Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18093 del 04/08/2010

Cassazione civile sez. II, 04/08/2010, (ud. 27/05/2010, dep. 04/08/2010), n.18093

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SETTIMJ Giovanni – Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – Consigliere –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – rel. Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

T.U., T.M., T.R., elettivamente

domiciliati in ROMA, PIAZZA DI PRISCILLA 4, presso lo studio

dell’avvocato COEN STEFANO, che li rappresenta e difende unitamente

all’avvocato VILLANI GIORGIO, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

BANCA NAZIONALE DEL LAVORO SPA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1282/2007 della CORTE D’APPELLO di TORINO del

6/07/07, depositata il 03/08/2007;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

27/05/2010 dal Consigliere Relatore Dott. D’ASCOLA Pasquale;

e’ presente il P.G. in persona del Dott. RUSSO Rosario Giovanni.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

BNL, creditore pignorante beni immobili di C.A. siti in (OMISSIS), ha convenuto l’esecutata e i signori U. e T. M., ritenuti comproprietari. Deceduta la C. e costituitasi la sua erede T.R., il tribunale divideva i beni, assegnandoli in parte a quest’ultima e in parte agli altri due convenuti T.. Compensava le spese di lite per il 50% e poneva la restante parte a carico di T.R..

Tutti i convenuti impugnavano la sentenza negando che i beni fossero comuni. La Corte d’appello di Torino, accertato che i beni erano di proprieta’ di T.R., respingeva la domanda della BNL, rimasta contumace in appello. La Corte territoriale dedicava alla liquidazione delle spese gran parte della motivazione e, considerato che in primo grado non era emerso che la T. era unica proprietaria, le regolava come segue: a) negava la condanna della Bnl quanto alle spese del giudizio d’appello b) confermava la liquidazione relativa al primo grado.

R., U. e T.M. hanno proposto ricorso per cassazione in ordine a detta liquidazione delle spese. BNL e’ rimasta intimata.

Il giudice relatore ha avviato la causa a decisione con il rito previsto per il procedimento in camera di consiglio. La ricorrente ha depositato memoria.

Il ricorso, di non agevole comprensione, sembra avere ad oggetto soltanto la liquidazione delle spese avvenuta con riferimento al primo grado di giudizio e non anche la compensazione delle spese disposta in grado di appello. Su quest’ultimo punto il consigliere relatore ha opportunamente rilevato che la Corte d’appello ha disposto la integrale compensazione delle spese senza usare la formula verbale “compensare”, impropriamente presente nel codice, come rilevato dalla dottrina. La Corte ha pero’ negato esplicitamente il diritto del vincitore al rimborso delle spese, come si legge nelle ultime due righe di pag. 4 della motivazione. Detto diniego e’ la formula piu’ appropriata per disporre quella che comunemente viene chiamata compensazione delle spese che il giudice ha il potere di disporre integralmente in forza dall’art. 92 c.p.c. purche’ con adeguata motivazione (SU 20598(08), come avvenuto nella specie.

I motivi si concludono con l’indicazione, ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. rispettivamente: a) del seguente quesito: “qualora la sentenza della Corte d’appello a richiesta dell’appellante, riformi la sentenza di primo grado, in tal caso tale sentenza deve condannare la parte soccombente al pagamento delle spese di causa e per lo meno disporre la compensazione delle spese”. B) del seguente fatto controverso: la sentenza e’ contraddittoria in quanto da un lato ha riformato la sentenza di primo grado e dall’altro ha condannato T.R. al pagamento delle spese sempre di primo grado.

Appare evidente sia dalla connessione dei due motivi, esposti unitariamente in rubrica e con unica trattazione, sia dalle espressioni usate, e qui evidenziate con sottolineatura, che la censura si rivolge esclusivamente alla sentenza di primo grado, come la seconda espressione (“sempre”) inequivocabilmente rimarca. Orbene, se cosi’ e’, il ricorso risulta inammissibile per quanto concerna U. e T.M., che non erano soccombenti in punto di spese quanto al giudizio di primo grado (ove erano anche contumaci) e che non hanno censurato la compensazione delle spese disposta quanto all’appello.

Diversa e’ la posizione di T.R., condannata al pagamento di una parte delle spese di primo grado. Detta condanna viola il disposto dell’art 91 c.p.c.. E’ stato infatti costantemente insegnato che in tema di condanna alle spese processuali, il principio della soccombenza va inteso nel senso che la parte interamente vittoriosa (e soltanto essa) non puo’ essere condannata, nemmeno per una minima quota, al pagamento delle spese stesse (Cass. 18173/08; 12963/07).

Mette conto aggiungere che il suddetto criterio non puo’’ essere frazionato secondo l’esito delle varie fasi del giudizio, ma va riferito unitariamente all’esito finale della lite (Cass. 406/08;

15557/06). Poiche’ la Corte d’appello ha accolto integralmente il gravame interposto dalla odierna ricorrente, riconoscendo che non v’era luogo per il giudizio di scioglimento della comunione, la condanna parziale alla refusione delle spese del primo grado di giudizio confligge con la norma citata, come interpretata da questa Corte.

Ne discende l’accoglimento del ricorso. La Corte puo’ pero’ decidere nel merito sul punto, facendo uso del potere di cui all’art. 384 c.p.c. Non v’e’ infatti necessita’ di altri accertamenti in fatto.

Orbene, sono rimaste prive di smentita le osservazioni della Corte d’appello in ordine alla colpevole condotta processuale della T. e della sua dante causa C., le quali mai fecero presente nel corso del giudizio di primo grado di essere (prima l’una e poi l’altra sua unica erede) proprietaria esclusiva degli immobili di cui si discute. La falsa convinzione della sussistenza di proprieta’ indivisa tra le parti fu lasciata perdurare, ha osservato il giudice d’appello, anche nel procedimento di divisione, senza chiedere al ctu di verificare la situazione. Dunque sussistono giusti motivi per compensare integralmente le spese del primo grado di giudizio, che la ricorrente ha lasciato instaurare e procedere, pur potendo evitarlo, sollevando se’ stessa e le controparti da ogni spesa.

Parte intimata va invece condannata alla refusione delle spese di questo giudizio, liquidate in dispositivo.

PQM

LA CORTE dichiara inammissibile il ricorso proposto da U. e T. M.. Accoglie il ricorso di T.R.; cassa la sentenza impugnata in ordine alla pronuncia sulle spese del primo grado di giudizio e, decidendo nel merito, le compensa. Condanna parte intimata alla refusione alla ricorrente delle spese di questo giudizio liquidate in Euro 35,00 per onorari, 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 27 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 4 agosto 2010

 

 

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