Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18161 del 01/09/2020

Cassazione civile sez. VI, 01/09/2020, (ud. 06/07/2020, dep. 01/09/2020), n.18161

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. LEONE Maria Margherita – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

Dott. DE FELICE Alfonsina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21966-2018 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE – RISCOSSIONE (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, P.ZA

BARBERINI 12, presso lo studio dell’avvocato PAPA MALATESTA ALFONSO

MARIA, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

P.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA SOANA, 22,

presso lo studio dell’avvocato PETTINELLI CRISTINA, rappresentato e

difeso dall’avvocato SOLINAS CRISTIANO;

– controricorrente –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

legale rappresentante pro tempore, in proprio e quale mandatario

della SOCIETA’ DI CARTOLARIZZAZIONE DEI CREDITI INPS, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA

CENTRALE DELL’ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli avvocati SGROI

ANTONINO, VITA SCIPLINO ESTER ADA, MATANO GIUSEPPE, D’ALOISIO CARLA,

MARITATO LELIO, DE ROSE EMANUELE;

– resistente –

avverso la sentenza n. 3176/2017 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 09/02/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 06/07/2020 dal Consigliere Relatore.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

la Corte d’appello di Lecce, a conferma della pronuncia del Tribunale della stessa città, ha affermato decorsa la prescrizione quinquennale dei crediti contributivi relativi ad alcune cartelle emesse nei confronti della “Società Bar Roberto di P.R. e C. s.a.s.”, avendo accertato che tra la notifica delle stesse e la notifica degli avvisi di pagamento oggetto di opposizione era decorso un tempo superiore a cinque anni senza che nè l’Inps, nè l’Ente deputato alla riscossione avessero posto in essere alcun atto interruttivo della prescrizione;

la Corte territoriale ha pertanto concluso per il rigetto tanto dell’appello proposto da Equitalia Sud quanto di quello proposto dall’Inps e dalla S.C.C.I., riuniti in unico giudizio, richiamandosi alle Sezioni Unite n. 23397 del 2016, che hanno risolto il contrasto giurisprudenziale in materia di durata della prescrizione, segnatamente nel caso in cui, come nel giudizio in oggetto, la sussistenza del credito non sia stata accertata con sentenza passata in giudicato o a mezzo di decreto ingiuntivo divenuto definitivo;

la cassazione della sentenza è domandata da Agenzia delle Entrate – Riscossione subentrata a Equitalia s.p.a. sulla base di un unico motivo;

Roberto Petrelli ha resistito con tempestivo controricorso;

l’Inps, in proprio e quale mandatario della Società di cartolarizzazione dei crediti Inps – S.C.C.I. S.p.a., ha depositato procura in calce al ricorso;

è stata depositata proposta ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., ritualmente comunicata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

con l’unico motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, è dedotta “Violazione e falsa applicazione degli artt. 2946 c.c. per avere la sentenza di primo grado applicato il termine di prescrizione quinquennale anzichè quello ordinario decennale su crediti richiesti nei confronti del Sig. P. con cartelle di pagamento notificate e mai impugnate;

parte ricorrente sostiene che nel caso in esame il giudice del merito avrebbe dovuto applicare la prescrizione ordinaria decennale, atteso che la sentenza delle Sezioni Unite n. 23397 del 2016 (richiamata dalla Corte d’appello) si sarebbe pronunciata sull’inapplicabilità ai crediti iscritti a ruolo della prescrizione decennale prevista dall’art. 2953 c.c., la cui applicabilità non è stata mai invocata dall’Agenzia delle Entrate, la cui critica si sarebbe appuntata soltanto sulla mancata applicazione dell’art. 2946 c.c. al caso in esame;

il motivo è inammissibile ai sensi dell’art. 360-bis c.p.c., poichè parte ricorrente non ha aggiunto indicazioni utili per indurre a modificare il ragionamento della Corte territoriale, la quale ha dato corretta attuazione al principio di diritto affermato dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 23397 del 2016, secondo il quale “La scadenza del termine – pacificamente perentorio – per proporre opposizione a cartella di pagamento di cui al D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, comma 5, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito contributivo senza determinare anche la cd. “conversione” del termine di prescrizione breve (nella specie, quinquennale, secondo la L. n. 335 del 1995, art. 3, commi 9 e 10) in quello ordinario (decennale), ai sensi dell’art. 2953 c.c.. Tale ultima disposizione, infatti, si applica soltanto nelle ipotesi in cui intervenga un titolo giudiziale divenuto definitivo, mentre la suddetta cartella, avendo natura di atto amministrativo, è priva dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato. Lo stesso vale per l’avviso di addebito dell’INPS, che, dall’I. gennaio 2011, ha sostituito la cartella di pagamento per i crediti di natura

previdenziale di detto Istituto (D.L. n. 78 del 2010, art. 30, conv., con modif., dalla L. n. 122 del 2010)”;

in definitiva, il ricorso va dichiarato inammissibile;

le spese, come liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza, con distrazione in favore del difensore dichiaratosi antistatario;

non si provvede sulle spese in favore dell’Inps in mancanza di attività difensiva da parte dello stesso;

in considerazione dell’inammissibilità del ricorso, sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo

di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore di P.R., che liquida in Euro 200 per esborsi, Euro 3.000,00 per compensi professionali, da distrarsi in favore del difensore dichiaratosi antistatario, oltre spese generali nella misura forfetaria del 15 per cento e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, all’Adunanza camerale, il 6 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 1 settembre 2020

 

 

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