Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1809 del 20/01/2022

Cassazione civile sez. VI, 20/01/2022, (ud. 14/12/2021, dep. 20/01/2022), n.1809

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28991-2020 proposto da:

G.S., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ATTO

VANNUCCI 12, presso lo STUDIO LEGALE GANGEMI-MIRANDA, rappresentato

e difeso dall’avvocato CESARE SANTORO;

– ricorrente –

contro

P.G., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA

CAVOUR, presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato FRANCESCO ALOISI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 49/2020 della CORTE D’APPELLO di MESSINA,

depositata il 06/04/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 14/12/2021 dal Consigliere Relatore Dott.ssa

BOGHETICH ELENA.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. Con sentenza n. 49 depositata il 6.4.2020, la Corte d’appello di Messina, in riforma della pronuncia di primo grado, ha accolto la domanda proposta, nei confronti di G.S., da P.G. per accertamento del lavoro subordinato (e pagamento delle differenze retributive) svolto, in qualità di addetto alla vendita di frutta e verdura presso un box all’interno del mercato Vascone di Messina, dal gennaio 1996 al luglio 2008;

2. successivamente alla sospensione del procedimento a seguito di ricusazione del collegio da parte del G. (basata su una precedente denuncia-querela presentata dallo stesso nei confronti dei componenti del collegio giudicante), la Corte territoriale, per quel che interessa – “sulla scorta della prova testimoniale complessivamente valutata, anche con riferimento ad una comparazione con le dichiarazioni rese in sede ispettiva e di quanto ammesso dallo stesso convenuto in sede di interrogatorio formale” – ha accertato che le modalità di svolgimento del rapporto di lavoro (consistente nel carico e scarico della merce, sistemazione ai fini dell’esposizione ai clienti, emissione di scontrini fiscali e incasso dell’importo, apertura e chiusura del box), per la sua continuità, l’osservanza di un orario predeterminato, l’assenza di altri lavoratori dipendenti, integravano i tipici indici della subordinazione come enucleati da consolidata giurisprudenza, con particolare riferimento alle attività consistenti in prestazioni elementari; ha, dunque, condannato il G. al pagamento delle differenze retributive e del trattamento di fine rapporto (con esclusione dell’indennità di mancato preavviso, non ritenendo dimostrata l’intimazione di un licenziamento) sulla scorta dei conteggi elaborati dal consulente tecnico d’ufficio.

3. Avverso tale statuizione G.S. ha proposto ricorso per cassazione deducendo sei motivi di censura, illustrati da memoria; il P. resiste con controricorso;

4. veniva depositata proposta ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., ritualmente comunicata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. con il primo motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1362,2094,2697 c.c. e artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, avendo, la Corte territoriale, errato nell’applicazione dei tradizionali indici rivelatori della natura del rapporto intercorso tra le parti, non avendo, il P., fornito alcuna prova di eterodirezione che lo qualificasse lavoratore subordinato; in particolare, la Corte territoriale a) ha accreditato i testi del ricorrente nonostante le loro incongruenze e contraddizioni, b) ha screditato i molti testi del G., c) non ha considerato le contraddizioni del P.;

2. con il secondo motivo si denunzia violazione e falsa applicazione dell’art. 434 c.p.c., mancanza del carattere di specificità, motivazione apparente, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, avendo, la Corte territoriale, ritenuto ammissibile l’atto di appello del P. limitandosi ad enunciazioni di principi generali non legati al caso concreto, nonostante la mancanza di una parte argomentativa che confutasse e contrastasse le argomentazioni del giudice di primo grado e che offrisse una diversa e ragionata soluzione della controversia;

3. con il terzo motivo si denunzia violazione e falsa applicazione dell’art. 111 Cost e dell’art. 132 c.p.c., essendo giunto, il giudice di appello, a

conclusioni prive di sostegno probatorio il cui quadro complessivo risulta, invero, totalmente sbilanciato a favore dell’originario ricorrente, privilegiando le testimonianze raccolte in sede amministrativa rispetto a quelle assunte in giudizio;

4. con il quarto motivo si denunzia violazione dell’art. 112 c.p.c., vizio di omessa pronuncia con difetto assoluto di motivazione, mancato pronunciamento sulla richiesta di mezzi istruttori, ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 5, avendo, la Corte territoriale, pur dato atto delle divergenze delle deposizioni testimoniali, omettendo di pronunciarsi, con applicazione di un favor lavoratoris, sugli ulteriori mezzi istruttori, la cui richiesta venne rinnovata in sede di costituzione in appello, trattandosi di testimoni che avrebbero ben potuto sciogliere qualche dubbio;

5. con il quinto motivo di ricorso si denunzia violazione dell’art. 429 c.p.c., rigetto della richiesta di termine per deposito di note conclusive, carenza di motivazione, ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, avendo, la Corte territoriale, rigettato la richiesta di un termine per il deposito di note conclusive in considerazione della precedente concessione di termine ai fini della valutazione della perizia nominata in giudizio, termine quantomeno opportuno alla luce del fatto che lo stesso procedimento risultava già altamente scompensato per le omissioni che avevano portato alla nomina del c.t.u.;

6. con il sesto motivo di ricorso si denunzia violazione dell’art. 111 Cost. e degli artt. 115 e 116c.p.c., ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, omesso esame di fatti decisivi, carente ed erronea motivazione, error in procedendo, avendo, la Corte territoriale, conferito un incarico al c.t.u. (il cui quesito rappresentava una anticipazione di giudicato) che non considerava i periodi di chiusura dell’attività del G., periodi che emergevano incontrovertibilmente dai documenti contabili, né risulta fondata la ragione esposta dal giudice di merito secondo cui gli scontrini risultavano in parte illeggibili e il registro dei corrispettivi non copriva tutto il periodo;

7. con il settimo (erroneamente numerato come sesto) motivo di ricorso si denunzia violazione dell’art. 97 Cost. in relazione all’art. 51 c.p.c., comma 1, n. 3, e art. 52 c.p.c., vizio del procedimento, compressione del principio di imparzialità, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 posto che, il G. aveva depositato denuncia-querela alla Procura della Repubblica di Reggio Calabria avverso i componenti della Corte territoriale (per omissione di atti di ufficio e anticipazione di giudizio) e istanza di ricusazione, e il giudice della ricusazione aveva erroneamente rigettato il ricorso senza considerare che l’ammissione di c.t.u. è avvenuta in totale assenza di motivazione e l’istanza di revoca non è stata minimamente trattata; inoltre, il giudice avrebbero dovuto astenersi considerata l’intervenuta notitia criminis;

8. il primo, terzo, quarto, quinto, sesto motivo di ricorso, che possono essere trattati congiuntamente in quanto concernono il quadro probatorio ricostruito dalla Corte territoriale, sono in parte inammissibili e, per la parte residua, infondati;

8.1. preliminarmente, tutti i motivi vengono sviluppati sovrapponendo e confondendo questioni che attengono alla ricostruzione dei fatti oggetto di causa, ossia alla qualificazione dei rapporti di lavoro stipulati tra le parti e alle modalità di svolgimento del rapporto di lavoro, e profili giuridici. Sotto tale aspetto le censure appaiono inammissibili, perché l’orientamento secondo cui un singolo motivo può essere articolato in più profili di doglianza, senza che per ciò solo se ne debba affermare l’inammissibilità (Cass. S.U. n. 9100 del 2015), trova applicazione solo qualora la formulazione permetta di cogliere con chiarezza quali censure siano riconducibili alla violazione di legge e quali, invece, all’accertamento dei fatti; nel caso di specie, al contrario, le doglianze operano una commistione fra profili di merito e questioni giuridiche, sicché finiscono per assegnare inammissibilmente al giudice di legittimità il compito di isolare le singole censure teoricamente proponibili, al fine di ricondurle ad uno dei mezzi d’impugnazione consentiti, prima di decidere su di esse (Cass. n. 26790 del 2018, Cass. n. 33399 del 2019);

8.2. inoltre, la censura concernente gli ulteriori testimoni da escutere è prospettata con modalità non conformi al principio di specificità dei motivi di ricorso per cassazione, secondo cui parte ricorrente avrebbe dovuto, quantomeno, trascrivere nel ricorso il contenuto degli specifici capi di prova testimoniale (solo sinteticamente riassunti), e fornire al contempo alla Corte elementi sicuri per consentire l’individuazione e il reperimento dell’atto in cui tali richieste erano contenute, potendosi solo così ritenere assolto il duplice onere, rispettivamente previsto a presidio del suddetto principio dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4;

8.3. la sentenza di appello deve, in ogni caso, considerarsi esente dalla denunciata violazione e falsa applicazione di norme di diritto, posto che la Corte territoriale, nel pervenire alla qualificazione dei rapporti dedotti in giudizio come di natura subordinata, ha fatto applicazione di consolidati principi di diritto;

8.4. secondo il consolidato orientamento di questa Corte, ai fini della qualificazione del rapporto di lavoro come autonomo o subordinato, è censurabile in sede di legittimità soltanto la determinazione dei criteri generali ed astratti da applicare al caso concreto, mentre costituisce apprezzamento di fatto, come tale incensurabile in detta sede, se correttamente motivata, la valutazione delle risultanze processuali che hanno indotto il giudice del merito ad includere il rapporto controverso nell’uno o nell’altro schema contrattuale (cfr, ex plurimis, Cass. n. 9808 del 2011, Cass. n. 9256 del 2009);

8.5. in particolare, in caso di prestazioni elementari e ripetitive (come nella specie, alla stregua degli accertamenti compiuti), il criterio rappresentato dall’assoggettamento del prestatore all’esercizio del potere direttivo, organizzativo e disciplinare può non risultare significativo, occorrendo fare ricorso a criteri distintivi sussidiari, quali la continuità e la durata del rapporto, le modalità di erogazione del compenso, la regolamentazione dell’orario di lavoro, la presenza di una pur minima organizzazione imprenditoriale e la sussistenza di un effettivo potere di autorganizzazione in capo al prestatore, senza che rilevi, di per sé, l’assenza di un potere disciplinare, né quella di un potere direttivo esercitato in modo continuativo (Cass. n. 27076 del 2020; Cass. n. 17384 del 2019, citata dalla sentenza impugnata; Cass. n. 23846 del 2017; Cass. n. 9251 del 2010); è stato altresì affermato che la prestazione di attività lavorativa onerosa all’interno dei locali dell’azienda, con materiali ed attrezzature proprie della stessa e con modalità tipologiche proprie di un lavoratore subordinato, in relazione alle caratteristiche delle mansioni svolte, comporta una presunzione di subordinazione, che è onere del datore di lavoro vincere (Cass. n. 18692/2007);

8.6. nel caso di specie la Corte territoriale ha sviluppato il proprio iter argomentativo senza arrecare alcun vulnus ai criteri generali ed astratti da applicare al caso concreto in tema di qualificazione del rapporto di lavoro: ha osservato che lo stesso G., in sede di interrogatorio formale, aveva confermato la continuità (nell’arco di tutto il periodo gennaio 1996-luglio 2008) del rapporto di lavoro (seppur con impegno orario diverso da quello dedotto dal lavoratore nel ricorso introduttivo del giudizio), ha circoscritto specificamente la prestazione resa (che escludeva l’acquisto della merce dai mercati generali), e – valutando l’attendibilità delle deposizioni testimoniali anche alla luce delle dichiarazioni rese in sede ispettiva – ha ritenuto provata la natura subordinata dell’attività lavorativa svolta dal P. sulla base degli indici della continuità della prestazione, orario di lavoro predeterminato, tipologia (elementare) dei compiti affidati, assenza di altri lavoratori dipendenti, inserimento stabile nell’organizzazione aziendale;

8.7. si tratta di apprezzamento condotto in conformità ai principi elaborati in tema dalla Corte di legittimità ed alla stregua di argomentazioni congrue quanto alla valutazione delle circostanze ritenute in concreto idonee a far rientrare il rapporto controverso nell’uno o nell’altro schema contrattuale; la statuizione non appare, dunque, inficiata dalle formulate censure;

8.8. inammissibili risultano, inoltre, le censure relative alla inattendibilità di alcuni testimoni, posto che tale valutazione afferisce alla veridicità della deposizione che il giudice deve discrezionalrnente valutare alla stregua di elementi di natura oggettiva (la precisione e completezza della dichiarazione, le possibili contraddizioni, ecc.) e di carattere soggettivo (la credibilità della dichiarazione in relazione alle qualità personali, ai rapporti con le parti ed anche all’eventuale interesse ad un determinato esito della lite), con la precisazione che anche uno solo degli elementi di carattere soggettivo, se ritenuto di particolare rilevanza, può essere sufficiente a motivare una valutazione di inattendibilità (Cass. n. 21239 del 2019), ed avendo, la Corte territoriale, diffusamente esposto le ragioni della attendibilità di alcuni testi rispetto ad altri;

8.9. inoltre, la dedotta violazione dell’art. 115 c.p.c. non è ravvisabile nella mera circostanza che il giudice di merito abbia valutato le prove proposte dalle parti attribuendo maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre, ma soltanto nel caso in cui il giudice abbia giudicato sulla base di prove non introdotte dalle parti e disposte di sua iniziativa al di fuori dei casi in cui gli sia riconosciuto un potere officioso di disposizione del mezzo probatorio (Cass., Sez. U, n. 11892 del 016, Cass. Sez.U. n. 20867 del 2020);

8.10. la violazione dell’art. 116 c.p.c. e’, poi, configurabile solo ove si alleghi che il giudice, nel valutare una prova o, comunque, una risultanza probatoria, non abbia operato – in assenza di diversa indicazione normativa – secondo il suo “prudente apprezzamento”, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore oppure il valore che il legislatore attribuisce ad una differente risultanza probatoria (come, ad esempio, valore di prova legale), oppure, qualora la prova sia soggetta ad una specifica regola di valutazione, abbia dichiarato di valutare la stessa secondo il suo prudente apprezzamento, mentre, ove si deduca che il giudice ha solamente male esercitato il proprio prudente apprezzamento della prova, la censura è ammissibile, ai sensi del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, solo nei rigorosi limiti in cui esso ancora consente il sindacato di legittimità sui vizi di motivazione (cfr. Cass. Sez.U. n. 11892 del 2016, Cass. Sez.U. n. 20867 del 2020, nonché, ex plurimis, Cass. n. 13960 del 2014);

9. il secondo motivo di ricorso è inammissibile;

9.1. la censura è prospettata con modalità non conformi al principio di specificità dei motivi di ricorso per cassazione, secondo cui parte ricorrente avrebbe dovuto, quantomeno, trascrivere nel ricorso il contenuto dell’atto di appello del P., fornendo al contempo alla Corte elementi sicuri per consentirne l’individuazione e il reperimento negli atti processuali, potendosi solo così ritenere assolto il duplice onere, rispettivamente previsto a presidio del suddetto principio dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4;

9.2. in ogni caso, la Corte territoriale rilevando che il P. “contrapponendo alle considerazioni del primo giudice un’opposta lettura, suffragata da passaggi argomentativi specifici, dell’intero quadro probatorio, siccome emergente da tutti gli atti e documenti di causa nonché dagli elementi di prova, e contrastando l’interpretazione contraddittoria offerta al caso di specie, da parte del primo giudice, degli orientamenti giurisprudenziali volti ad identificare gli elementi tipici della subordinazione, espone una diversa ricostruzione, sia in punto di fatto, che di diritto, della fattispecie, prendendo posizione sulle risultanze istruttorie ed offrendo una diversa e ragionata soluzione della controversia rispetto a quella adottata dal primo giudice – si è conformata all’orientamento consolidato di questa Corte (richiamato dalla stessa Corte territoriale) secondo cui gli artt. 342 e 434 c.p.c., nel testo formulato dal D.L. n. 83 del 2012, (convertito con modif. dalla L. n. 134 del 2012), vanno interpretati nel senso che l’impugnazione deve contenere, a pena di inammissibilità, una chiara individuazione delle questioni e dei punti contestati della sentenza impugnata e, con essi, delle relative doglianze, affiancando alla parte volitiva una parte argomentativa che confuti e contrasti le ragioni addotte dal primo giudice, senza che occorra l’utilizzo di particolari forme sacramentali o la redazione di un progetto alternativo di decisione da contrapporre a quella di primo grado, ovvero la trascrizione totale o parziale della sentenza appellata, tenuto conto della permanente natura di “revisioprioris instantiae” del giudizio di appello, il quale mantiene la sua diversità rispetto alle impugnazioni a critica vincolata (cfr. da ultimo Cass. n. 13535 del 2018);

10. il settimo motivo è manifestamente infondato;

10.1. posto che la non impugnabilità “ex se” dell’ordinanza di rigetto dell’istanza di ricusazione non esclude che il suo contenuto sia suscettibile di essere riesaminato nel corso dello stesso processo attraverso il controllo sulla pronuncia resa dal (o col concorso del) “iudex suspectus” e che l’eventuale vizio causato dalla incompatibilità del giudice invano ricusato si converte in motivo di nullità dell’attività spiegata dal giudice stesso (e quindi di gravame della sentenza da lui emessa), va rilevato che lo stesso ricorrente – riportando il quesito formulato al consulente tecnico d’ufficio, pag. 10 del ricorso – esplicita la motivazione che ha indotto la Corte territoriale alla nomina dell’ausiliario (potere sottratto alla disponibilità delle parti e affidato al prudente apprezzamento del giudice di merito, cfr. ex multis Cass. n. 326 del 2020, Cass. n. 9461 del 2010), nomina richiesta dalla necessità di elaborare le differenze retributive e il trattamento di fine rapporto, con esclusivo riferimento a paga base e contingenza e con decurtazione delle somme già percepite;

10.2. inoltre, deve escludersi la configurabilità, nel caso in esame, della fattispecie di cui all’art. 51 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione alla denuncia-querela presentata dal G. nei confronti dei componenti della Corte territoriale, e motivata dalle medesime ragioni poste a fondamento dell’istanza di ricusazione; infatti, come ripetutamente affermato da questa Corte, la “grave inimicizia” del giudice nei confronti della parte non può, in linea di principio, originare dall’attività giurisdizionale del magistrato (se non in presenza di situazioni, eccezionali e patologiche, di violazione grossolana e macroscopica di principi giuridici, indicativa di un esercizio della giurisdizione volto al perseguimento dello scopo di danneggiare la parte per ragioni di ostilità), ma si riferisce a rapporti estranei al processo, in particolare alla presenza di ragioni di rancore o di avversione pregiudicanti l’imparzialità del giudice (cfr. Cass. Sez. Un., 8/10/2001, n. 12345; Cass., n. 3161 del 2016; Cass. n. 24934 del 2014); che la predetta inimicizia dev’essere inoltre reciproca, e non può essere quindi originata dalla mera presentazione di una denuncia o di un esposto, o comunque di un atto di impulso idoneo a dare inizio ad un procedimento giudiziale (cfr. Cass. n. 27923 del 2018; Cass. n. 7683 del 2005);

11. in conclusione, il ricorso va rigettato, nulla sulle spese in assenza della costituzione della controparte;

12. sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (legge di stabilità 2013).

PQM

La Corte rigetta il ricorso, e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità pari a Euro 200,00 per esborsi e a Euro 4.000,00 per competenze professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta Sezione civile della Corte di cassazione, il 14 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 20 gennaio 2022

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA