Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18177 del 24/07/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 24/07/2017, (ud. 30/01/2017, dep.24/07/2017),  n. 18177

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 23676-2014 proposto da:

F.L., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA ARCHIMEDE 112, presso lo studio dell’avvocato FABRIZIO

PAVAROTTI, che lo rappresenta e difende giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

BANCA POPOLARE DI ANCONA S.P.A., C.F. (OMISSIS);

– intimata –

Nonchè da:

BANCA POPOLARE DI ANCONA S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

LEONE IV 99, presso lo studio dell’avvocato CARLO FERZI, che la

rappresenta e difende unitamente agli avvocati ANGELO GIUSEPPE

CHIELLO, CESARE POZZOLI, giusta delega in atti;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

F.L. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA ARCHIMEDE 112, presso lo studio dell’avvocato FABRIZIO

PAVAROTTI, che lo rappresenta e difende giusta delega in atti;

– controricorrente al ricorso incidentale –

avverso la sentenza n. 288/2014 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 08/04/201 r.g.n. 288/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

30/01/2017 dal Consigliere Dott. FRANCESCA SPENA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FRESA Mario, che ha concluso per l’accoglimento ricorso incidentale

e inammissibilità, in subordine rigetto ricorso principale;

udito l’Avvocato FABRIZIO PAVAROTTI;

udito l’Avvocato GIANFRANCO LIUZZI per delega Avvocato CARLO FERZI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con ricorso al Tribunale di Ancona del 21.12.2010 F.L., dirigente di Banca Popolare di Ancona (in prosieguo, per brevità: BPA) spa, impugnava il licenziamento comunicatogli con raccomandata del 29.6.2010, deducendone la inefficacia, in quanto intimato in costanza di malattia e la natura discriminatoria ovvero ingiustificata e chiedendo adottarsi le conseguenti statuizioni economiche.

Agiva altresì per il pagamento della indennità mensile di disagio, per il risarcimento del danno derivato dal demansionamento subito dal novembre 2007 al licenziamento e per il pagamento di premi.

Il giudice del lavoro, con sentenza del 20.11.2012 (nr. 534/2012), accoglieva la domanda relativa ai premi, respingeva le altre.

La Corte d’appello di Ancona, con sentenza del 20.3 – 8.4.2014, accoglieva parzialmente l’appello del F., ritenendo il licenziamento ingiustificato e condannando BPA spa a pagare all’appellante dieci mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto; rigettava gli ulteriori motivi di appello nonchè l’appello incidentale di BPA spa.

Per quanto rileva in questa sede, la Corte territoriale osservava che il licenziamento era stato giustificato da BPA spa in ragione dell’ingresso della società in un gruppo bancario, che aveva comportato la soppressione di alcune funzioni dirigenziali, tra le quali quella svolta dal F..

Non essendo stata prospettata una riduzione di attività, la riduzione delle figure dirigenziali rispondeva a scelte di politica aziendale.

Tali decisioni non erano sindacabili in sede giudiziaria, salvo il superamento dei limiti della discrezionalità per palese irragionevolezza o pretestuosità; per consentire tale valutazione il datore di lavoro avrebbe dovuto prospettare le ragioni della soppressione del posto, la situazione organizzativa di provenienza e quella all’esito della modifica.

Nella fattispecie di causa non era noto se fosse stato ridotto il numero complessivo dei dirigenti nè se vi fosse qualche motivo, di carattere soggettivo o oggettivo, pur non sindacabile ma ragionevole, per rinunziare alla prestazione del F..

L’argomento della soppressione della funzione dirigenziale specifica rischiava di vanificare la tutela economica prevista per il licenziamento ingiustificato del dirigente.

Avrebbe dovuto essere provata la inevitabilità della estromissione, sotto il profilo della insuscettibilità di un impiego alternativo della professionalità del dirigente licenziato ovvero delle ragioni della sua scelta rispetto ad altri dirigenti con analoga professionalità in quanto la soppressione del posto non comportava necessariamente il licenziamento del dipendente che lo occupava.

Non sorreggeva il licenziamento sotto il profilo della giustificatezza la opportunità di ridurre i costi, perchè la diminuzione di spesa era insita in ogni licenziamento.

La insindacabilità delle scelte imprenditoriali non escludeva la necessità di provare il nesso di causalità tra la modifica dell’assetto organizzativo ed il licenziamento e di motivare la scelta del dipendente.

Il licenziamento nella fattispecie di causa non era stato l’effetto di una scelta organizzativa ma la causa della stessa.

Quanto al demansionamento, difettava il presupposto del danno, in quanto il dipendente aveva riconosciuto in sede di libero interrogatorio di avere svolto successivamente al licenziamento attività lavorativa alle dipendenze di terzi con elevata professionalità ed adeguata retribuzione, il che escludeva la esistenza di un danno economico riferibile al pregiudizio alla professionalità ed alla capacità di guadagno. Non vi era denunzia di un danno alla salute o morale e, comunque, nella vicenda di causa sul piano strettamente personale la rilevanza del licenziamento non superava quella ordinaria, compresa nella tutela apprestata dall’ordinamento e dal contratto collettivo.

In punto di efficacia del licenziamento il lavoratore non aveva adempiuto all’onere di provare il suo stato di malattia alla data del recesso; i certificati medici inviati al datore di lavoro non attestavano specificamente la impossibilità di rendere prestazioni lavorative ed erano contrastati da elementi contrari ben più convincenti, quali: la perfetta coincidenza tra l’inizio della malattia ed il licenziamento, la prognosi iniziale di venti giorni rispetto ad un successivo periodo ininterrotto di malattia di dieci mesi, la totale mancanza di deduzioni in ordine alle condizioni di salute- che non poteva essere superata dalla successiva richiesta di indagini peritali su fatti non allegati – la circostanza non contestata che il dipendente in costanza della malattia aveva fatto uso della bicicletta, la non verosimiglianza della malattia alla colonna vertebrale indicata con dichiarazione spontanea all’ultima udienza.

L’indennizzo dovuto per il licenziamento ingiustificato doveva essere liquidato in dieci mensilità di retribuzione, in ragione del reperimento di altra occupazione lavorativa, della durata in dieci mesi della malattia pur non provata, della scorrettezza del datore di lavoro.

Ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza F.L., articolato in tre motivi.

Ha resistito con controricorso BPA spa, che ha proposto ricorso incidentale, articolato in sei motivi.

Il ricorrente ha resistito con controricorso al ricorso incidentale.

Le parti hanno depositato memorie.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Deve preliminarmente procedersi all’esame del ricorso incidentale, vertente nei primi cinque motivi sulla statuizione di carenza di giustificazione del licenziamento del dirigente.

Il primo motivo del ricorso principale è infatti dipendente dal ricorso incidentale, perchè relativo alle statuizioni economiche consequenziali al ritenuto carattere ingiustificato del licenziamento.

1. Con il primo motivo di ricorso incidentale la società BPA spa ha denunziato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. – violazione e falsa applicazione dell’art. 2118 c.c. e dell’art. 26 del CCNL per i DIRIGENTI DIPENDENTI DALLE IMPRESE CREDITIZIE, FINANZIARIE E STRUMENTALI. Ha censurato la sentenza per avere ritenuto necessaria la prova della inevitabilità della estromissione del dirigente, non richiesta invece dalla previsione contrattuale e dal regime di libera recedibilità dal rapporto di lavoro dirigenziale.

2. Con il secondo motivo del ricorso incidentale BPA spa ha dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione dell’art. 2118 c.c., dell’art. 26CCNL di categoria, dell’art. 41 Cost.

Ha censurato la sentenza per avere affermato non costituire una ipotesi di giustificazione del licenziamento del dirigente la esigenza di ridurre il costo del lavoro.

3. Con il terzo motivo la ricorrente incidentale ha denunziato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – omesso esame di un fatto controverso e decisivo del giudizio ovvero della circostanza che il licenziamento era stato disposto in attuazione degli accordi sindacali del 20.5.2010 e 16.6.2010, che evidenziavano la esigenza di ridurre il costo del lavoro.

Ha dedotto che il fatto non esaminato, indicato nella lettera di licenziamento, era stato allegato fin dalla memoria difensiva nel primo grado (alle pagine 9 e segg. 15 e sgg., par. 2) e ribadito nella memoria difensiva in appello (pag. 13 e sgg., par. 3). I suddetti accordi, prodotti in causa (doc. 7 del lavoratore e docc. 4 e 7 della produzione di BPA spa), dimostravano la esigenza, condivisa dalle parti sociali, di un recupero di efficienza e produttività attraverso il contenimento dei costi ed, in particolare, del costo strutturale del lavoro sicchè il licenziamento non era frutto di una valutazione discrezionale ed opinabile del datore di lavoro ma di una esigenza obiettiva, tanto da essere oggetto di accordo con le organizzazioni sindacali.

4. Con il quarto motivo di ricorso incidentale BPA spa ha dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – omesso esame di un fatto decisivo del giudizio ed oggetto di discussione tra le parti, consistente nel criterio di scelta adottato.

La ricorrente incidentale ha esposto che con l’accordo del 20.5.2010 era stato individuato un numero di 79 esuberi, da selezionare preliminarmente con il criterio della adesione volontaria e, successivamente, con il criterio del possesso alla data del 30.6.2010 del requisito pensionistico. Con il successivo accordo del 16.6.2010 si dava atto che per BPA spa avevano aderito alla risoluzione consensuale 75 lavoratori; gli accordi, richiamati nella lettera di licenziamento, erano stati posti a base delle difese nel primo e nel secondo grado sul punto della individuazione del F. come dipendente da licenziare (pag. 42 della memoria difensiva di primo grado e pag. 15 della memoria difensiva in appello).

Pacifico era il possesso da parte del F. del requisito pensionistico.

5. Con il quinto motivo del ricorso incidentale la società BPA spa ha dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – omesso esame di un fatto decisivo del giudizio ed oggetto di discussione tra le parti, consistente nella circostanza che il dipendente era stato licenziato non solo in attuazione dell’accordo quadro del 20 maggio 2010 e del successivo verbale di incontro del 16 giugno 2010 ma anche in considerazione della decisione di procedere all’accorpamento delle due unità affari legali (già diretta dal F.) ed affari societari, come indicato nella lettera di licenziamento e dedotto nel primo grado (pagine 52 e seguenti della memoria difensiva) e nella memoria difensiva in sede di appello (pagine 19 e seguenti). Il fatto neppure era stata contestato dalla controparte.

I motivi devono essere esaminati congiuntamente, in quanto connessi. Vanno preliminarmente superate le questioni di inammissibilità ed improcedibilità sollevate nel controricorso al ricorso incidentale.

Il CCNL DIRIGENTI DIPENDENTI DALLE IMPRESE INDUSTRIALI è stato prodotto dalla stessa parte ricorrente (documento 2 di questo grado) sicchè il ricorrente incidentale non era tenuto a produrlo nuovamente. Il principio di cui all’art. 111 Cost., letto in coerenza con l’art. 6 della CEDU, impone di non negare l’accesso alla decisione in ragione di una interpretazione meramente formale delle norme procedurali, che le renderebbe irragionevoli, dovendo invece aversi riguardo al principio di strumentalità delle forme processuali.

Nello stesso senso l’onere di specificità di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6 è assolto con la indicazione in ricorso dei contenuti rilevanti dei documenti a fondamento della censura (nella fattispecie la lettera di licenziamento) accompagnata dalla individuazione della sede della loro produzione in causa; tale onere è stato assolto dal ricorrente incidentale.

Quanto alla norma di cui all’art. 369 c.p.c., n. 4, le Sezioni Unite di questa Corte (Cassazione civile, sez. un., 07/11/2013, n. 25038) hanno già chiarito che l’onere di deposito degli atti processuali, dei documenti e dei contratti o degli accordi collettivi sui quali si fonda il ricorso, sancito, a pena di improcedibilità, dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, è soddisfatto anche, qualora il documento sia stato prodotto, nelle fasi di merito, dalla controparte, mediante l’indicazione che lo stesso è depositato nel relativo fascicolo del giudizio di merito. Il ricorrente incidentale ha individuato la lettera di licenziamento come documento 13 della produzione di parte ricorrente nel primo grado, produzione acquisita nella presente sede per iniziativa del ricorrente principale, come doc. 7.

I motivi del ricorso incidentale sono fondati.

Occorre, infatti, partire dal consolidato principio già affermato da questa Corte (ex plurimis: Cassazione, sez. lav., 21/06/2016, n. 12823; Cassazione, sez. lav., 20/06/2016, n. 12668; Cassazione, sez. lav., 09/07/2015, n. 14301; Cassazione, sez. lavoro, 03/06/2013, n. 13918; Cass., sez. lav. n. 21748 del 22/10/2010; Cassazione, sez. lav., 29/01/1999, n. 825) secondo cui il licenziamento del dirigente, che non richiede necessariamente un giustificato motivo oggettivo, è consentito in tutti i casi in cui sia stato adottato in funzione di una ristrutturazione aziendale dettata da scelte imprenditoriali non sindacabili nel merito purchè non arbitrarie, non pretestuose e non persecutorie.

E’ in altri termini sufficiente, ai fini della giustificazione del licenziamento del dirigente, la dimostrazione da parte della datrice di lavoro, dell’avvenuta riorganizzazione aziendale e del fatto essa fosse tale da coinvolgere la posizione del dirigente.

Il giudice del merito deve dunque limitarsi al controllo sulla effettività delle scelte imprenditoriali poste a base del licenziamento (nella specie ridimensionamento dei costi del personale), non potendosi estendere, invece, a sindacare il merito di tali scelte, garantite dal precetto costituzionale di cui all’art. 41 Cost., come di fatto perviene ad affermare la Corte di merito laddove assume che “la osservazione secondo cui il licenziamento di un dirigente è opportuno e vantaggioso perchè riduce i costi aziendali, non prova nulla…(pagina 4 della sentenza,in fine)”.

La esigenza, economicamente apprezzabile in termine di risparmio, della soppressione di una figura dirigenziale in attuazione di un riassetto societario integra pertanto la nozione di giustificazione del licenziamento del dirigente richiesta delle norme collettive ove non emerga, alla stregua di dati obiettivi, la natura discriminatoria o contraria a buona fede della riorganizzazione.

Nei precedenti citati (Cass. sez. lav. n. nr. 12668/2016; nr. 21748/2010) questa Corte ha già ritenuto che per stabilire se sia giustificato il licenziamento di un dirigente intimato per ragioni di ristrutturazione aziendale non è dirimente la circostanza che le mansioni da questi precedentemente svolte vengano affidate ad altro dirigente in aggiunta a quelle sue proprie, in quanto quel che rileva è che presso l’azienda non esista più una posizione lavorativa esattamente sovrapponibile a quella del lavoratore licenziato.

La Corte d’appello di Ancona non ha fatto corretta applicazione di tali principi, avendo affermato (pagina 4 della sentenza) che “la circostanza che si sia operata una modifica organizzativa del rapporto non significa affatto che esistesse una giustificazione ” ed ancora che “non è stata fornita, si ripete, una qualche giustificazione che superi l’argomento apodittico costituito dalla soppressione di una funzione dirigenziale specifica” per concludere, poi, che “la inevitabilità avrebbe dovuto essere provata e in primo luogo dedotta alla stregua di due profili. Per una professionalità, spiccata, unica e non suscettibile di altro impiego alternativo. Ovvero per professionalità semplicemente specifica, ma comparabile soltanto a quella di alcuni colleghi, tutti preferibili al dipendente estromesso” ed altresì che “secondo vaglio da superare, quello relativo al criterio adottato, e impiegato, per individuare e scegliere il dipendente da licenziare, in seguito alla soppressione del posto”.

E’ evidente che il giudice del merito ha ritenuto applicabili principi riferibili alla diversa fattispecie del licenziamento per giustificato motivo oggettivo dei dipendenti privi della qualifica dirigenziale e non ha valutato gli elementi istruttori (in essi compresi il contenuto degli accordi sindacali prodotti dalla resistente) alla luce del più limitato ambito di accertamento della effettività della dedotta riorganizzazione della impresa e della sua connessione con il licenziamento del dirigente.

6. Con il sesto motivo del ricorso incidentale BPA spa ha dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 – violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4.

La censura afferisce alla pronunzia di sussistenza del demansionamento, della quale la ricorrente incidentale assume la assenza di motivazione.

L’esame del motivo resta condizionato all’accoglimento del terzo motivo del ricorso principale, con il quale il F. ha censurato il rigetto della relativa domanda di risarcimento per assenza del danno.

Diversamente il ricorrente incidentale difetterebbe di interesse alla impugnazione, in quanto avente ad oggetto unicamente le motivazioni di una statuizione comunque a sè favorevole.

La trattazione va dunque posposta all’esame del terzo motivo del ricorso principale.

1. Con il primo motivo del ricorso principale il F. ha dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – violazione o falsa applicazione dell’art. 30, commi 15, 16, 17, del CCNL 10 gennaio 2008 DIRIGENTI DIPENDENTI DALLE IMPRESE CREDITIZIE, FINANZIARIE E STRUMENTALI anche in relazione agli artt. 1362 c.c. e segg..

Il motivo ha ad oggetto la quantificazione in dieci mensilità di retribuzione della indennità supplementare liquidata.

Il ricorrente ha dedotto che il criterio di liquidazione adottato dal giudice dell’appello, parametrato al periodo di interruzione della attività lavorativa, era in contrasto con la funzione dell’emolumento, avente natura di clausola penale sicchè non era necessaria la prova del danno nè era deducibile l’aliunde perceputm. La Corte di merito avrebbe dovuto tenere conto della accertata grave scorrettezza della condotta del datore di lavoro e dei criteri di liquidazione indicati dal contratto collettivo ovvero la anzianità di servizio nel gruppo societario e la anzianità anagrafica del dipendente.

Il motivo resta assorbito dall’accoglimento dei motivi del ricorso incidentale avverso la dichiarazione pregiudiziale di assenza di giustificazione del licenziamento.

2. Con il secondo motivo del ricorso principale sono dedotti- ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione degli artt. 2697,2727 e 2729 c.c.nonchè – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – omesso esame di un fatto decisivo.

Il motivo investe la statuizione di mancanza di prova dello stato di malattia.

Il ricorrente ha assunto che l’onere della prova era stato da lui assolto con la produzione dei certificati medici inviati al datore di lavoro e che sarebbe stato, piuttosto, onere del datore di lavoro provare il fatto contrario, con conseguente violazione dell’art. 2697 c.c..

Ha inoltre lamentato che la inesistenza dello stato di malattia era stata accertata sulla base di presunzioni (la perfetta coincidenza tra l’inizio della malattia ed il licenziamento – neppure sussistente in fatto -, la prognosi iniziale di venti giorni di malattia rispetto alla successiva durata di dieci mesi, la mancanza di allegazioni circa la natura della malattia, l’utilizzo della bicicletta, la dichiarazione, infine, di una patologia alla colonna vertebrale) prive dei requisiti di gravità, precisione e concordanza richiesti dall’art. 2729 c.c., con conseguente errore di diritto.

Il motivo è infondato nella parte in cui deduce la violazione di norme di diritto.

La violazione della regola processuale dell’art. 2697 c.c. viene in rilievo nelle sole fattispecie in cui il giudice del merito, in assenza della prova del fatto controverso, applicando la regola di giudizio basata sull’onere della prova individui malamente la parte soccombente per una non – corretta ripartizione del carico della prova.

Nell’ipotesi di causa la Corte territoriale ha invece correttamente ritenuto che l’onere di provare lo stato di malattia cadeva a carico del lavoratore, che lo invocava.

Quanto alla dedotta violazione degli artt. 2727-2729 c.c., si intende in questa sede dare seguito all’orientamento maggioritario di questa Corte (per il quale si veda: Cassazione civile, sez. 2, 25/03/2013, n. 7471; Cassazione civile, sez. 3, 03/10/2013, n. 22591; Cassazione civile sez. 3 31 marzo 2008 n. 8300; Cassazione civile sez. 3 20 febbraio 2007 n. 3982) secondo cui in materia di presunzioni è riservato all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito sia lo stesso ricorso a tale mezzo di prova sia la valutazione della ricorrenza dei requisiti di precisione, gravità e concordanza richiesti dalla legge per valorizzare elementi di fatto come fonti di presunzione. Il relativo giudizio è dunque sindacabile davanti a questa Corte unicamente sotto il profilo del vizio della motivazione.

In effetti il ricorrente si duole, piuttosto che della applicazione delle norme di diritto, della valutazione operata dal giudice dell’appello in ordine al peso ed alla concludenza degli elementi istruttori acquisiti in causa; trattasi della attività discrezionale tipicamente riservata al giudice del merito e sindacabile nella presente sede di legittimità esclusivamente sotto il profilo del vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5.

Appare allora preclusiva la disposizione di cui all’art. 348 ter c.p.c., commi 4 e 5, (applicabile ratione temporis giacchè il ricorso in appello è dell’anno 2013), secondo la quale il vizio della motivazione non è deducibile in sede di legittimità quando la sentenza d’appello conferma la sentenza di primo grado per le stesse ragioni inerenti a questioni di fatto.

Nella fattispecie di causa tanto il giudice del primo grado che il giudice dell’appello hanno respinto la domanda di dichiarazione di inefficacia del licenziamento durante il periodo di malattia ritenendo che la malattia non fosse stata provata (quanto alla statuizione di primo grado, si veda il ricorso principale, alla pagina 12) con conseguente inammissibilità della deduzione del vizio di motivazione.

3. Con il terzo motivo del ricorso principale il ricorrente ha denunziato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione o falsa applicazione degli artt. 2697,2727 e 2729 c.c. nonchè – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – omesso esame circa un fatto decisivo.

La censura investe il rigetto della domanda di risarcimento del danno da demansionamento fondato, pur nell’accertamento del demansionamento, sul difetto della prova del danno.

Il ricorrente ha esposto, richiamando le relative allegazioni del ricorso introduttivo, di avere dedotto un danno al prestigio professionale, alla identità personale ed alla professionalità di natura non patrimoniale, la cui esistenza era provata per presunzioni, in ragione della durata del demansionamento, che aveva avuto corso almeno dall’anno 2007, del progressivo svuotamento delle mansioni, dell’importanza delle funzioni sottratte e del modesto rilievo di quelle residue, della continua riduzione del numero dei dipendenti diretti.

Ha assunto che il danno non era escluso dal reperimento di una nuova occupazione, fatto esterno al demansionamento e successivo ad esso.

Sul punto ha dedotto altresì sussistere il vizio di omesso esame del fatto decisivo che la nuova occupazione era retribuita in misura inferiore rispetto a quella precedente, con uno scarto di 60mila euro annui.

Il motivo è infondato in punto di violazione degli artt. 2697,2727 e 2729 c.c.; vanno qui ribadite le considerazioni svolte riguardo alla analoga denunzia articolata nel secondo motivo.

Le censure devono correttamente qualificarsi in termini di vizio della motivazione, in quanto oggetto di denunzia è la mancata valorizzazione da parte del giudice dell’appello di elementi di prova che, nella valutazione di parte ricorrente, attesterebbero il danno in concreto subito per effetto del demansionamento.

Sotto questo profilo tuttavia è lo stesso ricorrente a dare atto che il giudice del primo grado aveva egualmente respinto la domanda di accertamento del demansionamento e le conseguenti pretese risarcitorie e ciò non solo sotto il profilo della assenza di demansionamento ma “rilevando altresì che comunque non v’era stata la prova di un danno effettivo” (pagina 12 del ricorso, in principio).

Ricorre dunque la preclusione alla deducibilità del vizio di motivazione di cui all’art. 348 ter c.p.c., comma 4 e 5, per l’accertamento della mancanza del danno in entrambi i gradi di merito.

Ad abudantiam questa Corte rileva che il motivo comunque non risponderebbe ai requisiti di ammissibilità di cui al vigente testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, in quanto non indica un fatto storico non esaminato in sentenza e di rilievo decisivo; difetta di decisività ai fini della prova del depauparamento professionale, invero, l’unico fatto della percezione all’esito di una nuova occupazione di retribuzioni inferiori a quelle corrisposte nel precedente impiego.

Dal rigetto del terzo motivo del ricorso principale deriva l’assorbimento del sesto motivo del ricorso incidentale, per difetto di interesse della società BPA spa al relativo esame.

La sentenza deve essere conclusivamente cassata in accoglimento dei motivi dal primo al quinto del ricorso incidentale; gli atti vanno rinviati ad altro giudice, che si individua nella Corte di Appello di Bologna, affinchè provveda ad un nuovo esame della domanda del dirigente di pagamento della indennità supplementare alla luce dei principi di diritto sopra esposti.

Il giudice del rinvio provvederà, altresì, alla liquidazione delle spese del presente grado.

Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1,comma 17 (che ha aggiunto il comma 1 quater al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13) – della sussistenza dell’obbligo di versamento da parte del ricorrente principale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la impugnazione integralmente rigettata.

PQM

 

La Corte accoglie i motivi dal numero uno al numero cinque del ricorso incidentale, assorbito il sesto. Rigetta il ricorso principale. Cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia anche per le spese alla Corte d’Appello di Bologna.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 30 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 24 luglio 2017

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