’usucapione, senza che il rigore di tale regola potesse ritenersi attenuato ove i convenuti, come è accaduto nel caso in esame, deducendo di non aver mai stipulato il contratto di locazione nè pagato il relativo canone e di essersi immessi nel possesso dell’immobile nel 1981, quando lo stesso era libero ed abbandonato, provvedendo a proprie spese a renderlo abitabile, abbiano proposto domanda riconvenzionale di usucapione – non è fondato.

In effetti, l’attore in rivendicazione è onerato della prova dell’asserito diritto dominicale mediante la rigorosa dimostrazione del titolo originario d’acquisto del bene, in ragione o della progressione risalente dei titoli derivativi sino a un titolo di acquisto originario, o del possesso ad usucapionem, anche per accessione, sino al compimento del ventennio.

Tale onere, tuttavia, come di recente ribadito da questa Corte (Cass. n. 8215/2016, in motiv.), si attenua quando il convenuto deduca, con eccezione o domanda riconvenzionale, di avere acquistato per usucapione la proprietà del bene rivendicato, risolvendosi, in tale ipotesi, nella prova, per un verso, di un valido titolo di acquisto da parte sua e dell’appartenenza del bene ai suoi danti causa in epoca anteriore a quella in cui il convenuto assume di avere iniziato a possedere e, per altro verso, che quell’appartenenza non è stata interrotta da un possesso idoneo ad usucapire da parte del convenuto.

Se, infatti, in linea di principio, la proposizione di una eccezione o di una domanda riconvenzionale di usucapione non determina in sè l’attenuazione dell’onere probatorio, posto che l’usucapione, quale modo di acquisto originario, non implica alcun riconoscimento in favore della controparte circa il valido acquisto della proprietà sulla base del titolo derivativo, il criterio dell’alleviamento dell’onere probatorio trova, nondimeno, applicazione ove il convenuto stesso opponga un acquisto per usucapione fondato su di un possesso che ha iniziato ad esercitare, anche attraverso i propri danti causa, in epoca successiva a quella in cui si è formato il titolo di acquisto del rivendicante.

In tal caso, infatti, il thema disputandum pertiene all’appartenenza attuale del bene al convenuto in forza dell’invocata usucapione e non già all’acquisto di esso da parte dell’attore, il cui onere probatorio può, pertanto, ritenersi assolto, in mancanza dell’avversa prova della prescrizione acquisitiva, con la dimostrazione della validità del titolo in base al quale quel bene gli era stato trasmesso dal dominus originario.

In altri termini, l’eccezione o la domanda riconvenzionale relativa a un’usucapione il cui dies a quo si alleghi essere successivo al momento in cui l’attore (o il suo dante causa) ha acquistato la proprietà del bene, determina il concentrarsi della controversia sul tema dell’esistenza o meno di un titolo di acquisto, da parte del convenuto stesso, che, ponendosi in conflitto con quello vantato dall’attore, è idoneo a neutralizzarlo.

Quel che rileva, dunque, ai fini dell’attenuazione del nominato onere probatorio, è la deduzione di un possesso ad usucapionem che si sia iniziato ad esercitare successivamente al perfezionarsi dell’acquisto dell’attore in rivendica o del suo autore (conf. Cass. n. 1895/2017, in motiv.: “qualora il convenuto sostenga, in via riconvenzionale, di aver acquistato per usucapione la proprietà del bene rivendicato, si attenua l’onere probatorio posto a carico dell’attore in rivendicazione, poichè esso si riduce alla prova di un valido titolo di acquisto da parte sua e dell’appartenenza del bene ai suoi danti causa in epoca anteriore a quella in cui il convenuto assuma di aver iniziato a possedere, nonchè alla prova che quell’appartenenza non è stata interrotta da un possesso idoneo ad usucapire da parte del convenuto”).

Nel caso di specie, come detto, i ricorrenti hanno dedotto di aver iniziato il possesso ad usucapionem dell’immobile rivendicato (solo) nel 1981 quando, senza aver mai stipulato un contratto di locazione nè pagato i relativi canoni, si sono immessi nel possesso dell’immobile, libero ed abbandonato, provvedendo a proprie spese a renderlo abitabile.

Ne consegue che, come giustamente ritenuto (sebbene, in effetti, non specificamente motivato) dalla corte d’appello, l’onere della prova in capo all’azienda rivendicante ben poteva ritenersi assolto con la sola dimostrazione di averlo acquistato, per effetto del decreto del presidente della Regione siciliana n. 84 del 25/2/1999, in conseguenza del trasferimento dei beni già appartenuti al soppresso Ospedale Dott. G.G. di (OMISSIS), che lo aveva a sua volta acquistato per causa di morte da G.G., deceduto il (OMISSIS).

In tal modo, del resto, l’azienda attrice ha ampiamente ricostruito tutti i trasferimenti del bene dal 1965 ovvero dalla successione di G.G., ricoprendo ampiamente il ventennio richiesta dalla norma di cui all’art. 948 c.c., specie se si considera che i ricorrenti non hanno giammai contestato l’appartenenza del bene all’originario dante causa (in senso conf., Cass. n. 1895/2017, in motiv., per la quale, peraltro, l’eccezione da parte del convenuto del proprio acquisto a titolo originario conferma la legittimazione attiva dell’attrice, coincidente con la legittimazione passiva rispetto alla domanda di usucapione).

7. Il secondo motivo, con il quale i ricorrenti hanno censurato la decisione impugnata per aver ritenuto, in violazione dell’art. 1141 c.c., l’esistenza di una cessione in loro favore (della detenzione) dell’immobile, a titolo oneroso, senza, tuttavia, considerare che la ricevuta (del custode giudiziario del bene) non faceva riferimento nè ad una locazione nè ad una cessione con consegna del possesso, è del tutto inammissibile, se non altro perchè, come è noto, il ricorrente per cassazione, il quale intenda dolersi dell’omessa od erronea valutazione di un documento da parte del giudice di merito, ha il duplice onere imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6), – di produrlo agli atti (indicando esattamente nel ricorso in quale fase processuale ed in quale fascicolo di parte si trovi il documento in questione) e di indicarne il contenuto (trascrivendolo o riassumendolo nel ricorso), con la conseguenza che, in difetto, come è accaduto nella specie, la violazione anche di uno soltanto di tali oneri rende il ricorso inammissibile (Cass. n. 19048/2016).

8. Il terzo motivo – con il quale i ricorrenti hanno contestato la sentenza gravata lamentando che la stessa, in violazione della L. n. 833 del 1978, art. 65 e del D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 5, abbia erroneamente ritenuto che i beni del soppresso ente ospedaliero siano stati automaticamente trasferiti al Comune di Palermo, laddove la L. n. 833 del 1978, art. 65, non prevede alcun trasferimento automatico di beni al patrimonio del Comune, essendo, invece, a tal fine necessario un provvedimento amministrativo di trasferimento, che, nella specie, non è mai stato pronunciato, come tale non potendosi considerare il decreto emesso in data 25/2/1999 dal presidente della Regione siciliana, che ha riguardato il distinto trasferimento, previsto dal D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 5, dai Comuni alle Aziende Sanitarie Locali – è infondato.

Rileva la Corte che – come di recente ritenuto da questa sezione (Cass. n. 1895/2017 cit.) – la L. n. 833 del 1978 aveva istituito le unità sanitarie locali quali strutture organizzative di funzioni comunali, prive di personalità giuridica e quindi di patrimonio proprio (artt. 10 e 13).

In tali unità sanitarie sono venute a confluire le funzioni in materia di igiene e sanità precedentemente svolte da una serie di amministrazioni, alcune delle quali disciolte dalla legge (enti ospedalieri, casse ed enti mutualistici, consorzi sanitari), altre (come le Province) private delle loro precedenti funzioni in materia.

I beni mobili e immobili e le attrezzature di tali soggetti, non potendo essere intestati alle unità sanitarie locali, data la loro configurazione giuridica dell’epoca, sono stati trasferiti al patrimonio dei Comuni, con vincolo di destinazione alle unità sanitarie medesime (artt. 65 e 66).

Poichè poi anche i Comuni esercitavano funzioni in materia igienico – sanitaria e, dunque, esistevano beni destinati all’esercizio di queste già ricompresi nel patrimonio comunale, l’art. 66, comma 3, ne ha previsto l’affidamento alla gestione delle unità sanitarie locali.

La stessa legge, con gli artt. 65 e 66, distingue due ipotesi: 1) quella relativa ai beni mobili, immobili e alle attrezzature, destinati prevalentemente ai servizi sanitari, appartenenti agli enti, casse mutue e gestioni soppressi (…) 2) e quella relativa ai beni mobili ed immobili e alle attrezzature appartenenti alle province o a consorzi di enti locali e destinati ai servizi igienicosanitari, agli enti ospedalieri, agli ospedali psichiatrici e neuro – psichiatrici e ai centri di igiene mentale dipendenti dalle province o da consorzi delle stesse o dalle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza (IPAB) di cui all’art. 64, comma 7, nonchè degli altri istituti di prevenzione e cura e dei presidi sanitari extraospedalieri dipendenti dalle province o da consorzi di enti locali; specificando che nella prima ipotesi il trasferimento dei beni sarebbe stato attuato d’intesa con le regioni interessate, con decreto del Ministro del tesoro, di concerto con i Ministri del lavoro e della previdenza sociale e delle finanze, nella seconda ipotesi invece il trasferimento dei beni sarebbe avvenuto per successione universale o meglio ope legis.

Pertanto, la fattispecie in esame, contrariamente a quanto sostengono i ricorrenti, trattandosi di beni appartenenti all’Ospedale di G., è riconducibile all’ipotesi prevista dall’art. 66 cit., per il cui trasferimento al Comune di Palermo dei beni di cui si dice non era necessario alcun atto di trasferimento essendo a ciò sufficiente il contenuto immediatamente traslativo della norma citata (Cass. n. 1895/2017 cit.).

Il D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 5, inoltre, letto in relazione alla previsione contenuta nella L. n. 421 del 1992, art. 1, comma 1, lett. p., (che, a sua volta, fa espresso riferimento al “patrimonio mobiliare e immobiliare già di proprietà dei disciolti enti ospedalieri e mutualistici che alla data di entrata in vigore della presente legge fa parte del patrimonio dei comuni”: cfr. in tal senso Cass. n. 21298/2016, in motiv.), prevede, a sua volta, che i beni mobili, immobili, compresi quelli da reddito, e le attrezzature che, alla data di entrata in vigore del relativo decreto, fanno parte del patrimonio dei comuni e delle province con vincolo di destinazione alle U.S.L., sono trasferiti al patrimonio delle U.S.L. e delle aziende ospedaliere, e che i trasferimenti sono effettuati con provvedimento regionale.

Il trasferimento previsto dalle norme sopra indicate attua la successione di un ente nei beni di un altro definita dalla funzione, secondo criteri (di individuazione dei beni che ne debbono formare oggetto) che escludono l’esercizio di poteri discrezionali da parte dell’autorità amministrativa cui è demandata l’adozione dei provvedimenti attuativi.

In particolare, l’art. 66, prevede che le regioni emanino i provvedimenti legislativi ed amministrativi necessari per realizzare il trasferimento: tale operazione, tuttavia, implica un solo momento di discrezionalità ed è quello concernente la “gradualità” del trasferimento, il quale, per il resto, è collegato a specifiche previsioni di legge che fissano i parametri per l’individuazione dei beni, per cui va escluso che l’autorità che assume i provvedimenti attuativi disponga di poteri discrezionali.

Il modello adottato non prevede, quindi, la mediazione di un atto discrezionale della p.a. fra la legge ed il trasferimento, bensì atti esecutivi e dichiarativi del trasferimento già avvenuto per legge (Cass. SU n. 4206/2007, in motiv.).

9. Il rigetto dei primi tre motivi comporta, inevitabilmente, il rigetto del quarto motivo.

10. La Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per l’applicabilità del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 – quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti a rimborsare alla controricorrente le spese del presente giudizio, che liquida in Euro 2.500,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre alle S.G. pari al 15% del compenso ed accessori come per legge. Dà atto della sussistenza dei presupposti per l’applicabilità del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 – quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 18 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 24 luglio 2017

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