Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18207 del 02/09/2020

Cassazione civile sez. II, 02/09/2020, (ud. 23/01/2020, dep. 02/09/2020), n.18207

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – rel. Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CARBONE Enrico – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 1402/16) proposto da:

S.P.G., (C.F.: (OMISSIS)), rappresentato e difeso,

in virtù di procura speciale in calce al ricorso, dagli Avv.ti

Mauro Bilotta, e Gerardo Pileci e domiciliato “ex lege” presso la

Cancelleria civile della Corte di Cassazione, in Roma, P.zza Cavour;

– ricorrente –

contro

S.F., (C.F.: (OMISSIS));

– intimata –

Avverso la sentenza del Tribunale di Tempio Pausania n. 64/2015

(depositata il 29 gennaio 2015 e notificata 10 febbraio 2015),

nonchè avverso l’ordinanza ex artt. 348-bis e 348-ter c.p.c., della

Corte di appello di Cagliari – sez. dist. di Sassari (depositata il

25 settembre 2015);

udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 23

gennaio 2020 dal Consigliere relatore Dott. Aldo Carrato;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. CELESTE Alberto, che ha concluso per l’accoglimento

del primo motivo e l’assorbimento degli altri.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

1. Con atto di citazione del luglio 2001 la sig.ra S.F. conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Tempio Pausania – sez. dist. di Olbia, il sig. S.P.G., deducendo: – di essere proprietaria di un’abitazione sita in (OMISSIS), alla cui adiacenza insisteva una veranda, di proprietà del citato germano P.G., facente parte di altro immobile, che veniva utilizzata per lo svolgimento di attività di ristorazione, su cui prospettava una finestra dell’abitazione di essa attrice; – che, a seguito della sopravvenuta chiusura di detta veranda, la predetta finestra non poteva più essere aperta, avendola, peraltro, esso convenuto chiusa dall’esterno con una sbarra. Tanto premesso, chiedeva all’adito Tribunale di accertare l’esistenza del suo diritto di servitù di veduta sulla veranda in questione, con il ripristino dello stato dei luoghi.

Il convenuto si costituiva in giudizio ed insisteva per il rigetto della domanda, sostenendo che, nel caso di specie, gli immobili delle parti appartenevano in precedenza al loro genitore che li aveva, poi, divisi, donandoli ai due figli, specificando che la controversa veranda era già adibita a ristorante e che la finestra dell’abitazione, poi divenuta di proprietà dell’attrice, era già rimasta chiusa ed inutilizzata; pertanto, non si potevano ritenere sussistenti i presupposti per ravvisare la sopravvenuta costituzione di una servitù di veduta per destinazione del padre di famiglia ai sensi dell’art. 1062 c.c..

Con sentenza n. 64 del 2015 (depositata il 29 gennaio 2015) l’adito Tribunale accoglieva la domanda attorea ed affermava che, nella fattispecie, si era venuta a costituire una servitù di veduta per destinazione del padre di famiglia.

2. Interposto appello da parte del S.P.G. e nella costituzione dell’appellata, la Corte di appello di Cagliari – sez. dist. di Sassari, con ordinanza emessa ai sensi degli artt. 348-bis e 348-ter c.p.c. (depositata in data 25 settembre 2015), dichiarava l’inammissibilità dell’appello, non avendo lo stesso una ragionevole probabilità di accoglimento.

A tal proposito il giudice di secondo grado fondava il raggiunto convincimento sulla scorta della pacificità delle circostanze documentalmente provate, dell’emergenza (già rilevata dal primo giudice) della prova che – all’epoca della donazione degli immobili divisi da parte del loro genitore – la finestra in questione era libera da sbarramenti di sorta e veniva comunque utilizzata in occasione della chiusura dell’attività di ristorante esercitata all’interno della veranda chiusa, così potendo ravvisarsi la sussistenza delle condizioni per la configurazione della costituzione della servitù per destinazione del padre di famiglia (alla stregua della conferente giurisprudenza di legittimità applicabile al riguardo).

3. Avverso la menzionata sentenza di primo grado e la successiva citata ordinanza della Corte di appello di Cagliari – sez. dist. di Sassari ha proposto ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 348-ter c.p.c., affidato a tre motivi, il S.P.G..

L’intimata S.F. non ha svolto attività difensiva in questa sede.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con il primo motivo il ricorrente ha denunciato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la violazione e falsa applicazione dell’art. 1062 c.c., per non aver il giudice di primo grado valutato integralmente la fattispecie costitutiva della “destinazione del padre di famiglia”, escludendo la rilevanza dell’effettivo esercizio dell’attività corrispondente alla servitù.

2. Con la seconda censura il ricorrente ha prospettato – con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la violazione e falsa applicazione dell’art. 1062 c.c., anche in termini di insufficienza e contraddittorietà della motivazione, nonchè la violazione dell’art. 111 Cost., comma 6.

3. Con la terza doglianza il ricorrente ha dedotto – in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la violazione e falsa applicazione dell’art. 1062 c.c., per non aver il giudice di prime cure preso in considerazione la rilevanza della volontà contraria del proprietario comune (e dante causa delle due parti) a che si costituisse la servitù.

4. Rileva il collegio che tutti i motivi possono essere esaminati congiuntamente perchè tra loro all’evidenza connessi.

Essi sono infondati per le ragioni che seguono.

Il primo si risolve, in effetti, nella inammissibile confutazione della valutazione di merito circa il pregresso esercizio – prima della realizzazione dell’impedimento da parte del ricorrente – della servitù di veduta da parte della S.F., per come adeguatamente compiuta – sulla scorta di univoci accertamenti fattuali – dal Tribunale di Tempio Pausania, che ha trovato conferma nella successiva ordinanza della Corte di appello.

A tal proposito, il giudice di prime cure ha dato congruamente conto – per quanto emergente dagli esiti conseguenti alle assunte prove costituende dell’univoco riscontro della circostanza, all’atto della intervenuta separazione delle porzioni immobiliari loro donate dal genitore, dell’esistenza materiale della finestra nell’immobile della S.F. prospettante sulla contigua proprietà assegnata all’attuale ricorrente, essendo, invece, controverso tra le parti il fatto se, con riferimento al sopravvenire di detta separazione, la citata finestra fosse rimasta definitivamente occlusa in modo da impedire, in modo permanente, alla menzionata S.F. l’esercizio del relativo diritto di affaccio.

All’esito dell’esperita istruzione probatoria il suddetto Tribunale con sufficiente valutazione delle relative emergenze fattuali, confermata anche dalla Corte sassarese – ha accertato, con un compiuto percorso argomentativo di merito (come tale insindacabile nella presente sede di legittimità), che la controversa finestra non era munita di inferriate o di altri accorgimenti impeditivi della sua apertura e della prospicienza sulla confinante veranda, e ciò sia al momento delle donazioni intervenute nel 2001 che in quello precedente in cui era già esercitata l’attività di ristorazione nella veranda stessa, poi divenuta di proprietà del S.P.G..

Ma il giudice di primo grado (con valutazione di merito ancora condivisa dalla Corte territoriale) ha accertato – sempre sulla scorta delle risultanze istruttorie complessivamente valorizzate – che, anche successivamente all’intervenuta separazione delle due porzioni immobiliari (per effetto delle disposte donazioni), la finestra in questione era rimasta libera da sbarramenti di sorta e che la stessa veniva utilizzata dalla S.F. con la sua apertura durante la chiusura dell’attiguo ristorante, la cui attività veniva esercitata nello spazio chiuso dalla veranda.

Pertanto, in virtù di tali riscontri fattuali, il Tribunale tempiese ha correttamente ritenuto – in punto di diritto – che si erano venute a configurare le condizioni per ravvisare la sussistenza della costituzione della servitù reclamata dalla S.F. per destinazione del padre di famiglia, applicando il principio – consolidato nella giurisprudenza di questa Corte secondo cui, a tal fine, va ritenuto che detta servitù deve intendersi stabilita “ope legis” quando, al momento della separazione dei fondi o del frazionamento dell’unico fondo, lo stato dei luoghi sia posto o lasciato, con opere o segni manifesti ed univoci, in una situazione oggettiva integrante “de facto” il contenuto della servitù, dovendosi ricercare la subordinazione del fondo nella natura delle opere, oggettivamente considerate (cfr., tra le tante, Cass. n. 12197/1997 e, da ultimo, Cass. n. 10662/2015).

E ciò è quanto risulta essersi concretizzato nel caso di specie.

In virtù di queste considerazioni la seconda censura è propriamente inammissibile perchè con essa si deduce il vizio di insufficiente e contraddittoria motivazione, ormai non più denunciabile a seguito della nuova formulazione (applicabile “ratione temporis” nella fattispecie, risulta emessa la sentenza impugnata successivamente all’11 settembre 2012) dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, la quale deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, deve ritenersi deducibile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali, precisandosi che tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile” (vizi tutti insussistenti nel caso qui in esame), esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (cfr., per tutte, Cass. SU n. 8053 e 8054 del 2014).

Quanto al terzo motivo, se sul piano giuridico in generale non è corretto – ai sensi dell’art. 1062 c.c., comma 2 – considerare (come, invece, ritenuto dal giudice di prime cure) irrilevanti le eventuali intenzioni e/o indicazioni date dal comune dante causa delle parti circa l’utilizzo della finestra in occasione della costruzione della veranda, deve, tuttavia, osservarsi che il concreto esercizio della veduta – come idoneamente accertato in fatto posto in essere da parte della S.F. (che aveva, perciò, assolto all’onere probatorio che le incombeva: cfr., sul punto, Cass. n. 1890/2014) – dimostra come non vi fosse stata alcuna manifestazione di una diversa volontà ad opera del loro genitore-donante, nè, in proposito, il ricorrente ha addotto di aver fornito prova del contrario (sulla base di apposita deduzione od eccezione, la cui proposizione ove formulata – avrebbe dovuto essere riportata in ricorso con la specificazione di quando e come fosse stata prospettata nei gradi di merito).

Di conseguenza risulta essere stato dato legittimamente seguito, da parte dei giudici di merito, al principio (affermato più volte nella giurisprudenza di questa Corte) in base al quale la costituzione di una servitù per destinazione del padre di famiglia – che è fattispecie non negoziale e postula la presenza di opere visibili e permanenti destinate all’esercizio della servitù – presuppone l’originaria appartenenza di due fondi (o porzioni del medesimo fondo) ad un unico proprietario, il quale abbia posto gli stessi, l’uno rispetto all’altro, in una situazione di subordinazione idonea ad integrare il contenuto di una servitù prediale e che, all’atto della loro separazione, sia mancata una manifestazione di volontà contraria al perdurare della relazione di sottoposizione di un fondo nei confronti dell’altro.

5.. In definitiva, per effetto delle ragioni complessivamente esposte, il ricorso deve essere integralmente respinto, senza doversi far luogo ad alcuna pronuncia sulle spese del presente giudizio, non avendo l’intimata svolto attività difensiva.

Infine, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, occorre dare atto della sussistenza per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 23 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 2 settembre 2020

 

 

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