Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18169 del 24/07/2017

Cassazione civile, sez. un., 24/07/2017, (ud. 21/03/2017, dep.24/07/2017),  n. 18169

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RORDORF Renato – Primo Presidente f.f. –

Dott. PICCININNI Carlo – Presidente di sez. –

Dott. AMOROSO Giovanni – Presidente di sez. –

Dott. BIELLI Stefano – Consigliere –

Dott. VIRGILIO Biagio – Consigliere –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. CIRILLO Ettore – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Consigliere –

Dott. PERRINO Angelina Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 25846-2016 proposto da:

M.G., elettivamente domiciliato in Roma, presso la

Cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso dagli

avvocati DAVID BRUNELLI e MASSIMO CARIGNANI;

– ricorrente –

contro

PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE, MINISTERO DELLA

GIUSTIZIA;

– intimati –

avverso la sentenza del CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA,

depositata in data 7/10/2016;

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

21/03/2017 dal Consigliere Dott. RAFFAELE FRASCA;

udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato Generale FUZIO

Riccardo, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avvocato David Brunelli.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Il dottor M.G., magistrato ordinario in servizio con funzioni di Sostituto Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di (OMISSIS), ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza n. 157 del 7 ottobre 2016, con la quale la Sezione Disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura ha provveduto sul procedimento disciplinare, nei suoi confronti introdotto riguardo all’illecito disciplinare, di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, agli art. 1 e art. 2, comma 1, lett. a), g) ed l).

Nella prospettazione dell’incolpazione tale illecito gli era stato contestato nell’allora qualità di Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di (OMISSIS), per avere adottato – nell’esercizio delle sue funzioni nel procedimento penale a carico di S.R. e di altri ed in occasione dell’emissione, in data 6 novembre 2007, di un decreto di fermo nei confronti del medesimo per il delitto di concorso in omicidio aggravato e violenza sessuale – un provvedimento di dilazione della possibilità del fermato di conferire con il suo difensore, in violazione dell’art. 104 c.p.p., cioè in forma orale, anzichè per iscritto. Provvedimento al quale il successivo 8 novembre era conseguita un’eccezione di nullità proposta dal fermato in sede di convalida del fermo dinanzi al G.I.P. del Tribunale di Perugia.

3. Non v’è stata resistenza al ricorso, che prospetta due motivi.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso si denuncia “violazione ed errata applicazione del D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 2, comma 1, lett. a), g) ed l); mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione sul punto (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e)”.

Il motivo concerne la motivazione della sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto che fosse stato dimostrato il fatto oggetto dell’incolpazione, cioè l’adozione da parte del ricorrente di un provvedimento orale di divieto di colloqui fra l’allora indagato e il suo difensore.

1.1. Prima di riferire dell’illustrazione del motivo è opportuno riprodurre la motivazione riguardo alla quale viene svolta la critica.

Essa consta di un esordio, contenuto nel paragrafo 2., in cui si osserva quanto segue: “Passando all’esame del merito, lo scrutinio da parte di questa Sezione Disciplinare in ordine alla incolpazione formulata a carico del dott. M. dal Procuratore Generale della Corte di Cassazione deve muovere da un dato che, come correttamente ritenuto anche dal P.G. di udienza, non può che ritenersi pacifico. Si tratta della emissione da parte dell’odierno incolpato del divieto di colloquio – sulle cui modalità ci si soffermerà di seguito – di S.R., attinto da un decreto di fermo, disposto dallo stesso dott. M. quale sostituto procuratore della Repubblica di (OMISSIS) nell’ambito del procedimento penale n. 19738/07 – mod. 44) per il reato di concorso in omicidio aggravato e violenza sessuale, con il proprio legale di fiducia, avv. Tiziano Tedeschi”.

Nel successivo passaggio motivazionale, la sentenza impugnata procede a spiegare quali siano le ragioni dell’esistenza del “dato pacifico”, cioè del fatto dell’emissione del detto provvedimento orale, e lo fa così esprimendosi nel paragrafo 2.1.: “In realtà, agli atti del processo penale di cui si tratta non è stato rinvenuto alcun provvedimento scritto del dott. M. di dilazione del diritto del fermato a conferire con il proprio difensore ai sensi dell’art. 104 c.p.p., comma 4. Nè una siffatta disposizione risulta inserita nel provvedimento cautelare. E nemmeno tra la documentazione relativa alla esecuzione del fermo del S., custodita presso la Casa Circondariale di Terni, risulta un provvedimento avente ad oggetto il divieto di colloquio. E tuttavia, la nota della Polizia Giudiziaria di Firenze alla locale Procura della Repubblica in data 4 marzo 2014 fa riferimento ad una disposizione impartita dal dott. M. avente ad oggetto la dilazione dei colloqui del S. con il proprio difensore, attestata nel verbale di consegna dello stesso S. da parte della Squadra Mobile di Perugia alla Casa Circondariale di Terni il 6 novembre 2007. E a tale circostanza si richiama il Pubblico Ministero di Firenze nella predetta richiesta di archiviazione del procedimento penale a carico del dott. M., concluso con provvedimento conforme del g.i.p. A ciò deve aggiungersi che dal verbale relativo alla udienza di convalida del fermo del S., in data 8 novembre 2007 emerge che l’odierno incolpato, a fronte della eccezione, sollevata dal difensore del S., di nullità per lesione del diritto di difesa per non essergli stato consentito di conferire con il proprio assistito in assenza di un provvedimento scritto, come previsto dall’art. 104 c.p.p., commi 3 e 4, dichiarò di aver disposto con proprio provvedimento il divieto di colloquio, e di averne disposto la revoca consentendo il colloquio stesso nella imminenza della udienza.”.

E’ sulla base di tali passaggi enunciativi che, nell’esordio del successivo paragrafo 2.2. la Sezione Disciplinare asserisce che “Dunque, deve ritenersi provata la emissione da parte dell’odierno incolpato di un provvedimento orale di divieto di colloquio tra il S. ed il suo legale” e, quindi, procede a motivare di seguito perchè le argomentazioni difensive dell’incolpato non sarebbero state idonee ad escludere la sua responsabilità.

1.2. Prima di riferire di questa ulteriore parte della motivazione mette conto di chiarire il significato dell’enunciazione appena riportata, che, evidentemente, va individuato sulla base di quanto esposto prima e che pure si è qui riprodotto.

L’essere dato pacifico che il M. emise un provvedimento orale di divieto del colloquio viene desunto dal Giudice disciplinare dalla considerazione di un primo dato fattuale.

Esso è quello emergente dal verbale di consegna del S. da parte della Squadra Mobile di Perugia alla casa Circondariale di Terni: si tratta dell’esistenza di una disposizione, impartita dal M., di divieto dei colloqui (congiunta, peraltro, alla prescrizione del regime di isolamento, come si precisa nell’esposizione in fatto della sentenza). Il dato in questione viene indicato dalla Sezione Disciplinare come risultante dalla nota della Polizia Giudiziaria di Firenze alla Procura della Repubblica. E’, quindi, un dato che la Sezione Disciplinare non ha desunto dall’esame diretto del verbale, ma da un documento, la citata nota, che lo indica rappresentato nel detto verbale di consegna.

Il secondo dato fattuale, che viene detto aggiuntivo all’altro e che, evidentemente, si combina con esso nella valutazione della sentenza impugnata, è, invece, rappresentato dall’avere il M. dichiarato l’8 novembre 2007, in sede di udienza di convalida del fermo, di aver disposto con proprio provvedimento il divieto di colloquio e di averne, quindi, disposto la revoca nell’imminenza dell’udienza.

Emerge che la Sezione Disciplinare ha ritenuto esistente il fatto dell’adozione del provvedimento orale in primo luogo desumendolo dall’attestazione figurante, per quanto riferito dalla citata nota, sul verbale di presa in consegna del fermato, e, quindi, reputando che detta attestazione fosse idonea a dimostrare quella adozione, perchè la Squadra Mobile che consegnava il fermato alla Casa Circondariale aveva riferito della sua esistenza alla polizia penitenziaria e di essa si era dato atto.

La Sezione Disciplinare, però, ha combinato questo dato con l’altro della dichiarazione resa in udienza di convalida dall’incolpato. Dichiarazione che riguardava certamente il fatto dell’adozione di un provvedimento di divieto, ma non l’indicazione della sua forma.

Dichiarazione, tuttavia, il cui apprezzamento è stato fatto considerando il dato pregresso dell’assenza nel procedimento penale, cioè nel relativo fascicolo, di un provvedimento scritto.

1.3. La sezione Disciplinare, dopo avere affermato l’esistenza della prova dell’adozione del provvedimento in forma orale, si è preoccupata delle argomentazioni della difesa dell’incolpato, che ha così riferito: “Le argomentazioni svolte al riguardo dal dott. M. non sono idonee ad escluderne la responsabilità in ordine all’addebito ascrittogli. L’incolpato, premessa la descrizione della concitazione del momento in cui si era proceduto alla emissione del provvedimento di fermo nei confronti del S., e pur nel ricordo sbiadito dal tempo, ha ritenuto di poter ricostruire la dinamica dei fatti occorsi in Questura la notte sul 6 novembre 2007 nel senso, indicato anche dall’appuntato P., che mentre egli stava predisponendo il decreto di fermo, e contemporaneamente assegnando deleghe di indagini, verificando la posizione del Lumumba, ed altro, qualche funzionario gli aveva prospettato la opportunità di disporre una dilazione del colloquio tra il S. ed il suo difensore, ricevendone da lui una risposta in termini possibilistici con rinvio di ogni decisione sul punto ad un momento successivo alla ricezione di una richiesta motivata da valutare ai fini della eventuale adozione dei provvedimenti necessari. Sempre secondo la ricostruzione del dott. M., egli era stato successivamente informato che la Casa Circondariale aveva vietato il colloquio tra il S. ed il suo legale, e ne aveva dedotto di avere emesso un provvedimento in tal senso, peraltro non rinvenuto. Egli era pertanto pervenuto alla conclusione che fosse insorto un equivoco con la polizia giudiziaria, e che, quindi, la stessa p.g. non avesse effettuato la richiesta e il provvedimento non fosse stato predisposto. In ogni caso il dott. M. ha rappresentato di avere acconsentito al colloquio non appena, la stessa mattina della udienza di convalida del fermo, nella imminenza della stessa, il difensore del S. gliene aveva fatto richiesta. Ma, in ordine alle dichiarazioni rese in udienza ormai diversi anni or sono, circa la effettiva emissione da parte sua di un provvedimento di differimento del colloquio, ha affermato che all’epoca, sul presupposto che la Casa Circondariale non avrebbe potuto impedire il colloquio in assenza di un suo provvedimento, aveva “dato per scontato che vi fosse agli atti un provvedimento scritto”, avendo ricordato il colloquio con i funzionari di polizia del 6 novembre 2007, ed aveva perciò dedotto, “in via congetturale”, di aver firmato l’atto poi predisposto dagli stessi.”.

1.4. Individuate in questi termini le difese dell’incolpato, la sentenza impugnata se ne è fatta carico così motivando: “Ebbene, se è evidente, come si è dianzi sottolineato, la intrinseca attendibilità e logicità degli elementi che fondano la tesi affermativa dell’esistenza di un ordine meramente verbale, è, per converso, ipotizzabile che, a distanza di molti anni dall’accaduto, il dott. M. non avesse più un ricordo così nitido degli eventi come, invece, sicuramente aveva due giorni dopo il fermo, allorchè, in sede di udienza di convalida del fermo del S., aveva dichiarato al giudice di aver disposto quel differimento di colloquio dello stesso S. con il suo difensore e non, invece, di non avere mai emanato un tale provvedimento, come, invece, ha affermato in sede di istruttoria disciplinare.

2.3. – Ritenuta, dunque, accertata la emissione da parte dell’incolpato di un ordine verbale di differimento dei colloqui con il difensore nei confronti del S., resta da richiamare il disposto dell’art. 104 c.p.p., comma 4 a norma del quale il pubblico ministero ha il potere, nell’ipotesi di arresto o fermo, di dilazionare, fino al momento in cui l’arrestato o il fermato è posto a disposizione del giudice, l’esercizio del diritto di conferire con il difensore. Tale potere deve però essere esercitato con le medesime modalità con le quali il comma 3 stesso art., richiamato infatti dal comma 4, lo attribuisce al giudice nella fase delle indagini preliminari, ove sussistano specifiche ed eccezionali ragioni di cautela, e cioè attraverso un decreto motivato. Coerentemente con tale previsione, l’art. 36 disp. att., comma 3, stabilisce poi che copia del decreto deve essere consegnata a chi esercita la custodia e da questo esibita all’arrestato o al fermato. Nessuno dei richiamati adempimenti previsti dalla legge fu adempiuto dal dott. M.. A nulla rileva, in tale situazione, la circostanza, confermata dalle deposizioni testimoniali acquisite, che nella imminenza della udienza di convalida il difensore del S. avesse avuto la possibilità per alcuni minuti di avere un colloquio, peraltro inevitabilmente limitato, attese le condizioni nelle quali esso si svolse. Una tale circostanza non incide ai fini della verifica della sussistenza degli elementi costitutivi della condotta contestata, consistente appunto nella emissione in forma meramente orale – anzichè nella forma del provvedimento motivato, eventualmente anche inserito nel decreto di fermo – del divieto di colloquio di cui si tratta, in violazione della legge: violazione grave, in quanto il provvedimento, inteso a differire il colloquio del fermato con il proprio difensore, aveva recato vulnus al diritto di difesa, costituzionalmente protetto, ed inescusabile, non potendosi considerare scusabile la mancata emissione di un atto scritto doverosamente contenente le ragioni della determinazione adottata, sia pure causata dalla concitazione del momento. E, se la descritta condotta, inserita nel quadro di una più articolata ipotesi accusatoria di abuso di ufficio, è stata giudicata irrilevante sul piano penale, in quanto non integrante gli estremi del reato, in guisa da condurre all’archiviazione del procedimento penale a carico del dott. M., ciò non incide sul giudizio di disvalore sul piano disciplinare di un comportamento palesemente adottato contra legem in violazione di un diritto costituzionalmente garantito. Nè può attribuirsi rilievo alcuno alla circostanza che la eccezione, sollevata dal legale del S., di nullità dell’interrogatorio di garanzia per essere stato il colloquio con il detenuto differito in assenza di un provvedimento motivato, eccezione sollevata, oltre che innanzi al g.i.p., sia innanzi alla Corte d’assise di primo grado che nel giudizio di appello, fosse stata sempre rigettata. Al riguardo, è sufficiente ricordare che tale nullità è riconducibile a quelle di ordine generale a regime intermedio, che rimangono sanate se non eccepite prima delle formalità di apertura dell’atto (cfr. Cass., sentt. n. 39827 del 2007, n. 16815 del 2004): ciò che nella specie non avvenne. Questa è la ragione del rigetto.”.

2. Si può ora passare all’esame del primo motivo.

Rilevano in primo luogo le Sezioni Unite che nella sua illustrazione non si coglie alcuna attività assertiva della violazione ed errata applicazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. a), g) ed l) che, evidentemente, dovrebbe supportare la censura in iure preannunciata dall’intestazione del motivo e riconducibile al paradigma dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b).

Infatti, l’illustrazione, che si articola dalla pagina 2 alla pagina 9 del ricorso: aa) non contiene alcun riferimento alle norme del D.Lgs. n. 109 del 2006, tanto che non le nomina mai; bb) non contiene, del resto, alcuna attività illustrativa comunque riconducibile ad una interpretazione delle citate lettere a), g) ed l) sbagliata e, dunque riconducibile al concetto della “inosservanza”, cui fa riferimento l’art. 606 c.p.p., comma, 1, lett. b), intesa nel senso di esegesi erronea delle espressioni in dette lettere previsti; cc) e nemmeno contiene comunque un’attività illustrativa evidenziatrice di una “erronea applicazione”, nel senso della sussunzione delle norme di cui alle suddette lettere di una fattispecie concreta che non doveva ricondurvisi; dd) si duole, in effetti, della motivazione della sentenza impugnata quanto alla ricostruzione della vicenda in fatto (sicchè la violazione delle citate lettere risulterebbe solo da essa) e lo fa manifesto, del resto, prima ancora della lettura, la stessa strutturazione dell’illustrazione in paragrafi, intitolati, dopo il primo che riferisce della “incolpazione” e della “sentenza”, alle “circostanza di fatto (effettivamente) pacifiche”, alla “versione del dott. M.”, alla “versione del dott. M.: gli elementi di riscontro”, alla “versione del dott. M. nella motivazione (viziata) della sentenza impugnata”.

Ne segue che il motivo risulta effettivamente denunciare un vizio ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), e come tale dev’essere scrutinato.

2.1. La sua illustrazione non riesce, tuttavia, ad evidenziare una “mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione” della sentenza impugnata. E ciò, nè sotto il profilo dell’emergere di un simile vizio dal tenore della motivazione della sentenza nè sotto quello di una emersione da atti del processo indicati nel ricorso.

Queste le ragioni.

2.2. Nel suo secondo paragrafo l’illustrazione registra le circostanze ritenute pacifiche dalla sentenza impugnata, cioè l’assenza negli atti di un provvedimento scritto di divieto del colloquio fra l’indagato ed il difensore, il riferimento del verbale di consegna del fermato alla Casa Circondariale di Perugia ad una disposizione impartita dal ricorrente circa la dilazione della possibilità del colloquio, la dichiarazione resa in udienza di convalida del fermo di aver disposto con proprio provvedimento il divieto di colloquio.

Dopo averle richiamate, nell’illustrazione si sostiene che la Sezione Disciplinare avrebbe ritenuto che “la mera elencazione di tali circostanze” sarebbe stata sufficiente ad imporre “la conclusione per cui “deve ritenersi provata la emissione da parte dell’odierno incolpato di un provvedimento orale di divieto di colloquio tra il S. e il suo legale””. Invece, tale conclusione sarebbe “del tutto illogica, derivando da elementi neutri, che si iscrivono perfettamente anche nella versione dei fatti forniti dal dott. M., la quale, inoltre” sarebbe “assistita da ulteriori riscontri fattuali” su cui si dice che “ci si soffermerà di seguito” e “che ne corroborano l’attendibilità.”. La sentenza non farebbe altro “che elencare le circostanze sopra richiamate, completamente prive di alcuna efficacia probante in ordine all’emissione del provvedimento orale da parte dell’incolpato, per poi proseguire con l’esposizione della versione da questi fornita, capace di spiegarle tutte, la cui ritenuta inattendibilità è frutto di una mera, apodittica, asserzione, smentita dagli elementi istruttori acquisiti”.

Prima di passare oltre nel riferire del motivo, si deve rilevare che la dichiarazione del M. di aver disposto con proprio provvedimento il divieto di colloquio viene indicata nel ricorso come enunciata dal medesimo in replica all’eccezione del difensore del S. di non aver potuto colloquiare con il cliente, ma con la precisazione “dopo aver appreso che all’indagato non era stato permesso di conferire con il difensore”.

Tale precisazione – cioè che il M. avrebbe appreso che all’indagato non era stato permesso di conferire con il difensore – non trova riscontro nella motivazione della sentenza impugnata, o meglio non trova riscontro fra i dati che essa ha dichiarato di assumere come pacifici.

Essa, invece, fa parte delle argomentazioni difensive che il ricorrente svolse a seguito della incolpazione e che come tali sono state esaminate dalla sentenza impugnata.

E, peraltro, nello stesso ricorso, essa, a pagina 5, nota 2, si dice enunciata dal ricorrente in occasione delle dichiarazioni rese dinanzi alla Sezione Disciplinare del C.S.M. all’udienza del 4 dicembre 2015.

Quindi, si deve rimarcare che il dato che il M. non sapesse che al S. erano stati vietati i colloqui con il difensore non fa parte, come parrebbe suggerire il ricorso nel paragrafo in esame, dei dati pacifici su cui ha fatto leva la sentenza impugnata, ma è un’affermazione che Egli ha reso in sede di audizione nel processo disciplinare.

Fermo questo dato, si rileva che l’addebito conclusivo fatto alla sentenza impugnata nel paragrafo in esame risulta enunciato sulla base del concorso di un elemento, quello indicato, che non era affatto pacifico.

Non solo: si tratta di addebito la cui spiegazione viene rinviata alle considerazioni svolte nel prosieguo del ricorso.

2.3. Nel paragrafo successivo del ricorso si espone la tesi difensiva svolta dal ricorrente, imperniata:

a) sull’assunto che il suo unico contributo causale alla vicenda della sottoposizione al divieto di colloquio si sarebbe concretato come da lui dichiarato e come confermato da un teste e collaboratore, l’appuntato scelto dei C.C. P.D., in servizio all’epoca presso la sezione di Polizia Giudiziaria della Procura della Repubblica di Perugia, dapprima in una dichiarazione scritta del 6 ottobre 2015, richiamata nell’audizione del 4 dicembre 2015 davanti alla Sezione Disciplinare – nell’avere, mentre si trovava insieme al teste negli uffici della Questura, di fonte ad una richiesta di un non meglio precisato inquirente sul se non sarebbe stato opportuno disporre il divieto di colloquio, manifestato solo la disponibilità ad adottare il provvedimento a seguito di una richiesta scritta, che avrebbe valutato;

b) sul fatto che il teste avrebbe dichiarato che tale modus operandi era quello normale nell’attività del M.;

c) sull’assunto che, a seguito di quella manifestata disponibilità, vi sarebbe stato un equivoco nella fase successiva di traduzione del fermato presso la Casa Circondariale, circa l’esistenza di un provvedimento inibitorio del colloquio e che in esso sarebbe incorso chi si occupò della traduzione;

d) sull’ulteriore assunto che all’accaduto nel lasso di tempo fra il provvedimento di fermo e l’udienza di convalida il M. era rimasto estraneo, essendo tornato ad occuparsi della questione “soltanto in data 8 novembre 2007, subito prima dell’udienza di convalida, quando, informato dal difensore di Raffaele S. dell’avvenuta dilazione del colloquio”, ne aveva consentito “immediatamente lo svolgimento”.

Questa versione dei fatti, ad avviso del ricorrente, consentirebbe di spiegare la dichiarazione da lui resa all’udienza di convalida, dopo l’eccezione del difensore, come resa in assoluta buona fede, cioè nel convincimento, frutto della manifestazione di disponibilità all’adozione del provvedimento manifestato alla P.G., che “tra le innumerevoli carte predisposte e sottoscritte durante le molte e concitate ore trascorse in Questura dovesse per forza esservi anche il provvedimento in questione” in forma scritta. Mentre erroneamente dette dichiarazioni sarebbero state intese come evidenziatrici e confessorie dell’adozione di un provvedimento in forma orale.

2.4. Nel successivo paragrafo si espongono quelli che si definiscono elementi di riscontro della versione data dal M. in sede di giudizio disciplinare ed essi sono indicati nelle ricordate dichiarazioni del teste P. e nel fatto che all’udienza di convalida il ricorrente non disse di avere adottato il provvedimento in forma orale, ma che il provvedimento “avrebbe dovuto essere nel fascicolo”, tanto che, come egli stesso riferì in sede di dichiarazioni dinanzi alla Sezione Disciplinare, avrebbe dato “disposizioni all’appuntato P.” di cercargli il provvedimento.

Quest’ultima circostanza evidenzierebbe che, se veramente il M. fosse stato “convinto di poter differire oralmente il diritto al colloquio” e “avesse omesso di adottare il relativo decreto, non ne avrebbe certo disposto la ricerca, sapendo benissimo che si trattava di un’inchiesta vana”. Quell’invito dimostrerebbe “in modo incontrovertibile” che egli era effettivamente convinto, a torto, dell’esistenza del provvedimento scritto.

2.5. Nel paragrafo successivo si procede, quindi, a spiegare perchè sarebbe viziata la valutazione che la sentenza impugnata avrebbe fatto della versione dei fatti data dal ricorrente.

In primo luogo, si sostiene che sarebbe erronea l’affermazione di esordio della motivazione della sentenza, là dove essa, dopo avere esaminato quella versione, ha ritenuto “la intrinseca attendibilità e logicità degli elementi che fondano la tesi affermativa dell’esistenza di un ordine meramente verbale”. L’assunto sarebbe “del tutto erroneo”, perchè quegli elementi risulterebbero “del tutto neutri, in quanto perfettamente compatibili anche con la ricostruzione fornita dall’incolpato”, atteso che “il contenuto del verbale di consegna del fermato” sarebbe il frutto del sostenuto equivoco e fraintendimento sulle parole del M. in ordine alla sua disponibilità ad emettere il provvedimento.

In secondo luogo, si critica l’affermazione della sentenza impugnata che la dichiarazione resa in sede disciplinare dal ricorrente fosse frutto di un ricordo della vicenda non così nitido come quello che avrebbe dovuto avere rendendo la dichiarazione nell’udienza di convalida del fermo, allorquando aveva detto di avere disposto il provvedimento di divieto e non invece di non averlo mai emanato.

In tal modo, la sentenza avrebbe “travisato le parole pronunciate innanzi al G.I.P. dall’incolpato, non tenendo in considerazione che questi non ha mai affermato di avere emesso un provvedimento orale, essendosi viceversa limitato a sostenere di aver disposto il divieto di colloquio e che, dunque, avrebbe dovuto essere nel fascicolo, in cui non possono certo esser conservati provvedimento orali”. La sentenza impugnata, “invece di vagliare l’attendibilità delle versioni prospettate dall’accusa e dalla difesa”, l’avrebbe “data per scontata nel primo caso e, nel secondo” l’avrebbe negata “sulla scorta di un’artificiosa dicotomia, interna alla medesima, in realtà inesistente”: essa sarebbe consistita nel ritenere erroneamente sussistenti una “prima” ed una “seconda” versione data dall’incolpato, mentre in effetti ve ne sarebbe stata una sola, perfettamente capace di spiegare l’accaduto nel senso indicato dal ricorrente. Sicchè, sarebbe erronea la scelta della sentenza di privilegiare quella risalente all’udienza di convalida, perchè vicina allo svolgersi dei fatti, in quanto, in sostanza, essa – parrebbe di comprendersi – non sarebbe stata diversa dalla versione data nel giudizio disciplinare.

2.6. Si è volutamente dato ampio conto della prospettazione del ricorrente perchè la sua struttura evidenzia che il motivo si colloca al di fuori del paradigma dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e).

Mette conto di ricordare che il significato di tale paradigma è stato delineato dalle Sezioni Unite osservandosi recentemente, con affermazioni che sostanzialmente evocano il modo si intenderlo delle sezioni penali di questa Corte, che “In materia di illecito disciplinare degli appartenenti all’ordine giudiziario, la denuncia – con ricorso per cassazione – del vizio di manifesta illogicità della decisione, in cui sarebbe incorsa la sezione disciplinare del CSM, può sollecitare la Suprema Corte esclusivamente a verificare se il giudice di merito abbia esaminato gli elementi e le deduzioni posti a sua disposizione ed abbia fatto corretto uso di regole logiche, massime di esperienza e criteri legali di valutazione, così da offrire razionale spiegazione dell’opzione decisionale fatta rispetto alle diverse tesi difensive, restando, invece, preclusa la possibilità di opporre alla valutazione dei fatti contenuta nella decisione una diversa loro ricostruzione.” (Cass., Sez. Un., n. 14430 del 2017).

Ora, la lunga esposizione del ricorso si segnala per una mancanza di precisazione espressa del se si faccia riferimento, nel sostenere il motivo, ad una “mancanza di motivazione”, o ad una “contraddittorietà” o ad una “illogicità manifesta”.

Il concetto di contraddittorietà non viene evocato nemmeno indirettamente.

Viceversa, quello di mancanza di motivazione parrebbe evocato quando si dice che la sentenza avrebbe affermato la “intrinseca attendibilità e logicità degli elementi che fondano la tesi affermativa dell’esistenza di un ordine meramente verbale”, così volendo suggerire che il riferimento ad un’attendibilità e logicità “intrinseca” equivarrebbe a quella mancanza. Senonchè, è la stessa illustrazione del motivo che smentisce tale assunto, là dove, di seguito, registra essa stessa che la sentenza impugnata ha dato rilievo, nell’apprezzare gli elementi fondanti la tesi dell’incolpazione e nel ritenerli prevalenti sulla versione data dal ricorrente, ad un criterio cronologico, cioè al dato che fra quegli elementi si collocava la dichiarazione resa del ricorrente in sede di udienza, che risultava fatta nell’immediatezza dell’accaduto. Circostanza che, in sostanza, la rendeva più credibile rispetto alla dichiarazione resa in sede di processo disciplinare.

Dunque, l’illustrazione stessa del motivo non evidenzia affatto una mancanza di motivazione.

2.7. L’ordito dell’illustrazione, invece, si risolve certamente nell’imputare alla sentenza, in thesi, di avere compiuto una scelta di apprezzamento dei fatti illogica.

Senonchè, rileva il Collegio che si rimane del tutto al di fuori della prospettazione di un’ipotesi di “illogicità manifesta”, come esige, invece, il paradigma della lettera e) dell’art. 606 c.p.p..

Invero, l’esistenza del vizio di illogicità manifesta non suppone che, di fronte ad una determinata scelta di inferenza logica del giudice di merito che lo ha portato a ricostruire lo svolgimento di una serie causale come idoneo a giustificare la conclusione della verificazione di un fatto, quella stessa serie si presti semplicemente a giustificare come “logicamente possibile” una scelta ricostruttiva differente. L’illogicità manifesta invece esige non solo che una diversa scelta logica di apprezzamento sia possibile, bensì anche che quella compiuta dal giudice di merito non risulti come “logicamente possibile”. E’ questo il senso della “manifesta illogicità” ed è implicazione dell’aggettivo usato dal legislatore.

Se la scelta ricostruttiva dell’accadimento di fatto, fatta dal giudice di merito resta logicamente possibile, ancorchè il ricorrente prospetti come possibile una scelta logica ricostruttiva della quaestio facti diversa, si resta al di fuori di quanto necessario per far valere il vizio di cui all’art. 606 c.p.p., comma 1, n. 6, perchè ciò si risolverebbe non già nel controllo dell’operato del giudice di merito allorquando esso sia manifestamente illogico, bensì nella postulazione dell’ingiustizia della decisione solo perchè sarebbe stato logicamente possibile un diverso apprezzamento dei fatti. Invece, occorre dimostrare che il processo decisionale di apprezzamento dei fatti da parte del giudice di merito è privo di logicità, tale essendo il significato dell’aggettivo. Non basta dimostrare che la logica di apprezzamento dei fatti avrebbe potuto essere diversa da quella della sentenza, ma occorre dimostrare che il processo valutativo del giudice di merito è stato carente in modo assoluto, evidente, appunto manifesto, di logicità, cioè si è articolato in un’inferenza logica manifestamente insostenibile.

Il controllo della Corte di Cassazione resta confinato in questi limiti per l’ovvia ragione che Essa, anche quando opera come giudice penale, gestisce un processo che, a differenza di quello che si svolge davanti ai giudici di merito, non la porta al diretto apprezzamento delle risultanze con le quali la quaestio facti è entrata nel processo, bensì ad un apprezzamento soltanto documentale. Ciò, è dalla giurisprudenza delle Sezioni Unite penali di questa Corte ritenuto immutato anche nel testo della lett. e) novellato nel 2006, che consente di denunciare l’illogicità manifesta della sentenza anche se essa risulta da atti del processo specificamente indicati. Anche a valutazione di tali atti deve evidenziare che l’apprezzamento compiuto dal giudice di merito è manifestamente illogico, cioè non assistito da regola di inferenza logica, e non già soltanto una diversa possibilità di valutazione secondo una regola di inferenza diversa.

2.8. Ebbene, nel ricorso si prospetta una spiegazione dei dati fattuali acquisiti nel processo disciplinare diversa da quella data dalla sentenza impugnata, ma detta spiegazione è data come soltanto possibile e, quindi, alternativa a quella della sentenza, atteso che le argomentazioni che di quest’ultima dovrebbero evidenziare l’insostenibilità sul piano logico, appunto la manifesta illogicità, sono soltanto tali da evidenziare una spiegazione alternativa dell’accaduto.

E’ sufficiente, infatti, rilevare che uno dei dati di fatto pacifici, quello della dichiarazione resa dal ricorrente in sede di udienza di convalida si potrebbe certamente spiegare nel senso sostenuto dal ricorrente, ma, nel contempo, si potrebbe spiegare proprio come l’ha considerata la sentenza impugnata.

In particolare, quella dichiarazione:

a) certamente potrebbe prestarsi logicamente alla spiegazione data nel ricorso, cioè che, nell’indubbia dinamica dello sviluppo degli eventi e della mole dell’impegno richiesto al ricorrente, Egli fosse effettivamente convinto di aver dato un ordine scritto, cioè in modo rituale, e non di averne dato uno orale, cioè in modo irrituale, e ciò tanto più che egli non alluse affatto alla forma dell’ordine;

b) potrebbe, tuttavia, tenuto conto che si trattava di far fronte all’eccezione del difensore, anche essere stata frutto di una consapevole scelta di manifestare un convincimento, come “parte del processo”, per evidenziare proprio una situazione di buona fede, sicchè la mancanza di precisazione sul modo dell’ordine potrebbe essere stata voluta ed all’uopo potrebbe logicamente sostenersi che una simile eventualità sia stata possibile, se si pensa che proprio la pressione data dall’impegno nella vicenda investigativa potrebbe, al contrario di quanto opina il ricorrente, apparire incompatibile con il non ricordare esattamente un rilevante aspetto dell’indagine, qual era sicuramente l’adozione del divieto di colloquio del fermato, tanto più relativo a poco meno di due giorni prima;

c) potrebbe ancora essere stata anche frutto del convincimento erroneo certamente in iure – che la forma del provvedimento non avesse rilievo.

Questa pluralità delle possibili spiegazioni della dichiarazione resa in sede di udienza risulta ulteriormente aggravata se, passando dal piano del ricorso, si procede alla lettura del verbale dell’udienza, che con esso è stato prodotto.

Ivi si legge che, di fronte all’eccezione del difensore ed alla conseguente domanda del G.I.P. sul “dove” il provvedimento di divieto di colloquio fosse stato disposto, il ricorrente dichiarò, per come si legge nel verbale: “è stato disposto adess., è sta dovrebbe essere nel fascicolo io.. lo stesso giorno eh e comunque è un provvedimento questo..è una possibilità prevista nella fase delle indagini quindi”; e – dopo il rilievo del G.I.P. (“questo si non l’ho visionato, non l’ho visto”) e l’interlocuzione dell’Ispettore Donna (“nel biglietto di carcerazione” – che: “anche nel biglietto di carcerazione c’è scritto. Io ricordo di averlo impartito. C’è scritto poi.”.

Si rileva che nel verbale il G.I.P. rigettò, quindi, l’eccezione rilevando che il P.M. “fa presente di aver disposto con proprio provvedimento il divieto” e, dunque, attribuendo, senza alcuna obiezione e senza che Egli avesse manifestato dubbi, l’adozione del provvedimento al ricorrente.

Ebbene, il riferimento allo “stare nel fascicolo” e al biglietto di carcerazione evidenziano un grado di attenzione rispetto allo svolgimento della vicenda che logicamente si potrebbe dire espressione di convincimento di una certezza dell’adozione del provvedimento, non generica, ma specifica. La stessa cosa dicasi del “ricordo di averlo impartito”, seguito dal rimarcare che “c’era scritto”: espressioni certo di convincimento dell’adozione, ma non rivelatrici sulla forma del provvedimento.

Si rileva ancora che il rimarcare che l’adozione era un provvedimento possibile nella fase dell’indagine, a sua volta è espressione di sicurezza dell’operato piuttosto che di erroneo convincimento quanto ad esso.

E si deve, pure, osservare che, se solo prima dell’inizio dell’udienza il ricorrente avesse appreso come Lui dice della preclusione dei colloqui all’indagato, in sede di udienza sarebbe stato, secondo un’inferenza logica questa volta decisiva e non solo possibile, che Egli negasse di avere adottato il provvedimento e non sostenesse di averlo adottato.

Si aggiunga che la circostanza dichiarata dal teste P. che al ricorrente un inquirente non meglio identificato avrebbe manifestato l’opportunità di adottare il provvedimento di divieto e che Egli avrebbe detto di fargli richiesta motivata per valutarla ai fini del provvedimento, se la si considera come vera, mal si accorda con il fatto che poi due giorni dopo il ricorrente non la ricordasse e, quindi, non ricordasse di non avere emesso il provvedimento. E ciò nonostante la indubbia concitazione e “pressione” degli eventi di quei giorni.

Ritengono le Sezioni Unite, dunque, che il carattere polisenso delle dichiarazioni rese dal ricorrente nell’udienza di convalida del fermo non si presti affatto a giustificare come certa ed ineluttabile la spiegazione che se ne dà nel ricorso, sulla falsariga di quanto dichiarato dal ricorrente nel giudizio disciplinare, e, quindi, suggerisca solo una possibilità che la sua dichiarazione si potesse spiegare come lui sostiene.

Ed anzi trattasi di possibilità che come s’è visto, risulta potenzialmente contraddetta gravemente dagli elementi che si sono poco sopra evidenziati e, quindi, meno “possibile”.

Nè quella spiegazione può risultare corroborata – in termini logici tali da rendere manifestamente illogica la motivazione della sentenza impugnata – dalla dichiarazione testimoniale P., resa anch’essa a distanza di molto tempo dai fatti.

Passando ad un piano che si colloca esclusivamente sul versante della mera valutazione della scelta effettuata dalla sentenza impugnata fra le opzioni valutative possibili a favore di quella prospettata dalla sentenza impugnata e, dunque, ormai collocandosi al di fuori dello scrutinio possibile secondo il paradigma dell’art. 606 c.p.p., n. 6, si deve anche rilevare, per mera completezza, che quella scelta risulta corroborata anche da alcune considerazioni.

Non è scorretto ed anzi risulta rafforzato dalle considerazioni appena svolte, il rilievo della sentenza impugnata sulla preferenza da assegnarsi alla versione dell’accaduto data in sede di udienza di convalida, rispetto a quella offerta in sede disciplinare: è criterio di preferenza corretto sul piano dell’inferenza logica quello che essa ha fatto sotto l’aspetto temporale, non senza che debba rilevarsi che le dichiarazioni rese in sede di giudizio disciplinare sono state anche rese a difesa.

Nemmeno scorretto è che la Sezione Disciplinare abbia ritenuto di ravvisare sostanzialmente due diverse versioni dell’accaduto, l’una nell’udienza di convalida, l’altra nell’audizione in sede disciplinare. Nella prima è vero che Egli non ha dichiarato di avere adottato il provvedimento in forma orale, ma solo di averlo adottato. Ma nella seconda ha dichiarato di avere creduto di averlo adottato e tale dichiarazione non è oggettivamente dello stesso tenore dell’altra, per il fatto stesso che di quella dà un’intepretazione.

2.9. Poichè le svolte considerazioni evidenziano che non risulta denunciata alcuna manifesta illogicità della motivazione resa dalla Sezione Disciplinare sulla ricostruzione dell’accaduto, ma che è solo prospettata la possibilità che esso risulti spiegabile in un modo diverso da come lo ha ritenuto al sentenza impugnata, il primo motivo dev’essere rigettato.

3. Con il secondo motivo si prospetta “violazione ed errata applicazione del D.Lgs. n. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 3 bis mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione sul punto (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e)”.

Vi si censura la motivazione con cui la sentenza impugnata ha negato che potesse trovare applicazione il D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 3 bis.

Tale motivazione è stata del seguente tenore: “3. – Nemmeno può addivenirsi ad un giudizio di scarsa rilevanza del fatto, al fine dell’applicazione della esimente di cui al D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 3 bis. La richiamata disposizione, sotto la rubrica “Condotta disciplinare irrilevante”, esclude la configurabilità dell’illecito disciplinare “quando il fatto è di scarsa rilevanza”. La norma, ispirata ad un criterio di ragionevolezza e di proporzione, in un sistema che prevede un regime di stretta tipizzazione degli illeciti – introduce nella materia disciplinare il principio di offensività, proprio del diritto penale, secondo il quale la sussistenza dell’illecito va comunque riscontrata alla luce della lesione o della messa in pericolo del bene giuridico tutelato dalla norma, con accertamento in concreto effettuato ex post. (v., per tutte, Cass. S.U., sent. n. 6468 del 2015). Nella specie, se è pur vero che la mattina stessa dell’udienza di convalida, il dott. M. consentì al colloquio, deve però rilevarsi che le condizioni in cui esso si svolse, anche per il limitato arco temporale a disposizione, non potevano soddisfare le esigenze della difesa. In tale situazione non può dirsi che non vi sia stata lesione del prestigio del magistrato e dell’Ordine giudiziario, tenuto conto che la vicenda de qua, la quale attiene alla materia, di per sè particolarmente delicata, dei diritti fondamentali, diede luogo a doglianze espresse in diverse sedi dal S., il quale si rivolse al Procuratore della Repubblica di Firenze con la menzionata lettera del 17 settembre 2013, dando così luogo al procedimento penale poi archiviato, dopo avere ripetutamente, nel corso del procedimento penale a suo carico per l’omicidio di K.M. in concorso con K.A., dedotto, come sopra già ricordato, la nullità dell’interrogatorio di garanzia per essere stato il colloquio con il difensore differito immotivatamente.”.

3.1. La motivazione viene criticata quanto agli elementi da cui ha desunto che la condotta del ricorrente avrebbe arrecato lesione del prestigio del magistrato e dell’Ordine giudiziario.

3.2. Il primo elemento, quello che le condizioni in cui il S., a seguito del consenso al colloquio con il difensore dato dal M. nell’imminenza dell’udienza di convalida, non avrebbero avuto carattere satisfattivo delle esigenze del diritto di difesa, sarebbe stato considerato con una motivazione viziata da illogicità, perchè ad esso si sarebbe potuto assegnare valore solo in sede di vaglio della concreta limitazione del diritto di difesa.

L’assunto non è condivisibile.

La Sezione Disciplinare, di fronte all’invocazione di un sostanziale comportamento di cessazione dell’efficacia del provvedimento limitativo, quale elemento idoneo a rendere meno grave la violazione, si è correttamene rifiutata di assegnargli rilevanza di elisione della sua offensività dando rilievo all’esser tale comportamento avvenuto a ridosso del luogo in cui comunque il divieto cessava, quello dell’udienza di convalida.

In pratica la Sezione Disciplinare si è rifiutata di attribuire rilievo ad una sorte di ravvedimento operoso perchè di scarsa efficacia.

Questa motivazione si presta a giustificare in iure l’esclusione della riconduzione dell’accaduto nel paradigma dell’art. 3-bis, perchè ha valorizzato la circostanza che l’efficacia del provvedimento illegittimo era durata quasi fino al momento in cui i suoi effetti sarebbero potuti cessare, cioè fino a poco prima dell’udienza di convalida.

L’esclusione della sussunzione per tale ragione dell’accaduto sotto la nozione normativa pur elastica della “scarsa rilevanza” del fatto, sostanzialmente avvenuta sulla base della valutazione di durata dell’effetto del provvedimento, appare corretta.

Sempre con riferimento alla censura in discorso si deduce, poi, che si sarebbe motivato genericamente circa le condizioni in cui il colloquio si svolse, senza considerare invece che esso si era svolto per alcuni minuti secondo un teste, in condizioni di riservatezza e per un poco di tempo secondo altri.

Si tratta di elementi che non incidono, ai fini del procedimento di sussunzione, sull’assenza di valore esimente ricollegata al dato temporale, cioè all’essere comunque il colloquio avvenuto nell’imminenza dell’udienza.

3.3. Il secondo elemento considerato dalla Sezione Disciplinare, quello dell’aver avuto luogo su impulso del S. un procedimento penale, sebbene conclusosi con archiviazione, e dell’essere stata più volte eccepita la nullità del suo interrogatorio di garanzia a motivo del diniego di colloquio con il difensore, viene criticato perchè si sarebbe fatto riferimento in tal modo ad eventi dipendenti dall’iniziativa dell’imputato.

L’assunto è infondato: ciò a cui ha dato rilievo la Sezione Disciplinare non è rappresentato dalla mera iniziativa del S., bensì dall’oggettivo risultato di essa e delle sue difese in quanto estrinsecatosi sul processo con la formulazione di eccezioni ripetute ed il conseguente aggravio dell’attività processuale. Tanto si osserva non senza che debba rilevarsi che il fatto che vi fosse stato, o meglio che sia risultata acclarata l’esistenza di un provvedimento illegittimo, d’altro canto rilevava a connotare l’iniziativa del S. come diretta a reagire contro di essa.

3.4. Anche il motivo dev’essere, dunque, rigettato.

4. Il ricorso dev’essere, conclusivamente, rigettato.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso. Risultando dagli atti che il procedimento in esame è esente dal pagamento del contributo unificato, non si deve far luogo alla dichiarazione di cui al testo unico approvato con il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013).

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio delle Sezioni Unite Civili, il 21 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 24 luglio 2017

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