Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18153 del 15/09/2016


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Cassazione civile sez. VI, 15/09/2016, (ud. 09/06/2016, dep. 15/09/2016), n.18153

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – rel. Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2234/2015 proposto da:

P.M.C., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA

CAVOUR, presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa

dall’Avvocato MARCELLA ANTONIA POLIZZOTTO, giusta procura in calce

al ricorso;

– ricorrente –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

rappresentante legale pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso lo studio dell’Avvocatura

Centrale dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli Avvocati MAURO

RICCI, CLEMENTINA PULLI, EMANUELA CAPANNOLO, giusta procura

speciale;

– resistente –

avverso la sentenza n. 173/2014 della CORTE D’APPELLO di

CALTANISSETTA del 12/03/2014, depositata il 23/06/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

09/06/2016 dal Consigliere Dott. ROSA ARIENZO;

udito l’Avvocato CAPANNOLO EMANUELA, difensore del controricorrente,

la quale si riporta ai motivi.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La causa è stata chiamata all’adunanza in camera di consiglio del 9 giugno 2016, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., sulla base della seguente relazione redatta a norma dell’art. 380 bis c.p.c.:

“Con sentenza depositata in data 23.6.2014, la Corte di appello di Caltanissetta, su gravame dell’INPS, in riforma della decisione di primo grado, rigettava la domanda di riconoscimento dell’assegno di invalidità civile proposta da P.M.C., rilevando che il Ctu officiato in seconde aveva accertato che il grado invalidante delle patologie da cui la predetta era risultata affetta non raggiungeva il 74% (72%).

In particolare evidenziava che, in applicazione delle tabelle del D.M. 5 febbraio 1992, andava assegnato il 56% per gli esiti di isterectomia, il 15% per la poliartrosi ed il 25% per la sindrome depressiva e che nulla poteva riconoscersi per le altre affezioni perchè non raggiungevano un grado invalidante superiore al 10%.

Per la cassazione di tale decisione ricorre la P., affidando l’impugnazione a due motivi. L’INPS ha rilasciato procura speciale in calce al ricorso notificato, non svolgendo alcuna attività difensiva. Con il primo motivo, la ricorrente si duole della violazione e falsa applicazione della L. 30 marzo 1971, n. 118, art. 13, del D.M. Ministero Sanità 5 febbraio 1992, D.Lgs. 23 novembre 1988, n. 509, art. 5 e della violazione e falsa applicazione dell’art. 149 disp. att. c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, rilevando che la sentenza si fonda sull’acritica ed apodittica adesione alle conclusioni adottate dal CTU, che presenta errori e carenze valutative e diagnostiche, nonchè palese devianza dai criteri dettati dalla normativa vigente ai fini dell’accertamento dello stato di invalidità. In particolare, contesta la mancata valutazione da parte del CTU dell’incidenza di altre due patologie diagnosticate (ipertensione arteriosa e incontinenza urinaria), rileva che il CTU ha disconosciuto l’incidenza ai fini dell’invalidità della patologia tiroidea e non ha incluso agli stessi fini nel computo valutativo la sindrome del tunnel carpale perchè inferiore al 10%, pur essendo tale patologia concorrente con altra menomazione incidente sul medesimo apparato. Assume che, contrariamente a quanto asserito in sentenza, il CTU nei chiarimenti del 14.1.2014 non ha fornito alcuna risposta in ordine a tale decisiva questione che aveva formato oggetto di articolati rilievi formulati dal CTP. Aggiunge che le patologie diagnosticate hanno subito nelle more del giudizio una evoluzione peggiorativa, come evidenziato da esami diagnostici praticati, sicchè, conclusivamente, la valutazione compiuta è da ritenere erronea e lacunosa laddove le conclusioni peritali, trasfuse in sentenza, avevano accertato una percentuale di invalidità inferiore alla soglia di legge.

Sotto altro profilo, e con riguardo al secondo motivo di impugnazione, afferente al denunziato vizio di omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione tra le parti, la ricorrente denunzia la mancata considerazione del dedotto aggravamento della patologia osteoarticolare e dell’insorgenza della sinusite cronica, con riguardo anche alla omessa valutazione della valenza probatoria della documentazione allegata dall’assistita.

Quanto al primo motivo, è sufficiente osservare che la parte che addebita alla consulenza tecnica d’ufficio lacune di accertamento o errori di valutazione, oppure si duole di erronei apprezzamenti contenuti in essa o, come nella specie, nella sentenza che l’ha recepita, ha l’onere di trascriverne integralmente nel ricorso per cassazione almeno i passaggi salienti e non condivisi e di riportare, poi, il contenuto specifico delle critiche ad essi sollevate, al fine di evidenziare gli errori commessi dal giudice del merito nel limitarsi a recepirla e nel trascurare completamente le critiche formulate in ordine agli accertamenti ed alle conclusioni del consulente d’ufficio. Le critiche mosse alla consulenza ed alla sentenza devono, pertanto, possedere un grado di specificità tale da consentire alla Corte di legittimità di apprezzarne la decisività direttamente in base al ricorso (v., ex multis, Cass. 4201/2010). Nella specie il rilievo relativo alla mancata valutazione delle due patologie sopra indicate non risulta adeguatamente formulato, posto che non emerge che di tali patologie sia stata fornita adeguata documentazione medica nelle fasi di merito, indicandosi in modo puntuale la sede ed il modo di relativa produzione, non potendo la censura essere priva di ogni riferimento a supporti documentali idonei ad evidenziare l’omissione valutativa dedotta.

Quanto alla deduzione riguardante la omessa considerazione del carattere concorrente della sindrome del tunnel carpale, che ne avrebbe asseritamente comportato la necessità di valutazione ai fini della determinazione della invalidità, va rilevata la correttezza del principio posto a fondamento della censura (secondo cui la non computabilità delle minorazioni comprese tra lo zero e il dieci per cento, prevista dal D.Lgs. 23 novembre 1988, n. 509, art. 5, purchè non concorrenti fra loro o con altre minorazioni comprese nelle fasce superiori, costituisce una deroga al principio della computabilità generale e globale di ogni minorazione ai fini della valutazione di invalidità – cfr. Cass. 11987/2014). Tuttavia, la deduzione è formulata in spregio del principio di autosufficienza, posto che nella sentenza impugnata non si menziona espressamente tale patologia, essendo contenuto un generico accenno, oltre a quelle enunciate, ad altre patologie non indicate, e che non risulta in alcun modo dal ricorso in che termini a tale patologia sia stato fatto riferimento nelle note contenenti i rilievi critici del CTP cui aveva dato risposta il Ctu nei chiarimenti del 14.1.2014, note e chiarimenti entrambi non prodotti nella presente sede e non riportati nel loro contenuto nel corpo del ricorso, nel quale non è indicata neanche la sede processuale di relativa produzione.

Infine, quanto alla denunziata violazione dell’art. 149 disp. att. c.p.c., con riguardo alla mancata valutazione di patologie che avevano subito asseritamente un andamento peggiorativo nelle more del giudizio, è sufficiente richiamare quanto già affermato da questa Corte, secondo cui nelle controversie relative a prestazioni previdenziali od assistenziali fondate sull’invalidità del richiedente, il ricorrente, che abbia censurato la decisione del giudice d’appello per violazione dell’art. 149 disp. att. c.p.c., ha l’onere di dimostrare di aver dedotto e comprovato, con adeguata documentazione, l’esistenza degli aggravamenti delle malattie e le nuove infermità sopravvenute al giudizio di primo grado, nonchè la determinante rilevanza delle nuove patologie in modo da rendere palese che la positiva valutazione dei fatti dedotti avrebbe comportato con certezza la declaratoria del diritto alla prestazione richiesta in giudizio con la decorrenza auspicata (cfr. Cass. 21151/20101).

Le censure in realtà sollecitano soltanto una nuova lettura delle risultanze istruttorie, operazione preclusa in sede di legittimità.

Infatti, per costante giurisprudenza in materia di prestazioni previdenziali derivanti da patologie relative allo stato di salute dell’assicurato, il difetto di motivazione della sentenza che abbia prestato adesione alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio è ravvisabile solo in caso di palese deviazione dalle nozioni correnti della scienza medica, la cui fonte va indicata, o nell’omissione degli accertamenti strumentali dai quali, secondo le predette nozioni, non si può prescindere per la formulazione di una corretta diagnosi.

Al di fuori di tale ambito le censure anzidette costituiscono mero dissenso diagnostico non attinente a vizi del processo logico – formale, e si traducono, quindi, in una inammissibile critica del convincimento del giudice (giurisprudenza consolidata: v. da ultimo Cass. 22 febbraio 2013, n. 4570; id. 15 gennaio 2013, n. 767 del 2013; 23 novembre 2012, n. 20773; 12 dicembre 2011, n. 26558; Cass. 29 aprile 2009, n. 9988; 3 aprile 2008, n. 8654). Con il ricorso in esame non vengono dedotti vizi logico-formali che si concretino in deviazioni dalle nozioni della scienza medica o si sostanzino in affermazioni manifestamente illogiche o scientificamente errate, nè – ancor meno – se ne indicano le fonti: ci si limita, invece, a svolgere solo osservazioni concernenti il merito di causa senza evidenziare quali sarebbero gli accertamenti strumentali omessi e quali le affermazioni scientificamente errate.

Peraltro, non risulta neanche indicato, con adeguate argomentazioni scientifiche, l’asserito evento che avrebbe aggravato lo stato di salute del ricorrente, risolvendosi il denunziato vizio in un diverso apprezzamento senza che venga evidenziata alcuna erronea affermazione scientifica, onde il dissenso attiene alla diagnosi e non ai principi applicati dal giudice del merito (cfr., tra le tante, Cass. 8786/2013, 10912/2013).

In ogni caso, la critica mossa col secondo motivo è formulata in termini tali che non rientra nel paradigma di cui alla nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, applicabile ratione temporis, che prescrive che il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie. Il “fatto storico” censurabile ex art. 360 c.p.c., n. 5, non può, dunque, identificarsi con la pretesa erronea valutazione degli elementi di causa espressa dalla Corte del merito (cfr. Cass. s.u. n. 8053/2014).

Per quanto sopra considerato, si propone il rigetto del ricorso con ordinanza, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 5″.

Sono seguite le rituali comunicazioni e notifica della suddetta relazione, unitamente al decreto di fissazione della presente udienza in Camera di consiglio. La ricorrente ha depositato memoria ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., comma 2.

Il Collegio ritiene di condividere il contenuto e le conclusioni della riportata relazione e concorda, pertanto, sulla declaratoria di inammissibilità del ricorso, rilevando che, al di là del merito delle puntualizzazioni svolte in memoria in relazione alla evidenziata carenza di idonea indicazione della sede di produzione di tutta la documentazione richiamata, non è criticabile nella presente sede di legittimità la valutazione di merito (concorrenza o coesistenza della patologia) sottesa alla mancata valutazione del danno al tunnel carpale in presenza di patologia riguardante asseritamente lo stesso apparato. Al riguardo deve invero ribadirsi che nei giudizi di invalidità, i lamentati errori e lacune della consulenza sono suscettibili di esame in sede di legittimità unicamente sotto il profilo del vizio di motivazione della sentenza, quando siano riscontrabili carenze o deficienze diagnostiche o affermazioni scientificamente errate e non già quando si prospettino semplici difformità tra la valutazione del consulente circa l’entità e l’incidenza del dato patologico e la valutazione della parte, e ciò anche con riguardo alla data di decorrenza della richiesta prestazione (cfr., tra le altre, Cass. 12.1.2011 n. 569, Cass. 3.2.2012 n. 1652). Tale principio deve essere richiamato anche con riferimento alla ritenuta mera coesistenza di patologie, con riflessi sulla computabilità di quella di esse determinante un’incidenza invalidante pacificamente inferiore al 10%, posto che non si richiamano le fonti idonee a comprovare l’erroneità scientifica delle affermazioni contenute nella pronuncia impugnata, non mancandosi di rilevare che la censura formulata nel primo motivo di ricorso non risulta sussumibile nel paradigma del vizio di violazione di legge, essendo la stessa riferita a lacune ed errori della ctu posta a fondamento della sentenza.

Alla stregua di quanto osservato, va dichiarata l’inammissibilità del ricorso.

Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza della ricorrente e vanno liquidate, in favore dell’INPS, limitatamente a quelle sostenute per la discussione in udienza camerale, nella misura indicata in dispositivo.

Il ricorso è stato notificato in data successiva a quella (31/1/2013) di entrata in vigore della legge di stabilità del 2013 (L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), che ha integrato del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, aggiungendovi il seguente tenore: “Quando l’impugnazione, anche incidentale è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma art. 1 bis. Il giudice dà atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso”.

La declaratoria di inammissibilità dell’impugnazione comporta che venga disposto in conformità alla richiamata previsione.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in Euro 50,00 per esborsi, Euro 1000,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge, nonchè al rimborso delle spese generali in misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 9 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 15 settembre 2016

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