Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18172 del 05/09/2011

Cassazione civile sez. I, 05/09/2011, (ud. 06/04/2011, dep. 05/09/2011), n.18172

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PLENTEDA Donato – rel. Presidente –

Dott. CECCHERINI Aldo – Consigliere –

Dott. PICCININNI Carlo – Consigliere –

Dott. DIDONE Antonio – Consigliere –

Dott. DI VIRGILIO Maria Rosa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

M.F. (c.f. (OMISSIS)), in proprio e nella

qualità di procuratore speciale di M.G. – entrambi

eredi di M.F., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CANCELLERIA CIVILE DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato

e difeso da se medesimo;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 24/2009 E.R., della CORTE D’APPELLO di REGGIO

CALABRIA, depositato il 5.2.2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

06/04/2011 dal Presidente Dott. DONATO PLENTEDA;

udito, per il ricorrente, l’Avvocato M.F. che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CESQUI Elisabetta che ha concluso per l’accoglimento del primo

motivo.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con decreto 5 febbraio 2009 la Corte di appello di Reggio Calabria ha respinto la domanda di equa riparazione del pregiudizio da ritardo irragionevole del processo, proposta dall’avv. M.F., in proprio e nella qualità di procuratore del dottor M. G., entrambi eredi dell’avv. Mo.Fr., in relazione ad un giudizio dinanzi al giudice di pace di Messina, di opposizione all’esecuzione presso terzi promosso dall’INPDAP, che era stata avviata per il pagamento di L. 397.717, pari agli interessi di mora maturati per il tardivo pagamento delle spese processuali in favore del predetto dante causa, procuratore distrattario in un giudizio previdenziale.

Il giudizio di opposizione era durato cinque anni e due mesi dal 4 febbraio 2002 al 26 aprile 2007. Ha premesso la corte territoriale, per quanto ancora qui rileva, che nella valutazione degli elementi necessari all’accertamento, da compiersi in termini, non assoluti, di irragionevolezza – consistenti nella complessità della fattispecie, nel comportamento delle parti e nel comportamento del giudice e di ogni altra autorità chiamata a concorrervi o a contribuire alla definizione del giudizio – non sia apprezzabile ciò che non sia riferibile all’apparato giudiziario e, per quanto attiene a questo, vada escluso quanto è collegato allo svolgimento delle varie fasi e degli eventuali diversi gradi, avuto riguardo alle circostanze del caso concreto. Ha quindi considerato che alla durata di anni cinque, mesi due e giorni 22 dovesse sottrarsi il tempo dei rinvii richiesti dalle parti, di sei mesi, mentre il ritardo si era verificato nel deposito della sentenza, per il quale erano decorsi anni tre, mesi tre e giorni nove, sicchè, a fronte della durata media di tre anni e sei mesi dovuti ai rinvii, la irragionevolezza veniva a quantificarsi in anni uno mesi otto e giorni 22. Ciò premesso il giudice di merito ha rilevato che la domanda di equo indennizzo aveva individuato il pregiudizio nella incertezza e nello stato di prolungata ansia derivati dall’attesa dell’esito del giudizio, “definibile quale logorio subito dalla psiche dell’individuo a causa della insoddisfatta aspettativa della giustizia”, ed aveva all’uopo invocato l’indirizzo giurisprudenziale secondo cui il danno non patrimoniale deve ritenersi sussistente ogni qualvolta non ricorrano, nel caso concreto, circostanze particolari che facciano positivamente escludere che tale danno sia stato subito dal ricorrente; e alla stregua di tale principio di diritto ha rigettato la domanda, avendo identificato le particolari circostanze che inducono ad escludere la sussistenza del danno in termini di prolungata ansia per l’attesa del giudizio e per l’incertezza del suo esito, nel valore “assai modesto “e nella natura della controversia presupposta, fonte del credito ivi azionato e del suo valore particolarmente esiguo, se rapportato alla qualità della parte, avvocato giuslavorista specializzato in cause previdenziali contro l’Inpdap. Ha considerato infatti che dagli atti del processo presupposto e da quelli di altri quattro procedimenti ex lege Pinto promossi dal medesimo difensore nello stesso arco temporale “per vicende processuali distinte ma sostanzialmente sovrapponibili (quanto ali1 oggetto e al valore delle controversie) “poteva agevolmente desumersi che la questione giuridica oggetto del processo presupposto era stata altre volte proposta ed erano “presumibilmente noti al predetto tutti i risvolti e tutte le possibilità di successo”.

La corte di appello ha aggiunto che sebbene la esiguità della posta in gioco incida sul quantum e non sull’an della pretesa tuttavia è necessario che ricorrano altre particolari circostanze idonee al normale verificarsi dello stato di ansia per la prolungata attesa dell’esito del giudizio, nella specie sussistenti, poichè diversamente opinando la pretesa assumerebbe caratteri meramente punitivi.

Propone ricorso con due motivi illustrati da memoria l’avv. M. F.; resiste con controricorso il Ministero.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo si denunziano violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, commi 1 e 2, 6 par. 1 Cedu e omessa motivazione.

Rileva il ricorrente che la durata non ragionevole di un anno, otto mesi e 22 giorni, come determinata dal decreto impugnato, ha riguardato l’intervallo tra l’ultima udienza istruttoria e il deposito della decisione, che si era protratto dal 29 settembre 2003 al 26 aprile 2007, sicchè per la semplicità e la natura della causa, che non aveva necessitato di istruttoria, avrebbe dovuto essere considerato irragionevole il ben maggior ritardo di 42 mesi.

Con il secondo motivo è ribaditala denunzia di violazione delle norme su indicate, laddove la decisione impugnata ha escluso qualunque pregiudizio, senza alcuna prova sull’abuso del processo, che anzi era stato escluso dall’esito favorevole del giudizio presupposto, ed ha considerato la posta in gioco, la cui valutazione incide solo sulla quantificazione dell’indennizzo, essendo “del tutto mancata la valutazione delle condizioni socio economiche del litigante”.

Nessuno dei motivi di censura merita di essere accolto. Quanto al primo, si appalesano inconferenti le deduzioni svolte sulla durata del giudizio presupposto e sulle ragioni, della stessa, a fronte del risolutivo argomento assunto nel decreto impugnato a fondamento della decisione reiettiva della domanda, la quale dopo aver determinato in un anno, otto mesi e 22 giorni l’eccesso rispetto alla durata ragionevole, ha osservato che per l’accoglimento della domanda di indennizzo non basta avere accertato l’ingiustificato protrarsi del processo in quanto occorre che da esso sia derivato un danno. E proprio con riguardo alla dedotta dal ricorrente “prolungata ansia derivata dall’attesa dell’esito del giudizio definibile quale logorio subito dalla psiche dell’individuo a causa della insoddisfatta aspettativa di giustizia”, la corte di merito, dopo aver premesso, sulla scorta dei principi affermati dal giudice di legittimità (Cass. ss.uu. 1338/2004), che in tema di equa riparazione il danno non patrimoniale è conseguenza normale, ancorchè non automatica e necessaria, della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, esso deve ritenersi sussistente ogni qualvolta non ricorrano nel caso concreto circostanze particolari che facciano positivamente escludere che tale danno sia stato subito dal ricorrente, ha ravvisato le particolari circostanze escludenti con un giudizio di merito in suscettibile del sindacato di legittimità, attesa la congruità della motivazione offerta.

Ha infatti considerato che la natura della controversia del processo presupposto, la fonte del credito azionato e il suo valore particolarmente esiguo – pari ad Euro 205,40 – la qualità della parte, avvocato giuslavorista specializzato in cause previdenziali, intesa sia in relazione alle presumibili condizioni economiche sia in relazione alle condizioni tecniche e pratiche dallo stesso acquisite nella trattazione di simili procedimenti, sono tutti elementi utili ad escludere e non semplicemente a ridurre “quello stato di incertezza, di ansia, di stress per la prolungata attesa dell’esito del giudizio”.

Considerazioni e rilievi che giovano a disattendere anche la pretesa del dott. M.G., che il ricorrente ha rappresentato quale procuratore speciale, operando anche per lui la irrisorietà della posta in gioco e la qualità della parte, essendo innegabile la valenza per il congiunto delle cognizioni tecniche e pratiche acquisite dal suo difensore, ai fini della negata incertezza dell’iniziativa processuale e della prolungata ansia per l’attesa del giudizio.

Il ricorso va dunque respinto con condanna dei ricorrenti in solido alle spese processuali in Euro 600,00 per onorari oltre alle spese prenotate a debito.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al Variamento in solido delle spese processuali in Euro 600,00 per onorari oltre alle spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 6 aprile 2011.

Depositato in Cancelleria il 5 settembre 2011

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