Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18147 del 31/08/2020

Cassazione civile sez. II, 31/08/2020, (ud. 06/02/2020, dep. 31/08/2020), n.18147

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21154-2019 proposto da:

D.M., rappresentato e difeso dall’avvocato ASSUNTA FICO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– resistente –

avverso il decreto n. cron. 1611/2019 del TRIBUNALE di CATANZARO,

depositato il 05/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

06/02/2020 dal Consigliere ROSSANA GIANNACCARI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

D.M., cittadino proveniente dal (OMISSIS), chiese alla Commissione Territoriale di Crotone il riconoscimento della protezione internazionale nelle forme dello status di rifugiato, e, in via subordinata della protezione sussidiaria e del rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

La domanda venne rigettata in sede amministrativa; l’opposizione fu respinta dal Tribunale con decreto del 5.6.2019, sul rilievo che si trattava di domanda reiterata basata sugli stessi elementi già esaminati in precedenza.

Per la cassazione di detta sentenza ha proposto ricorso D.M., sulla base di tre motivi.

Il Ministero dell’Interno non ha svolto attività difensiva.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso, deducendo la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 5, 6 e 14, del D.Lgs. n. 25 del 2009, artt. 8 e 27 si contesta l’erronea valutazione della situazione di grave instabilità politica in cui verserebbe il Mali, tali da porre in pericolo la vita e l’incolumità in caso di rientro. Evidenzia la diffusione di scontri e di attentati terroristici nella sua città di provenienza e nelle aree circostanti, di cui il Tribunale non avrebbe tenuto conto nell’esaminare la domanda di protezione internazionale.

Con il secondo motivo di ricorso, si deduce, sotto la rubrica “violazione dell’art. 360, n. 4”, l’omessa valutazione dell’attualità del pericolo in caso di rientro nel proprio Paese, sia in relazione alle condizioni di violenza generalizzata, sia in relazione alle condizioni carcerarie, in caso di detenzione per il reato di cui era stato ingiustamente accusato.

Con il terzo motivo di ricorso, si censura il decreto impugnato per violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32 in relazione al rigetto della protezione umanitaria perchè il Tribunale non avrebbe tenuto conto dell’integrazione sociale e della situazione del paese di origine, al fine di valutare la grave compromissione dei diritti umani fondamentali.

I motivi, che vanno esaminati congiuntamente per la loro connessione, sono inammissibili.

Risulta dal racconto del ricorrente (pag.2 del ricorso) che egli nel 2015 aveva presentato domanda di protezione internazionale innanzi alla Commissione Territoriale di Crotone, deducendo il timore di essere arrestato per avere causato un incendio sul fondo del vicino.

A seguito del rigetto da parte della Commissione Territoriale non propose opposizione ma presentò nel 2017 altra domanda, deducendo che era nato in una diversa città, dove sussisteva una situazione di violenza generalizzata.

La domanda poteva essere reiterata, ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 29 solo in presenza di “nuovi elementi in merito alle sue condizioni personali o alla situazione del suo Paese di origine”.

In assenza di ulteriori elementi di novità, la domanda deve essere dichiarata inammissibile, senza che sia necessario procedere ad un nuovo esame, in presenza di un giudicato.

Sulla formazione del giudicato converge la normativa Eurounitaria e, segnatamente, l’art. 40 della Direttiva 26/06/2013 n. 322013/32/CE (Direttiva UE recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale – rifusione), la quale prevede che la domanda di asilo reiterata debba essere sottoposta a esame preliminare per accertare se, dopo il ritiro della domanda precedente, o dopo che sia stata presa la decisione su quella domanda, siano emersi o siano stati addotti dal richiedente elementi o risultanze nuovi, rilevanti per l’esame dell’eventuale qualifica di rifugiato.

Pertanto, solo se l’esame preliminare permette di concludere che sono emersi o sono stati addotti dal richiedente elementi o risultanze nuovi tali da rendere probabile, in modo significativo che al richiedente possa essere attribuita la qualifica di beneficiario di protezione internazionale si può dar ingresso ad un rinnovato esame nel merito della richiesta.

Il considerando n. 36 della Direttiva prevede che “qualora il richiedente esprima l’intenzione di presentare una domanda reiterata senza addurre prove o argomenti nuovi, sarebbe sproporzionato imporre agli Stati membri l’obbligo di esperire una nuova procedura di esame completa. In tali casi, gli Stati membri dovrebbero poter respingere una domanda in quanto inammissibile conformemente al principio della cosa giudicata”.

Questa Corte ha avuto modo in proposito di affermare che i “nuovi elementi”, alla cui allegazione il D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 29, lett. b), subordina l’ammissibilità della reiterazione della domanda di riconoscimento della tutela, possono consistere, oltre che in nuovi fatti di persecuzione o comunque costitutivi del diritto alla protezione stessa, successivi al rigetto della prima domanda da parte della competente Commissione, anche in nuove prove dei fatti costitutivi del diritto, purchè il richiedente non abbia potuto, senza sua colpa, produrle in precedenza innanzi alla commissione in sede amministrativa, nè davanti al giudice introducendo il procedimento giurisdizionale di cui all’art. 35 D.Lgs. citato. (Sez. 6, 28/02/2013, n. 5089).

La deduzione di “nuovi elementi” è quindi ammissibile anche se sussistenti al momento della precedente richiesta se vi è prova che di essi il ricorrente non abbia potuto fornire, senza sua colpa, la prova. (Cass. Civ., Sez. I, 9.7.2019 n. 18440).

Il Tribunale ha fatto corretta applicazione dei principi di diritto summenzionati, non ravvisando nella domanda reiterata alcun elemento di novità in relazione ai fatti prospettati nella prima domanda di protezione internazionale. Nell’ambito del giudizio riproposto innanzi alla Commissione, infatti, il ricorrente ha reso dichiarazioni diverse in relazione alla città di provenienza, intesa quale luogo di nascita. Si tratta di una differente versione dei fatti e non di “nuovi elementi”, che avrebbero potuto essere esplicitati innanzi al giudice in sede di impugnazione del provvedimento della Commissione Territoriale, sul quale si è pertanto formato il giudicato.

La produzione documentale attestante il luogo della nascita era perciò irrilevante ai fini della prova della novità degli elementi per il riconoscimento della protezione internazionale.

In secondo luogo, occorre puntualizzare che la disciplina sopra illustrata richiede il carattere incolpevole della mancata precedente allegazione del nuovo elemento; pertanto un ulteriore motivo di inammissibilità va colto nel fatto che il ricorrente omette totalmente di dimostrare, e anche solo dedurre, le ragioni, che, a suo dire, avrebbero giustificato la mancata allegazione della nuova circostanza in sede di prima domanda e soprattutto nell’ambito del giudizio di cognizione attinente il riconoscimento della protezione internazionale, che, invece, ha ritenuto di non introdurre.

Nel caso di specie, infatti, dopo il diniego della protezione internazionale da parte della Commissione Territoriale, nel 2015, il ricorrente avrebbe potuto impugnare il provvedimento di rigetto, producendo nuove prove ed allegando fatti nuovi, anche non sopravvenuti, rispetto al proprio precedente racconto reso in sede amministrativa, arricchendone la narrazione, colmandone le lacune e correggendone le incongruenze e così introducendo i nova tempestivamente nel dibattito processuale, offrendo, se possibile, una ragionevole spiegazione della mancata precedente allegazione da parte sua, in ottemperanza dell’obbligo generale di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 1, di presentare, unitamente alla domanda di protezione internazionale, o comunque appena disponibili, tutti gli elementi e la documentazione necessari a motivare la domanda (Cass. Civ. Sez. I 9.7.2019 n. 18440).

Tale giudizio, secondo l’orientamento del tutto consolidato di questa Corte, non ha per oggetto l’impugnazione del provvedimento di diniego da parte della Commissione territoriale, ma il diritto soggettivo del ricorrente alla protezione invocata (ex multis: Sez. 6-1, 22/03/2017, n. 7385; Sez. 6-1, 08/06/2016, n. 11754; Sez. 6-1, 03/09/2014, n. 18632; Sez. 06-1, del 13/01/2012, n. 420; Sez. 061, del 09/12/2011, n. 26480).

Il ricorso deve quindi essere dichiarato inammissibile.

Nulla va statuito sulle spese, non avendo la parte intimata svolto attività difensiva;

Ricorrono i presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (applicabile ratione temporis, essendo stato il ricorso proposto dopo il 30 gennaio 2013) per il raddoppio del versamento del contributo unificato, se dovuto.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Seconda Sezione Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 6 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 31 agosto 2020

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