Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18190 del 16/09/2016


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Cassazione civile sez. lav., 16/09/2016, (ud. 21/06/2016, dep. 16/09/2016), n.18190

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – rel. Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 16776/2015 proposto da:

C.B., C.F. (OMISSIS), A.A. C.F. (OMISSIS),

B.M. C.F. (OMISSIS), CE.ER. C.F. (OMISSIS),

D.V.B. C.F. (OMISSIS), G.U. C.F. (OMISSIS),

GI.PA. C.F. (OMISSIS), GR.RI. C.F. (OMISSIS),

P.M. C.F. (OMISSIS), R.M.G. C.F. (OMISSIS), tutti

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA GERMANICO 172, presso lo

studio dell’avvocato PIER LUIGI PANICI, che li rappresenta e difende

unitamente all’avvocato TIZIANA AGOSTINI, giusta delega in atti;

– ricorrenti –

contro

ROI AUTOMOTIVE TECHNOLOGY S.R.L., P.I. (OMISSIS), in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIALE MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato LUIGI

FIORILLO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato

RAFFAELE RICCARDI, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4259/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 15/05/2015, R.G. N. 449/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

21/06/2016 dal Consigliere Dott. FEDERICO BALESTRIERI;

udito l’Avvocato ANDREA MATRONOLA per delega verbale PIER LUIGI

PANICI;

udito l’Avvocato ANNA BUTTAFOCO per delega verbale LUIGI FIORILLO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELENTANO Carmelo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Tribunale di Latina respingeva l’opposizione proposta dagli odierni ricorrenti avverso l’ordinanza depositata il 22 luglio 2014, con la quale il medesimo Tribunale aveva rigettato il ricorso proposto dai lavoratori – della L. n. 92 del 2012, ex art. 1, comma 47, – al fine di ottenere l’accertamento della illegittimità dei licenziamenti collettivi loro intimati dalla Roi Automotive Technology s.r.l. e la condanna di tale società alla loro immediata reintegrazione nel posto di lavoro, nonchè al pagamento delle retribuzioni globali di fatto dal licenziamento alla reintegra (o, in via subordinata, di una indennità risarcitoria pari a 24 mensilità).

Avverso la predetta decisione hanno proposto reclamo i soccombenti per i seguenti motivi: – erroneità della sentenza stante l’illegittimità dei licenziamenti impugnati per violazione della L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 3, essendosi il Tribunale limitato ad elencare, in ordine a tale dedotta violazione, le fasi di incontro tra l’azienda e le OO.SS., senza dare conto dei motivi che avrebbero dovuto far ritenere assolto l’obbligo di verificare l’esistenza di soluzioni alternative al licenziamento; – erroneità della sentenza nella parte in cui non aveva esaminato il profilo di illegittimità dei licenziamenti per violazione della L. n. 223 del 1991, art. 5, non potendo essere limitata la scelta dei lavoratori da porre in mobilità ai soli dipendenti addetti ad un unico reparto in considerazione della fungibilità dei lavoratori ritenuti in esubero – e tenuto conto della inadeguatezza dei punteggi determinati dalla società, in relazione ai criteri di cui alla L. n. 223 del 1991, art. 5; arbitrarietà della condotta aziendale con riferimento alla posizione dei lavoratori Gr.Ri. e F.G..

Ha resistito al reclamo la società chiedendone il rigetto, ed eccependo in via preliminare l’inammissibilità del reclamo per mancanza dei requisiti indicati dall’art. 342 c.p.c..

Con sentenza depositata il 15 maggio 2015, la Corte d’appello di Roma, in parziale accoglimento del reclamo ed in parziale riforma della sentenza impugnata, confermata nel resto, annullava il licenziamento intimato a F.G. e condannava la società reclamata alla reintegra di quest’ultimo nel posto di lavoro ed al pagamento di una indennità risarcitoria pari a dodici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto percepita, pari ad Euro. 1.909,39, oltre interessi e rivalutazione dal licenziamento al soddisfo ed oltre al versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali dal giorno del licenziamento sino a quello della effettiva reintegrazione.

Per la cassazione di tale sentenza propongono ricorso i lavoratori indicati in epigrafe, affidato a tre motivi.

Resiste la Roi Automotive Technology s.r.l. con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.- Con il primo motivo i ricorrenti denunciano la violazione e falsa applicazione dell’art. 4, comma 3, nonchè della L. n. 223 del 1991, artt. 1, 2 e 3.

Lamentano che la Corte di merito ritenne erroneamente che la comunicazione relativa ai motivi per cui non erano possibili misure per evitare i licenziamenti, era conforme alle prescrizioni dettate dall’art. 4, comma 3, avendo la società indicato i motivi tecnici ed organizzativi per i quali si riteneva di non poter evitare la messa in mobilità, costituiti dalla ravvisata necessità di ridurre la complessità ed i costi della struttura aziendale del settore produzione…”, ritenendo inoltre, richiamando l’accordo 11.09.2013, che vi erano difficoltà a “poter utilizzare ulteriori ammortizzatori sociali” considerato che l’azienda aveva fatto ricorso in precedenza alla CIGS.

Il motivo è inammissibile in quanto si risolve, nel regime di cui al novellato n. 5 dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nella richiesta di un riesame di circostanze di fatto.

Deve infatti considerarsi che in tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione. Il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (cfr., e plurimis, Cass. 16 luglio 2010 n. 16698; Cass. 26 marzo 2010 n. 7394).

Nella specie le censure si sostanziano in vizi di motivazione (id est, erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta), riferiti a sentenza pubblicata dopo l’11.9.2012, sicchè deve rimarcarsi che il nuovo testo del n. 5) dell’art. 360 c.p.c., introduce nell’ordinamento un vizio specifico che concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, specificamente indicato, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia). L’omesso esame di elementi istruttori non integra invece di per sè vizio di omesso esame di un fatto decisivo, se il fatto storico rilevante in causa sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, benchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass. sez. un. 22 settembre 2014 n. 19881). Tali requisiti difettano nella fattispecie, sicchè le censure motive denunciate in ricorso, dirette ad un sostanziale riesame delle circostanze di causa, esaminate dalla sentenza impugnata, sono inammissibili.

La corte di merito ha ampiamente esaminato il fatto controverso, osservando che la comunicazione del 1 luglio 2013, con la quale la società comunicava alte OO.SS., ai sensi degli artt. 4 e 24, l’avvio della procedura di mobilità, indicava quali motivi della situazione di eccedenza del personale (16 unità su un totale di 56 dipendenti) il drastico calo subito dal mercato italiano dell’auto ed, in particolare, dalla società FIAT Auto s.p.a., unico cliente della Roi Automotive (operante nel settore tessile, con produzione di tappeti preformati per auto in moquette); che il calo della produzione dei tappeti in moquette era stato di oltre il 50% e che ciò aveva determinato un esubero della forza lavoro non più riconvertibile; che, quanto ai motivi tecnici, organizzativi e produttivi per i quali si riteneva di non poter adottare misura idonee a risolvere la situazione di eccedenza ed evitare la messa in mobilità, non risultavano praticabili soluzioni idonee alternative, in considerazione della natura strutturale del problema; che il personale eccedente, come da prospetto riportato nella comunicazione, si collocava nell’ambito del Reparto Produzione e nei seguenti profili professionali: Addetti Stampi/Linee, Addetti Saldatrici/Fustelle e Incollaggio e Addetti Schiumatrice/Water Jet; che la società aveva già utilizzato misure alternative (c.i.g.s.) e che le stesse parti sociali avevano concordato, nell’accordo dell’11.9.13, di non poter utilizzare ulteriori ammortizzatori sociali.

2.- Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano la violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 5, comma 1, nonchè dell’art. 2697 c.c..

Lamentano che la corte di merito ritenne legittimamente operata la comparazione tra i lavoratori dei profili professionali in esubero nell’ambito del solo reparto di produzione dei tappeti in moquette per auto, in considerazione della peculiare professionalità posseduta da tali lavoratori, laddove la giurisprudenza di legittimità afferma che la comparazione vada fatta all’interno dell’intero ambito aziendale.

Il motivo è infondato.

Questa Corte ha in realtà più volte affermato che in tema di licenziamento collettivo per riduzione di personale, qualora il progetto di ristrutturazione aziendale si riferisca in modo esclusivo a un’unità produttiva o a un settore dell’azienda, la comparazione dei lavoratori, al fine di individuare quelli da avviare alla mobilità, può essere limitata agli addetti dell’unità o del settore da ristrutturare, in quanto ciò non sia l’effetto dell’unilaterale determinazione del datore di lavoro, ma sia obiettivamente giustificato (come nella specie) dalle esigenze organizzative fondanti la riduzione di personale; i motivi di restrizione della platea dei lavoratori da comparare devono essere adeguatamente esposti nella comunicazione della L. n. 223 del 1991, ex art. 4, comma 3, come avvenuto nella specie, onde consentire alle organizzazioni sindacali di verificare il nesso tra le ragioni che determinano l’esubero di personale e le unità lavorative che l’azienda intende concretamente espellere (Cass. n. 2429/12, Cass. n. 13705/12, Cass. n. 22655/12, Cass. n. 4678/15). Nella specie la sentenza impugnata ha accertato, come visto, che il personale in esubero era esclusivamente quello addetto al reparto produzione moquette per auto, sicchè anche la presente censura finisce per contestare inammissibilmente accertamenti di fatto congruamente compiuti dal giudice di merito.

Per completezza espositiva può aggiungersi che seppure è vero che secondo un recente e condiviso orientamento di questa Corte il datore di lavoro non può limitare la scelta dei lavoratori da porre in mobilità ai soli dipendenti addetti a tale reparto se essi siano idonei – per il pregresso svolgimento della propria attività in altri reparti dell’azienda – ad occupare le posizioni lavorative di colleghi addetti ad altri reparti (Cass. n. 203/15, Cass. n. 13698/15), è parimenti vero che nella specie tale fungibilità non è emersa, che la prova di tale circostanza grava sui lavoratori, che, secondo la corte di merito, “nulla hanno dedotto in ordine alla fungibilità delle mansioni proprie, rispetto a quelle svolte dagli altri operai ella società” (pag. 5 sentenza impugnata).

3.- Con il terzo motivo i ricorrenti denunciano la violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 5, comma 1.

Lamentano di aver censurato la sentenza di primo grado per violazione, sotto un ulteriore profilo, della L. n. 223 del 1991, art. 5, comma 1, deducendo l’omessa applicazione e la violazione dei criteri concordati in sede di accordo sindacale nel verbale dell’11.9.13 e di legge ossia: – lavoratori che matureranno la pensione nel corso o a conclusione del periodo di mobilità; – lavoratori che risolveranno consensualmente il rapporto; – criteri di cui alla L. n. 223 del 1991, art. 5: carichi di famiglia, anzianità esigenze tecnico produttive ed organizzative. Si dolgono che la Corte di merito rigettò la censura con la seguente erronea motivazione: “Nè possono ritenersi arbitrarie le regole utilizzate dall’azienda nel computo del punteggio dei lavoratori da collocare in mobilità. La società, infatti, nella ponderazione dei criteri di scelta di cui all’accordo 11.9.13, ha attribuito – con parametri oggettivi, predeterminati, adeguati e non illogici punti 10 per il coniuge a carico, punti 5 per ciascun figlio a carico e punti 2 per ogni altro familiare a carico e punti 1 per ogni anno di servizio”, mentre l’azienda, con le lettere di licenziamento, aveva illegittimamente sostituito il criterio di legge, relativo ai “carichi di famiglia”, con quello, del tutto diverso, dei “familiari a carico”, con indicazione di un punteggio, non predeterminato in sede sindacale, e unilateralmente stabilito dall’azienda.

Anche tale censura presenta ampi profili di inammissibilità essendo diretta a contestare accertamenti di fatto adeguatamente svolti dal giudice di merito. A ciò può aggiungersi che questa Corte ha già osservato che il criterio dei “carichi familiari” ben si riferisce al numero di familiari a carico, ed include anche le condizioni economiche e patrimoniali complessive del nucleo familiare (Cass. n. 275 del 12/01/2016).

4.- Il ricorso deve essere pertanto rigettato.

Le spese di lite seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24.12.12 n. 228, deve provvedersi, ricorrendone i presupposti, come da dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna i ricorrenti al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 100,00 per esborsi, Euro 6.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali nella misura del 15%, i.v.a. e c.p.a..

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 21 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 16 settembre 2016

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