Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18107 del 05/09/2011

Cassazione civile sez. III, 05/09/2011, (ud. 13/07/2011, dep. 05/09/2011), n.18107

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PREDEN Roberto – Presidente –

Dott. CARLEO Giovanni – Consigliere –

Dott. VIVALDI Roberta – rel. Consigliere –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 313/2008 proposto da:

C.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE CARSO 77,

presso lo studio dell’avvocato PONTECORVO Edoardo, che lo rappresenta

e difende unitamente all’avvocato COCCO ORTU ALBERTO, giusto mandato

in atti;

– ricorrente –

contro

S.L., elettivamente domiciliato in ROMA, V.LE BRUNO BUOZZI

87, presso lo studio dell’avvocato CARTA GIOVANNI, rappresentato e

difeso, dall’avvocato DESSY Agostino, giusto mandato in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 277/2007 della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI,

depositata il 22/09/2007; R.G.N. 546/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/07/2011 dal Consigliere Dott. ROBERTA VIVALDI;

udito l’Avvocato PONTECORVO EDOARDO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

IANNELLI Domenico, che ha concluso per inammissibilità.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

S.L. conveniva, davanti al tribunale di Cagliari, C. R. proponendo opposizione al precetto notificatogli ad istanza di quest’ultima – fondato sul verbale di comparizione personale dei coniugi nel procedimento di separazione personale omologato dallo stesso tribunale.

Fondava l’opposizione sull’insussistenza di un suo obbligo, posto che, nel verbale indicato, i coniugi non avevano previsto un assegno di mantenimento a suo carico ed a favore della C., ma soltanto il diritto di quest’ultima a percepire i canoni mensili relativi alla locazione di due appartamenti, di loro comproprietà, per la somma complessiva di L. 1.000.000.

In esecuzione di tale accordo la C. aveva incamerato i canoni locatizi.

Nessun ulteriore obbligo, pertanto, era a carico dello S..

Il Tribunale, con sentenza del 4.10.2005 rigettava l’opposizione.

A diversa conclusione perveniva la Corte d’Appello che, con sentenza del 22.9.2007, accoglieva l’appello proposto dallo S. dichiarando “che la C. non ha diritto a procedere esecutivamente nei confronti dello S. in base al precetto opposto”.

Propone ricorso per cassazione affidato a sei motivi illustrati da memoria la C..

Resiste con controricorso lo S..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il Collegio raccomanda una motivazione semplificata.

Il ricorso è stato proposto per impugnare una sentenza pubblicata una volta entrato in vigore il D.Lgs. 15 febbraio 2006, n. 40, recante modifiche al codice di procedura civile in materia di ricorso per cassazione; con l’applicazione, quindi, delle disposizioni dettate nello stesso decreto al Capo 1^.

Secondo l’art. 366 – bis c.p.c. – introdotto dall’art. 6 del decreto – i motivi di ricorso debbono essere formulati, a pena di inammissibilità, nel modo lì descritto ed, in particolare, nei casi previsti dall’art. 360, n. 1), 2), 3) e 4, l’illustrazione di ciascun motivo si deve concludere con la formulazione di un quesito di diritto, mentre, nel caso previsto dall’art. 360, comma 1, n. 5), l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione.

Segnatamente, nel caso previsto dall’art. 360 c.p.c., n. 5, l’ illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto), che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (Sez. n. 1 ottobre 2007, n. 20603; Cass. 18 luglio 2007, n. 16002).

Il quesito, al quale si chiede che la Corte di cassazione risponda con l’enunciazione di un corrispondente principio di diritto che risolva il caso in esame, poi, deve essere formulato in modo tale da collegare il vizio denunciato alla fattispecie concreta (v. Sez. Un. 11 marzo 2008, n. 6420 che ha statuito l’inammissibilità – a norma dell’art. 366 bis cod. proc. civ. – del motivo di ricorso per cassazione il cui quesito di diritto si risolva in un’enunciazione di carattere generale ed astratto, priva di qualunque indicazione sul tipo della controversia e sulla sua riconducibilità alla fattispecie, tale da non consentire alcuna risposta utile a definire la causa nel senso voluto dal ricorrente, non potendosi desumere il quesito dal contenuto del motivo od integrare il primo con il secondo, pena la sostanziale abrogazione del suddetto articolo).

La funzione propria del quesito di diritto – quindi – è quella di far comprendere alla Corte di legittimità, dalla lettura del solo quesito, inteso come sintesi logico-giuridica della questione, l’errore di diritto asseritamente compiuto dal giudice di merito e quale sia, secondo la prospettazione del ricorrente, la regola da applicare (da ultimo Cass. 7 aprile 2009, n. 8463; v. anche Sez. Un. ord. 27 marzo 2009, n. 7433).

La ricorrente propone sei motivi di violazioni di norme di diritto (artt. 112, 710 e 345 cod. proc. civ.; artt. 2251, 2909, 2697 cod. civ.).

Tutti i quesiti, però, posti al termine della illustrazione dei relativi motivi peccano di genericità e si risolvono in enunciazioni di carattere generale ed astratto, non contenendo alcun riferimento al caso concreto.

In tal modo, la Corte di legittimità si trova nell’impossibilità di enunciare un o i principii di diritto che diano soluzione allo stesso caso concreto (Cass. ord. 24.7.2008 n. 20409; S.U. ord. 5.2.2008 n. 2658; Sez. Un. 5.1.2007 n. 36, e successive conformi).

Nè il quesito correttamente posto può essere desunto dal contenuto e dall’illustrazione del motivo che lo precede, e neppure può essere integrato il primo con il secondo.

Diversamente, si avrebbe la sostanziale abrogazione della norma dell’art. 366 bis c.p.c. (Sez. Un. 11.3.2008, n. 6420 e successive conformi).

Il ricorso è, quindi, inammissibile.

Le spese seguono il criterio della soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese che liquida in complessivi Euro 1.200,00, di cui L. 1.000,00 per onorari, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 13 luglio 2011.

Depositato in Cancelleria il 5 settembre 2011

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