Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18198 del 16/09/2016


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Cassazione civile sez. trib., 16/09/2016, (ud. 09/07/2014, dep. 16/09/2016), n.18198

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIELLI Stefano – Presidente –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – rel. Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 18201/2010 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

domiciliata in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

CONSORZIO AQUARNO SPA in persona del Presidente del C.d.A. e legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA

CELIMONTANA 38, presso lo studio dell’avvocato PAOLO PANARITI, che

lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato CARLO BROTINI

giusta delega a margine;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 83/2009 della COMM. TRIB. REG. della TOSCANA,

depositata il 25/05/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/07/2014 dal Consigliere Dott. MARCO MARULLI;

udito per il ricorrente l’Avvocato PALATIELLO che si riporta al

ricorso;

udito per il controricorrente l’Avvocato BROTINI che ha chiesto il

rigetto;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SEPE Ennio Attilio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. L’Agenzia delle Entrate ricorre per cassazione avverso la sentenza 83/21/09 del 25.5.2009 con la quale la CTR Toscana, respingendone l’appello, ha confermato la sentenza di primo grado ed il conseguente annullamento dell’avviso di accertamento impugnato che su ricorso del Consorzio Aquarno s.p.a. aveva ritenuto che le somme versate a quest’ultimo dal Consorzio Depuratore di Santa Croce sull’Arno s.p.a. nella sua veste di azionista di maggioranza, a fronte dei maggiori oneri di gestione che non fossero coperti dai canoni corrisposti dai singoli consorziati, non costituissero operazione imponibile e non fossero perciò assoggettabili ad IVA.

La CTR ha motivato l’impugnata pronuncia di rigetto osservando, sul preliminare rilievo che la gestione operativa dell’ente spettava al Consorzio Aquarno s.p.a., mentre compito del Consorzio Depuratore di Santa Croce sull’Arno s.p.a. era quello di coprire le differenze tra i canoni corrisposti al soggetto operativo e le spese di gestione, che nella specie “tra i due soggetti non esiste una cessione di beni legata ad una prestazione di servizi, dal momento che l’unico soggetto che svolge prestazioni di servizi a terzi (gli utenti) e ne riceve un corrispettivo regolarmente fatturato è il Consorzio Aquarno s.p.a.”. Si tratta perciò, ha precisato la CTR, “di un rapporto tra società partecipante e società partecipata del tutto eventuale, perchè presuppone la valutazione, anno per anno, dell’esistenza di una perdita di esercizio da parte di quest’ultima”, di talchè, non trovando neppure applicazione la giurisprudenza comunitaria in materia di sovvenzioni, “il versamento della somma in questione non appare riferibile ad alcun servizio reso alla società versante e pertanto appare carente del presupposto oggettivo dell’imposta IVA”.

Il ricorso è affidato ad un motivo articolato su quattro profili.

Resiste con controricorso la parte intimata.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

2.1. Con l’unico motivo di ricorso – la cui ammissibilità non trova preclusione nelle eccezioni della controparte per quanto dispone la L. n. 69 del 2009, art. 58, comma 3 e potendo altresì ritenersi soddisfatto il disposto dell’art. 366-bis, c.p.c. – l’Agenzia impugnante deduce vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, sotto il profilo dell’insufficienza e della contraddittorietà di quella adottata nella specie dei giudici di appello laddove a) essa sembra far credere che l’intervento del Consorzio Depuratore sia previsto per coprire qualsiasi perdita di esercizio, mentre, come pure affermato, riportando il relativo passo della convenzione regolante i rapporti tra i due enti, “non si tratta di un ripianamento di tutte le perdite, ma solo dell’onere relativo alle spese di gestione dell’impianto di depurazione”; b) essa, richiamando il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 13, “non sembra aver considerato il meccanismo della norma che attribuisce rilievo ad una dazione di un terzo (per definizione escluso quindi dalla prestazione) per ricomprenderla nella base imponibile ai fini IVA; c) essa attribuisce rilievo alla circostanza che trattasi di un rapporto tra partecipante e partecipata del tutto eventuale, “mentre la stessa non risulta rilevante ai fini del citato art. 13, ben potendo il contributo essere saltuario e ciò nonostante avere natura di integrazione direttamente connessa con il corrispettivo”; d) essa rileva l’inesistenza di una cessione di beni tra le parti, ancorchè sia lo “stesso meccanismo previsto dalla convenzione sopra riportata a dimostrare l’esistenza di una connessione tra dazione di denaro e prezzi della fornitura”.

2.2. Il motivo come articolato sub a) è infondato.

Esso, come lascia trasparire la sua stessa formulazione letterale (“la valutazione di fatto… operata dal giudice di merito in relazione al punto a) appare insufficiente e contraddittoria perchè sembra far credere…”) è frutto di una mera supposizione che non trova riscontro alcuno nel dispiegarsi del ragionamento dei giudici di appello, poichè il rilevo da essi formulato, ed oggetto di censura da parte della ricorrente, non è decisivo ai fini della formazione del loro convincimento e non ne identifica più esattamente la rado, con i noti effetti preclusivi che ciò determina in termini di ammisibilità del ricorso, essendosi esclusa l’assoggettabilità ai fini IVA delle integrazioni di che trattasi non già in nome di un’affermata equivalenza tra spese per la gestione dell’impianto e prezzo corrisposto dagli utenti per l’erogazione del servizio, ma sul diverso presupposto che “nella specie tra i due soggetti non esiste una cessione di beni legata ad una prestazione di servizi”.

Nè d’altro canto, a tacer della manifesta ipoteticità che affetta l’allegazione, è in concreto riscontrabile il denunciato vizio di contraddittorietà della motivazione, non solo per i limiti concettuali di esso (SS.UU. 25984/10), per il quale deve risultare compromessa la comprensibilità della ratio decidendi, mentre nella specie non è ravvisabile alcuna contraddizione tra enunciati che non si collocano sul medesimo piano logico; ma per il fatto, e la lettera del motivo è buon testimone di ciò, che si può solo supporre -ammesso che le espressioni ritenute in apparente contrasto siano nella specie usate in senso tecnico – che vi sia equivalenza tra spese di gestione e prezzo del servizio, risultando i confini della prima di incerta delimitazione, atteso che ad essa possono ricondursi sia il costo del servizio, sia le perdite di esercizio e dunque gli oneri discendenti dalla gestione caratteristica, oltre a quelli dipendenti da operazioni di carattere straordinario o da mere fluttuazioni finanziarie.

3.1 Sono inammissibili per difetto di formulazione del quesito articolazioni impresse all’unico motivo di ricorso sub b) e sub c).

3.2. Sebbene con esse si faccia valere un vizio di motivazione sotto l’aspetto, rispettivamente, della illogicità e contraddittorietà e dell’insufficienza e della contraddittorietà della decisione dai giudici di appello, si intende in realtà evidenziare la violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 13, nella parte in cui la sentenza, per escludere l’imponibilità dell’operazione, afferma che non sarebbe ravvisabile nella specie una “cessione di beni legata a prestazione di servizi” in quanto ricorrerebbe “un rapporto tra società partecipante e società partecipata del tutto eventuale”, circostanza che al contrario non sarebbe invece rilevante dal momento che il contributo può essere corrisposto in modo saltuario senza che per questo sia compromessa la corrispettività con quanto versato dagli utenti.

Riqualificata in questi termini, com’è nei poteri di questa Corte (14206/12; 7981/07; 19661/06), la duplice censura incorre nella preclusione discendente dall’art. 366-bis c.p.c., in ordine alla formulazione del quesito di diritto, dovendo ricordarsi che “i motivi riconducibili all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, vanno corredati, a pena di inammissibilità, da quesiti che devono compendiare: a) la riassuntiva esposizione degli elementi di fatto sottoposti al giudice di merito; b) la sintetica indicazione della regola di diritto applicata dal quel giudice; c) la diversa regola di diritto che, ad avviso del ricorrente, si sarebbe dovuta applicare al caso di specie” (19769/08; 8143/14; 4700/14), condizioni che nella specie risultano palesemente deficitarie essendosi semplicemente chiesto alla Corte di statuire “in ordine alla ritenuta necessaria inesistenza di una prestazione d’opera tra i due consorzi” ed “in ordine alla ritenuta rilevanza della non necessaria continuità delle contribuzioni”.

4.1. Fondato è invece il quarto profilo in cui si articola il complesso motivo di ricorso.

4.2. Lamenta, come visto, l’Agenzia ricorrente l’illogicità e l’insufficienza della motivazione della sentenza impugnata per aver essa rilevato, e sulla base di ciò rigettato l’appello dell’ufficio, che nel caso di specie tra i due soggetti non esiste una cessione di beni legata ad una prestazione di servizi dal momento che l’unico soggetto che svolge prestazioni di servizi a terzi (gli utenti) e ne riceve il corrispettivo regolarmente fatturato è il Consorzio Aquarno s.p.a.”; e ciò malgrado dalla stessa convenzione regolante i rapporti tra le parti fosse evincibile l’esistenza “di una connessione tra dazione di denaro e prezzi della fornitura”.

La convenzione regolante i rapporti tra le parti, risultante dai rogiti del Notaio Adinolfi del 4.3.1999 rep. 49240, come si legge nella sentenza impugnata, al punto in discussione prevede testualmente che “il Consorzio Aquarno s.p.a. incassi direttamente dagli utenti i proventi del servizio di depurazione dei reflui industriali” e che “nel caso in cui le somme percepite per la depurazione dei reflui non fossero sufficienti a coprire le spese di gestione dell’impianto di depurazione,… il relativo onere sarà a carico esclusivo del Consorzio Depuratore di Santa Croce sull’Arno s.p.a….”.

Ora, alla luce di questo elemento, il vizio che inficia in parte qua la motivazione della decisione d’appello risulta manifesto poichè rispetto al canone della coerenza, che assicura alla motivazione la funzione di chiarire il percorso logico e giuridico seguito dal giudice per addivenire al pronunciamento senza incorrere in lacune argomentative che ne compromettano la completezza e la persuasività, quella qui in esame, di fronte al trascritto passo della convenzione, non assolve compiutamente alla propria funzione. Non spiega e, meglio, non approfondisce in maniera adeguata infatti le ragioni in forza delle quali si sia potuto ritenere che “le spese di gestione” di cui parla la convenzione non corrispondono ai “proventi del servizio di depurazione”, in tal modo rendendo il ragionamento complessivamente sviluppato dai giudici carente su un punto decisivo della controversia di cui era tanto più doveroso l’apprezzamento quanto maggiore è la possibilità per il giudice di merito di attingere a tutti gli elementi della cognizione resi disponibili dalle parti. La constatazione viceversa che la sentenza qui impugnata lasci questo aspetto della controversia, ancorchè dirimente ed oggetto segnatamente di discussione tra le parti, decisamente in ombra, optando frettolosamente per una lettura della fattispecie che ne esclude ogni influenza, portando a sposare senza riserve la conclusione enunciata, la espone ad un vizio, se non di apoditticità, certo di oggettiva insufficienza nel dare contezza in maniera logica e conseguente delle ragioni che ne legittimano il dictum, rendendone perciò inevitabile la doverosa cassazione.

5. In accoglimento del motivo la sentenza va dunque cassata e la causa va rimessa al giudice territoriale per il riesame ai sensi dell’art. 383 c.p.c., comma 1.

PQM

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

Accoglie il ricorso, cassa l’impugnata sentenza e rinvia alla CTR Toscana che in altra composizione provvederà pure alla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Quinta Civile, il 9 luglio 2014.

Depositato in Cancelleria il 16 settembre 2016

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