Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18213 del 02/09/2020

Cassazione civile sez. II, 02/09/2020, (ud. 18/02/2020, dep. 02/09/2020), n.18213

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CARRATO Aldo – Presidente –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 13675/2016 proposto da:

P.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA TEVERE 44,

presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO DI GIOVANNI, rappresentata

e difesa dall’avvocato CARLO BERTI;

– ricorrente –

contro

P.C.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1937/2015 della Corte di appello di BOLOGNA,

depositata il 24/11/2015;

udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 18

febbraio 2020 dal Consigliere relatore Dott.ssa Milena Falaschi;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott.ssa DE RENZIS Luisa, che ha concluso per

l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avv.to Ilaria Guarciariello (con delega orale dell’Avv.to

Carlo Berti), per parte ricorrente.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Tribunale di Modena, con sentenza n. 1309 del 2014, in accoglimento della domanda proposta da P.C. nei confronti della sorella P.A., condannava quest’ultima al versamento della somma di Euro 126.012,96 quale saldo del prezzo di cui alla stipula del contratto di compravendita immobiliare concluso fra le parti in data 3.11.2006, importo che dagli atti risultava essere stato corrisposto a mezzo di assegno bancario, titolo di credito pacificamente restituito dopo alcuni giorni all’acquirente, ritenendo che detta retrocessione fosse dovuta ad un accordo di dilazione nel pagamento, concessa dal venditore in ragione dei rapporti familiari esistenti fra le parti.

In virtù di appello interposto dall’acquirente, la Corte di appello di Bologna, nella resistenza dell’appellato, con sentenza n. 1937/2015, respingeva il gravame, confermando la decisione del giudice di prime cure. A sostegno della decisione adottata la corte territoriale evidenziava che nella specie non si fosse perfezionato un atto di remissione del debito, come affermato dall’appellante, giacchè l’accordo intercorso tra le parti come confermato dall’acquirente – prevedeva il pagamento della somma più rilevante solo in epoca successiva alla compravendita, con la conseguenza che la restituzione del titolo di credito poco tempo dopo il rogito appariva comportamento rispettoso di tale accordo. Nè appariva integrata la fattispecie prevista dall’art. 1237 c.c., non essendo la materiale restituzione del titolo di per sè sola sufficiente a liberare il debitore dall’obbligazione, dal momento che la volontà abdicativa doveva trovare conferma in altre circostanze fattuali non rinvenute nel caso concreto. Infine, non risultava provata neanche l’esistenza di un atto di liberalità del fratello in favore della sorella, non avendo quest’ultima dato ragionevole giustificazione di un siffatto comportamento del P.C..

Avverso la citata sentenza della Corte di appello di Bologna, la P. propone ricorso per cassazione, prospettando due motivi.

P.C. è rimasto intimato.

Il ricorso – previa relazione stilata dal nominato consigliere delegato – è stato inizialmente avviato per la trattazione in Camera di consiglio, in applicazione degli artt. 375 e 380-bis c.p.c., avanti alla sesta sezione civile – 2. All’esito dell’adunanza camerale fissata al 23.11.2017, con ordinanza interlocutoria n. 17890 del 2018 depositata il 06.07.2018, il procedimento è stato rimesso alla pubblica udienza dinanzi alla seconda sezione in mancanza dell’evidenza decisoria.

Parte ricorrente ha depositato memoria illustrativa in prossimità della pubblica udienza.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

Con il primo motivo la ricorrente nel denunciare – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1236 e 1237 c.c., relativamente alla remissione del debito e alla restituzione del titolo, nonchè dell’art. 12 preleggi in materia di interpretazione delle norme e comunque dell’art. 2728, con riferimento all’art. 2697 c.c., in materia di presunzione legale e di onere della prova, articola la censura sotto un triplice profilo con riferimento al capo della sentenza che ha ritenuto non liberatoria la materiale restituzione dell’assegno bancario.

Sotto un primo profilo la ricorrente lamenta che la corte territoriale non abbia considerato sufficiente la restituzione dell’assegno per liberare la debitrice, andando di contrario avviso rispetto alla fattispecie regolata dalla previsione in materia di remissione del debito, per la quale la restituzione volontaria del titolo originario costituisce una fattispecie tipica. In altri termini, la ricorrente insiste nell’assunto che la volontaria restituzione al debitore del titolo da parte del creditore costituisca un modo di estinzione dell’obbligazione per cause diverse dall’adempimento. Nè sarebbe ammessa prova contraria da parte del creditore, a differenza da quanto previsto dell’art. 1237 c.c., comma 2. In tal senso deporrebbero anche le argomentazioni spese in materia di presunzione legale, introducendo dell’art. 1237 c.c., comma 1, un criterio presuntivo di natura legale, che oltre a dispensare il debitore dalla prova, non consentirebbe neanche quella contraria.

In altra ottica la ricorrente si duole dell’erroneità della riconduzione della fattispecie de qua alla generale disciplina di cui all’art. 1236 c.c., che invece avrebbe dovuto essere riferita alla disciplina speciale prevista dall’art. 1237 c.c., che introduce un criterio di valutazione legale tipica del comportamento del creditore, attribuendo alla “restituzione volontaria del titolo” lo specifico effetto della liberazione del debitore.

Infine, sotto l’ultimo aspetto la ricorrente assume la violazione dell’onere probatorio relativamente all’efficacia estintiva della restituzione del titolo, introducendo l’art. 1237 c.c., comma 1, un criterio presuntivo di natura legale che, in quanto tale, ai sensi e per gli effetti dell’art. 2728 c.c., dispensa da qualunque prova colui a favore del quale opera siffatta presunzione, vale a dire il debitore, non ammettendo prova contraria se non espressamente consentita dalla stessa legge. Diversamente dello stesso art. 1237 c.c., comma 2, non applicabile alla specie.

Rileva il collegio che la censura è infondata in tutte le sue articolazioni.

Va premesso che l’indirizzo di questa Corte è assolutamente fermo nel senso che il possesso, da parte del debitore, del titolo originale del credito costituisce fonte di una presunzione juris tantum di pagamento, superabile con la prova contraria di cui deve onerarsi il creditore, in ipotesi interessato a dimostrare che il pagamento, in realtà, non è avvenuto e che il possesso del titolo è dovuto ad altra causa (Cass. n. 13462 del 2010, in motiv., dove rileva che si tratta, più precisamente, di presunzione giuridica e non di mera praesumptio hominis ex art. 2729 c.c., implicitamente ribadita anche dal R.D. n. 1669 del 1933, art. 45, che attribuisce al trattario che paga la cambiale il diritto alla sua riconsegna, con quietanza del portatore).

Deve, perciò, ritenersi erronea la deduzione di parte ricorrente circa la natura assoluta della presunzione ai sensi dell’art. 1237 c.c..

Ciò chiarito, osserva il Collegio che nel giudizio si discute dell’interpretazione dell’art. 1237 c.c., in riferimento all’onere probatorio relativo all’efficacia estintiva della restituzione del titolo, ritenuto dalla sentenza gravante sul debitore, nonchè delle argomentazioni della sentenza di merito nel ritenere non raggiunta la prova della riferibilità della restituzione alla volontà del creditore di estinguere l’obbligazione.

Nel sostenere che, ai sensi dell’art. 1237 c.c., l’estinzione dell’obbligazione si presume a partire dal possesso da parte del debitore del titolo originale del credito restituito, con la conseguenza che l’onere della prova in ordine alla non volontarietà della restituzione per l’estinzione del debito, ossia che la restituzione sia spiegabile altrimenti, graverebbe sul creditore garantito, la ricorrente allude ad un filone giurisprudenziale di legittimità che si è consolidato in riferimento alla estinzione dell’obbligazione portata da un titolo di credito.

Ed infatti, sono molte le pronunce di questa Corte in cui si è affermato come sopra già esposto – che “Il possesso da parte del debitore del titolo originale del credito costituisce fonte di una presunzione legale juris tantum di pagamento, superabile con la prova contraria di cui deve onerarsi il creditore che sia interessato a dimostrare che il pagamento non è avvenuto e che il possesso del titolo è dovuto ad altra causa” (tra le tante, Cass. n. 13462 del 2010; Cass. n. 7503 del 1986). Al fine di escludere l’applicabilità del principio suddetto alla specie all’attenzione della Corte, è sufficiente mettere in evidenza la conformazione del suddetto principio su norme speciali che regolano i titoli di credito in riferimento alla loro restituzione (cfr. Cass. n. 13462 del 2010 cit.), oltre che la sua stretta attinenza all’ipotesi di restituzione del titolo per intervenuto pagamento, quindi all’ipotesi di estinzione dell’obbligazione mediante adempimento. E conferma di ciò si ha nelle stesse decisioni che affermano il principio in argomento in ipotesi di restituzione del titolo di credito per pagamento, facendo salva la disposizione dell’art. 1237 c.c., rispetto alla volontaria restituzione del titolo dell’obbligazione nell’ambito della disciplina dell’istituto della remissione del debito, quale modo di estinzione dell’obbligazione diverso dall’adempimento, secondo quanto emerge anche dalla collocazione sistematica nel codice civile (Cass. n. 5002 del 1998; Cass. n. 4729 del 1997).

Nella specie all’attenzione della Corte non viene in questione la liberazione del debitore per intervenuto adempimento, cui si colleghi la restituzione del titolo, ma rileva la liberazione a causa generica, per qualunque motivo diverso dall’adempimento; viene in rilievo, cioè, l’estinzione dell’obbligazione per qualunque causa diversa dall’adempimento, atteso che la debitrice convenuta aveva genericamente eccepito che l’assegno in originale era stato a lei restituito in virtù di accordo di estinzione dell’obbligazione diverso dall’adempimento.

A questa ipotesi si attaglia la ricostruzione, sostenuta dalla dottrina, secondo cui l’art. 1237 c.c., nel contesto sistematico dei modi di estinzione dell’obbligazione diversi dall’adempimento, ha rilevanza sul piano probatorio e della qualificazione legale del comportamento, in contrapposizione alla ricostruzione tradizionale che individuava presunzioni assolute e relative.

L’art. 1237, comma 1, quindi, individua un criterio di valutazione legale tipica del comportamento del creditore consistito nella volontaria restituzione del titolo originale dell’obbligazione, nel senso che la restituzione volontaria costituisce prova della liberazione dall’obbligazione. Allora, se il vincolo derivante dalla legge si sostanzia solo nella qualificazione legale del comportamento del creditore, non è il semplice possesso del titolo da parte del debitore ad essere idoneo a far presumere la liberazione. Infatti, sulla base della regola generale posta dall’art. 2697 c.c., il debitore che pretende di essere liberato deve provare la volontarietà della restituzione, quale elemento costitutivo della fattispecie estintiva addotta. E affinchè la restituzione del titolo possa produrre gli effetti previsti con valutazione legale tipica, e cioè possa valere come liberazione dell’obbligazione, è necessario che il debitore provi che la restituzione del titolo sia stata fatta dal creditore, o da persona allo stesso ricollegabile, volontariamente, perchè dalla volontaria restituzione del titolo, al di là della consapevolezza delle conseguenze, è dalla legge fatta discendere la conseguenza della liberazione dall’obbligazione per qualunque causa diversa dall’adempimento.

L’interpretazione sostenuta, che attribuisce al debitore l’onere di provare la provenienza della restituzione dal creditore per poter attribuire a questo comportamento la valutazione legale tipica della liberazione dalla obbligazione, trova conferma nello stesso art. 1237, comma 2. Infatti, trattandosi di crediti contenuti in un atto pubblico e, quindi, di casi in cui il documento è custodito da chi lo ha redatto, non è necessario che il debitore provi la volontarietà della restituzione e il possesso della copia fa presumere la liberazione, salva la prova contraria del creditore. D’altra parte, la riferibilità della ricostruzione tradizionale all’ipotesi di restituzione per effetto del pagamento dell’obbligazione, trova conferma in una risalente pronuncia di questa Corte dove si fonda la presunzione, qualificata assoluta, che sarebbe prevista nel comma 1, sulla prassi comune nei rapporti obbligatori di accompagnare il pagamento, come modo normale di estinzione del debito, con la restituzione del titolo (Cass. n. 3633 del 1969).

In conclusione, la censura riferita alla violazione dell’art. 1237 c.c., va rigettata in applicazione del principio di diritto, rispettato dalla Corte di merito, secondo cui la restituzione volontaria del titolo originale del credito da parte del creditore al debitore vale come liberazione dall’obbligazione, in conformità alla valutazione legale tipica del suddetto comportamento prevista dall’art. 1237 c.c., comma 1, in riferimento ai modi di estinzione dell’obbligazione diversi dall’adempimento, a condizione che il debitore, secondo il principio generale posto dall’art. 2697 c.c., provi la volontarietà della restituzione da parte del creditore o da persona ad esso riferibile (in tal senso, Cass. 27 gennaio 2015 n. 1455).

In effetti, nel caso di specie, la Corte d’appello pur facendo riferimento in modo del tutto atecnico alle presunzioni laddove ha statuito che “la materiale restituzione dell’assegno non è sufficiente, di per sè sola, a liberare il debitore dal momento che la volontà abdicativa deve trovare conferma altresì nelle circostanza fattuali del caso concreto”, ha in realtà effettuato una valutazione degli elementi di giudizio di segno contrario alla tesi della convenuta, come la circostanza che l’assegno offerto in pagamento fosse stato tratto sul conto corrente bancario del padre, senza alcuna prova o deduzione che si trattasse di donazione indiretta di somma ingente di denaro.

Allora resta da verificare se hanno fondamento le censure sollevate dalla ricorrente in ordine agli asseriti difetti motivazionali della sentenza impugnata nella valutazione delle prove sulle quali si fonda il mancato riscontro della volontarietà della restituzione, sotto il profilo della attribuibilità della stessa al creditrice.

Anche queste doglianze sono prive di fondamento.

La Corte di appello ha condiviso la motivazione del primo giudice laddove questi aveva ritenuto non raggiunta la prova, a carico della debitrice, che il creditore avesse restituito il titolo di credito a dimostrazione che il creditore voleva rimettere il credito per estinguere l’obbligazione di pagamento del prezzo. In questa direzione, ha aggiunto che il possesso da parte della P. dell’originale dell’assegno da questa rilasciato, peraltro sul conto corrente bancario del padre, non poteva implicare alcuna automatica riferibilità della restituzione ad uno dei modi di estinzione dell’obbligazione diversi dall’adempimento, non esprimendo la restituzione di tale titolo la volontà di riconoscere il pagamento del corrispondente debito cartolare e non è, dunque, idonea a dimostrare l’estinzione satisfattiva del debito cartolare.

Le riferite argomentazioni contenute nella sentenza impugnata dimostrano la mancanza di pregio delle censure proposte con ricorso per cassazione, le quali, in generale, si sostanziano nella inammissibile prospettazione di profili valutativi rimessi al giudice di merito, senza che emergano decisivi vizi logici o omissivi.

Con il secondo motivo la ricorrente, in via subordinata, denuncia la violazione e la falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, dell’art. 2729 c.c., in relazione all’art. 2697 c.c., per avere il giudice del merito gravato il debitore dell’onus probandi circa la volontà abdicativa sottesa alla restituzione del titolo.

La censura è infondata alla luce delle considerazioni dinanzi svolte, avendo la Corte territoriale – diversamente da quanto dedotto dalla ricorrente statuito l’insussistenza della volontà abdicativa, senza attribuire alcun onere probatorio.

In conclusione, il ricorso deve essere rigettato.

Non deve farsi luogo ad una pronuncia sulle spese del giudizio in mancanza di difese svolte da P.C. rimasto intimato.

Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è stato rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la stessa impugnazione integralmente rigettata, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Si dà atto che il presente provvedimento è sottoscritto dal solo consigliere anziano del collegio per impedimento del suo presidente, ai sensi del D.P.C.M. 8 marzo 2020, art. 1, comma 1, lett. a).

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 18 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 2 settembre 2020

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