Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18124 del 15/09/2016


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile sez. lav., 15/09/2016, (ud. 09/06/2016, dep. 15/09/2016), n.18124

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMOROSO Giovanni – Presidente –

Dott. VENUTI Pietro – Consigliere –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – rel. Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3443-2014 proposto da:

R.A., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

COSSERIA 2, presso lo studio dell’avvocato RICCARDO FARANDA, che la

rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

SMA S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLA GIULIANA 66,

presso lo studio dell’avvocato ANNAMARIA VICARETTI, rappresentata e

difesa dagli avvocati MARINA BRUNI, BARBARA CASSANITI, giusta delega

in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6556/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 02/08/2013 R.G.N. 4787/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/06/2016 dal Consigliere Dott. PAOLO NEGRI DELLA TORRE;

udito l’Avvocato CRUPI PASQUALE MARIA per delega Avvocato FARANDA

RICCARDO;

udito l’Avvocato GIANCRISTOFARO ALESSANDRA per delega Avvocato BRUNI

MARINA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SERVELLO Gianfranco, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza n. 6556/2013, depositata il 2 agosto 2013, la Corte di appello di Roma confermava la sentenza del Tribunale di Roma che, pronunciando sul ricorso di R.A., ne aveva respinto la domanda diretta ad ottenere l’accertamento della illegittimità del licenziamento per giusta causa intimatole in data 3/12/2009 da SMA S.p.A. in relazione ad un ammanco di cassa verificatosi il (OMISSIS).

La Corte rilevava, in primo luogo, a sostegno della propria decisione, di dover aderire alla valutazione del materiale probatorio compiuta dal primo giudice; escludeva poi che fosse ravvisabile un difetto di proporzionalità tra la sanzione espulsiva e la condotta addebitata, osservando come il fatto integrasse grave violazione degli obblighi di cui all’art. 146, commi 1 e 2 CCNL Settore Terziario, con conseguente possibilità per il datore di lavoro di intimare il licenziamento disciplinare, ai sensi dell’art. 151 medesimo CCNL, posto che era configurabile nel fatto, così come accertato, una colpa di grado talmente elevato da sfociare quasi nel dolo e così da ledere in maniera irrimediabile la fiducia del datore di lavoro nell’esattezza dei futuri adempimenti, tenuto conto dell’entità dell’ammanco, pari a quasi la metà dell’incasso giornaliero del punto vendita, della circostanza che lavoratrice non era stata in grado di fornire la minima spiegazione dell’accaduto e della natura delle mansioni svolte dalla stessa, implicanti il costante maneggio di denaro.

Ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza la lavoratrice con unico articolato motivo, assistito da memoria; la società ha resistito con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con unico motivo la ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 2106 e 2119 c.c., della L. n. 300 del 1970, art. 7 e degli artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè omesso esame e insufficiente motivazione circa fatti decisivi per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, censura la sentenza impugnata per avere la Corte di appello, nel valutare la gravità della condotta e la proporzionalità della sanzione, trascurato di esaminare il fatto oggetto di contestazione disciplinare nella molteplicità dei suoi profili e, in particolare, anche sul piano soggettivo, oltre che oggettivo, sottolineando come tale più ampia indagine, diretta a verificare l’effettiva gravità dell’addebito, sia ritenuta dalla giurisprudenza necessaria anche nei casi in cui la disciplina collettiva preveda un determinato comportamento come giusta causa o giustificato motivo di recesso.

Il motivo è fondato, e deve essere accolto, nella parte in cui denuncia il vizio di violazione e falsa applicazione degli artt. 2106 e 2119 c.c. (art. 360 c.p.c., n. 3).

E’, infatti, consolidato e risalente l’orientamento, per il quale, in tema di accertamento della giusta causa di recesso, la valutazione di gravità della condotta del lavoratore, tale da non consentire la prosecuzione, neppure provvisoria, del rapporto, deve essere effettuata in relazione agli specifici elementi oggettivi e soggettivi della fattispecie concreta, quali il tipo di mansioni affidate al lavoratore, gli eventuali precedenti disciplinari, il carattere doloso o colposo dell’infrazione, le circostanze di luogo e di tempo, le probabilità di reiterazione dell’illecito.

Ed è altresì consolidato l’orientamento, per il quale “in materia di licenziamento per ragioni disciplinari, anche se la disciplina collettiva preveda un determinato comportamento come giusta causa o giustificato motivo soggettivo di recesso, il giudice investito dell’impugnativa della legittimità del licenziamento deve comunque verificare l’effettiva gravità della condotta addebitata al lavoratore” (Cass. 18 gennaio 2007 n. 1095; conformi, fra le altre, Cass. n. 16095/2013 e Cass. n. 21633/2013).

Tale verifica deve essere condotta con tanto maggiore attenzione e aderenza agli indici distintivi della fattispecie concreta, allorquando, come nella specie, la contrattazione collettiva non contenga un’espressa tipizzazione, entro la quale sussumere la condotta oggetto di contestazione, ma stabilisca l’irrogazione della sanzione espulsiva sulla base di un raccordo tra norme connotate da un grado, anche elevato, di elasticità e di indeterminatezza (come gli artt. 151 e 146 CCNL Settore Terziario applicate dalla Corte di appello nella sentenza impugnata, prevedendo, la prima di tali disposizioni, che il licenziamento disciplinare si applichi in caso di “grave violazione degli obblighi di cui all’art. 146, comma 1 e comma 2, Seconda Parte” e, la seconda, che “il lavoratore ha l’obbligo di osservare nel modo più scrupoloso i doveri e il segreto di ufficio, di usare modi cortesi col pubblico e di tenere una condotta conforme ai civici doveri” nonchè “l’obbligo di conservare diligentemente le merci e i materiali, di cooperare alla prosperità dell’impresa”).

A tali principi non risulta essersi attenuta la Corte territoriale, la quale:

(a) in presenza di fatto colposo, ha omesso di considerare, sul piano soggettivo, nella valutazione di gravità della condotta, l’incidenza della totale mancanza di precedenti disciplinari a carico della lavoratrice, nell’arco di un rapporto di lavoro protratto per oltre 26 anni;

(b) laddove ha valorizzato elementi fattuali di natura oggettiva (par. 3.3), ha svolto rilievi di non sicura attitudine inferenziale, posto che: – l’entità dell’ammanco accertato riveste oggettiva importanza in fattispecie connotata da intenzionalità della condotta, salvo che esso (ma non è il caso di specie) emerga come l’importo complessivo di una pluralità di episodi di negligente gestione della cassa; – l’incapacità della lavoratrice di fornire spiegazioni sulle possibili ragioni dell’ammanco non appare tale, in presenza di unicità di condotta disciplinarmente rilevante nell’arco di un lungo rapporto lavorativo, da denotare “un totale disinteresse per gli obblighi di custodia e conservazione delle somme incassate” gravanti sulla dipendente, trattandosi di atteggiamento psicologico che richiede, per poter essere plausibilmente affermato, quanto meno la reiterazione nel tempo di episodi di univoco o convergente significato; – la circostanza che la lavoratrice abbia fornito giustificazioni infondate, o non veritiere, o contraddittorie, nell’immediatezza della scoperta dell’ammanco, postula una più ampia ricognizione del comportamento dalla medesima tenuto e, in particolare, la considerazione del grado di collaborazione alle indagini prestata od offerta;

(c) l’individuazione nella condotta addebitata alla lavoratrice di “un grado di colpa talmente elevato da sfociare quasi nel dolo”, e cioè di una colpa idonea ad “integrare una violazione degli obblighi contrattuali talmente grave sotto il profilo oggettivo e soggettivo, da spezzare in modo irrimediabile” la fiducia datoriale nell’esattezza dei successivi adempimenti, non risulta preceduta da un’analisi del contesto di regolazione interna dell’attività, così da non supportare l’estrema concettualizzazione della colpa insita nel riferimento al brocardo culpa lata dolo aequiparatur (Dig. 50, 16, 213, 2: lata culpa est nimia neglegentia, id est non intellegere quod omnes intellegunt).

La sentenza deve, pertanto, essere cassata e la causa rinviata, anche per le spese, alla Corte di appello di Roma in diversa composizione, che provvederà all’applicazione dei principi di diritto richiamati nell’ambito di un rinnovato esame degli elementi tutti, di natura oggettiva come soggettiva, che concorrono alla definizione del caso concreto.

PQM

la Corte accoglie il ricorso e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Roma in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 9 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 15 settembre 2016

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA