Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18084 del 14/09/2016


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Cassazione civile sez. I, 14/09/2016, (ud. 04/05/2016, dep. 14/09/2016), n.18084

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERNABAI Renato – Presidente –

Dott. DIDONE Antonio – Consigliere –

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Consigliere –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – rel. Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 19011/2013 proposto da:

C.F., (c.f. (OMISSIS)), in proprio e nella qualità di

amministratore unico e legale rappresentante della CAFFE’ LUNIK

S.R.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PAOLO EMILIO 34,

presso l’avvocato QUIRINO D’ANGELO, rappresentato e difeso dagli

avvocati OSVALDO PROSPERI, CARLO MONTANINO, giusta procura in calce

al ricorso;

– ricorrente –

contro

M.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEL

TRITONE 169, presso l’avvocato RENATA SULLI, rappresentata e difesa

dall’avvocato ROBERTA NARDINOCCHI, giusta procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

contro

BANCA POPOLARE DELL’ADRIATICO S.P.A.;

– intimata –

nonchè da:

BANCA DELL’ADRIATICO S.P.A., ex BANCA POPOLARE DELL’ADRIATICO, in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, LARGO DI TORRE ARGENTINA 11, presso l’avvocato

DARIO MARTELLA, che la rappresenta e difende unitamente agli

avvocati FERNANDO DI BENEDETTO, MARCO DI BENEDETTO, giusta procura

speciale per Notaio Dott. CARLO BOGGIO di TORINO – Rep. n. 117538

del 4.10.2013;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

C.F., M.A.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 833/2012 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 09/06/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/05/2016 dal Consigliere Dott. ANDREA SCALDAFERRI;

udito, per il ricorrente, l’Avvocato OSVALDO PROSPERI che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso principale;

udito, per la controricorrente M., l’Avvocato GIOVANNI DI

BARTOLOMEO, con delega, che ha chiesto il rigetto;

udito, per la controricorrente e ricorrente incidentale BANCA,

l’Avvocato DARIO MARTELLA che ha chiesto l’accoglimento del proprio

ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ZENO Immacolata, che ha concluso per raccoglimento dei motivi primo

e terzo con l’assorbimento del secondo del ricorso principale;

inammissibilità del ricorso incidentale o in subordine

accoglimento.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza resa pubblica il 9 giugno 2012, la Corte d’appello di L’Aquila, in riforma della sentenza di primo grado resa dal Tribunale di Pescara, ha accolto l’impugnativa proposta da M.A.M., socia di minoranza della Caffè Lunik s.r.l., avverso la Delib. di approvazione del bilancio dell’esercizio 2000 e di parziale distribuzione degli utili, assunta dalla assemblea della società in data 11 maggio 2001. La corte distrettuale ha ritenuto provato che il titolare della maggioranza del capitale sociale, C.F., coniuge separato della M. in forte conflitto con la medesima, animato dal solo scopo extrasociale di impedirle di percepire gli utili consistenti maturati nell’esercizio (al fine ultimo di indurla a cedergli la sua quota sociale), ha, al fine di porre il suo voto favorevole alla distribuzione solo parziale degli utili al riparo dalla eccezione di abusività (in quanto determinante per la approvazione di una Delib. diretta a soddisfare interessi estranei alla società), attribuito ad un terzo, la Banca Popolare dell’Adriatico s.r.l. (B.P.A.), la legittimazione al voto ex art. 2352 c.c., concludendo con essa un contratto di apertura di credito in conto corrente e di costituzione di pegno sulla quota sociale del 55% di propria pertinenza, contratto che la corte ha accertato come affetto da nullità per simulazione assoluta con conseguente carenza di legittimazione della B.P.A. al voto ed annullamento, a norma dell’art. 2377 c.c., della Delib. approvata con il voto determinante di tale soggetto non legittimato. A tali conclusioni la corte distrettuale è pervenuta sulla base di un complesso di elementi indiziari, quali in sintesi: a) l’aspro conflitto tra i coniugi, sia sul piano personale – con sentenza civile di separazione personale con addebito al marito e sentenza penale di condanna del medesimo per fatti commessi nel periodo tra il 1996 ed il 2002, sia su quello societario; b) l’omessa indicazione da parte del C. circa le ragioni del ricorso ad una apertura di credito garantita da pegno della durata di un anno – scadente solo quattro giorni dopo la Delib. in questione – nonostante la incontroversa disponibilità di una forte liquidità personale; c)l’incongruità, rispetto all’id quod plerumque accidit, della condotta della banca nell’utilizzare il voto di maggioranza del quale disponeva in assemblea per approvare la scelta di una distribuzione assai esigua degli utili in luogo della distribuzione integrale che le avrebbe consentito di rientrare immediatamente di parte cospicua del suo credito garantito da pegno per Lire 1,5 miliardi: una condotta che secondo la corte distrettuale trova maggiore spiegazione nell’assenza di posizioni debitorie del C. conseguenti o dipendenti dall’apertura di credito – con conseguente mancanza di rischio economico per la banca, verosimilmente Indotta in tale contesto a favorire un buon cliente, in coerenza del resto con la mancanza di ogni indicazione, da parte del predetto o della BPA, circa la effettiva utilizzazione di quell’apertura di credito; d) l’interesse del C. ad attribuire formalmente ad un terzo l’espressione in assemblea del suo voto determinante, neutralizzando così il valore abusivo della Delib. derivante dalle finalità extrasociali da lui perseguite.

Avverso tale sentenza C.F., in proprio e quale legale rappresentante della Caffè Lunik s.r.l., ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi, illustrati anche da memoria, cui resiste con controricorso M.A.. La Banca dell’Adriatico (già Banca Popolare dell’Adriatico) s.p.a. ha spedito per la notifica il 18.10.2013 atto denominato ricorso incidentale, illustrato anche da memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo del ricorso principale, il ricorrente lamenta che la corte d’appello, dichiarando la nullità per simulazione assoluta del finanziamento bancario e del pegno, e quindi la mancanza di legittimazione di BPA al voto, nonostante la mancanza nell’atto di appello di specifica doglianza da parte della M. avverso la contraria statuizione del tribunale sul punto, avrebbe violato il principio di specificità dei motivi di appello (art. 342 c.p.c.) ed eluso il giudicato interno ormai formatosi sul punto (art. 324 c.p.c.), pervenendo così ad una sentenza nulla su una domanda mai proposta dalla M. (art. 112 c.p.c.), nè in primo grado nè in appello.

1.1. Tali doglianze sono prive di fondamento. In primo luogo, la corte di merito non ha dichiarato la nullità del contratto di apertura di credito e di costituzione di pegno: ha piuttosto effettuato sul punto un accertamento incidentale, come si evince chiaramente sia dalla espressa indicazione in tal senso contenuta in motivazione (pag. 5) e dalla complessiva esposizione delle ragioni della decisione, sia dal tenore testuale del dispositivo (“previo accertamento della nullità del contratto..per simulazione assoluta tra le parti apparentemente contraenti, annulla la Delib. impugnata”). E, del resto, già il Tribunale di Pescara aveva ritenuto che il motivo di impugnazione del deliberato assembleare relativo alla carenza di legittimazione di BPA a partecipare all’assemblea fosse basato sul necessario ma implicito presupposto della nullità per simulazione dell’atto costitutivo del pegno di quota sociale in forza del quale BPA aveva partecipato all’assemblea ed espresso il proprio voto; ed aveva quindi ritenuto di dover procedere ad un accertamento su tale questione concernente la simulazione, questione per l’appunto strettamente connessa con la domanda di annullamento basata sulla partecipazione al voto di un soggetto non legittimato, oltre che con il più generale tema (anch’esso evocato dalla parte attrice, in primo grado e in appello) dell’abuso del potere di socio di maggioranza posto in essere nell’occasione dal C..

Esclusa dunque, per tali ragioni, la pronuncia “extra petita”, deve anche rilevarsi come la sentenza della corte d’appello non meriti l’ulteriore censura di aver violato i limiti della cognizione ad essa rimessa dalla M. con l’atto di gravame. Infatti la corte, esaminando il motivo specificamente relativo alla pronuncia del tribunale di rigetto della domanda di annullamento per carenza di legittimazione della BPA – pronuncia motivata dalla mancanza di prova di un accordo simulatorio intercorso tra quest’ultima ed il C. – ha condivisibilmente ritenuto idonee alla riproposizione della questione di simulazione le considerazioni dell’appellante relative al complesso degli indizi dai quali desumere che la costituzione in pegno della quota sociale del 55% altro non fosse che uno stratagemma del C. per far risultare formalmente proveniente da un terzo un voto risalente in realtà alla sua volontà. Il che esclude anche che, su tale questione di simulazione, si fosse formato un giudicato interno.

2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta che la corte di merito abbia, in violazione degli artt. 2727 e 2729 c.c., ritenuto provata la simulazione sulla base di elementi di fatto che appaiono privi dei requisiti di gravità, precisione e concordanza.

Il motivo è inammissibile in quanto spetta al giudice del merito apprezzare l’efficacia sintomatica dei singoli fatti noti, che devono essere valutati non solo analiticamente, ma anche nella loro globalità all’esito di un giudizio di sintesi, che non è censurabile in sede di legittimità se sorretto da adeguata e corretta motivazione sotto il profilo logico e giuridico (cfr. ex multis: Cass. n. 28224/08; n. 22801/14). Nella specie, la corte distrettuale non ha mancato di indicare puntualmente gli elementi di fatto noti (cfr. sopra) e le ragioni che, all’esito di una disamina complessiva di tali elementi, l’hanno condotta a ritenere adeguatamente provata la mera apparenza della operazione creditizia in questione: tali valutazioni non possono, in questa sede di legittimità, essere oggetto di un riesame nel merito (in ciò risolvendosi la generica critica contenuta nella illustrazione del motivo), neppure sotto il profilo – peraltro non evocato dal ricorrente – del vizio di motivazione.

3. Infine con il terzo motivo del ricorso principale il ricorrente lamenta che la corte distrettuale avrebbe dovuto, nell’accertare l’abuso di potere del socio di maggioranza, immediatamente rilevare l’assenza di “sintomi” di illiceità – cioè di indizi circa la lesione dell’equilibrio contrattuale di buona fede tra i vari interessi sociali – trattandosi di deliberazione adottata a norma di legge e statuto sociale, che avrebbe seguito una prassi consolidata e precedentemente condivisa anche dalla minoranza ed avrebbe arrecato palese ed indubbio vantaggio per la società. Deduce quindi che, omettendo di considerare tali elementi, la sentenza sarebbe incorsa nella violazione degli artt. 1175, 1375 e 2697 c.c., nonchè nel vizio di motivazione.

Anche tali doglianze sono inammissibili, quanto alla dedotta violazione di norme di diritto, perchè non colgono la ratio decidendi in diritto della sentenza impugnata, che come detto consiste nell’accertamento del vizio della Delib. impugnata costituito dalla carenza di legittimazione al voto della BPA, per la nullità del contratto di pegno della quota sociale di maggioranza dal quale derivava tale legittimazione: all’abuso di potere del socio di maggioranza la sentenza impugnata ha fatto invero riferimento solo come elemento fattuale di riscontro della simulazione del suddetto contratto. Quanto poi alla generica critica nei riguardi della motivazione, essa si risolve, anche qui, in una richiesta di riesame nel merito delle valutazioni espresse dalla corte distrettuale, riesame evidentemente estraneo alla verifica di legittimità riservata a questa Corte.

4. Quanto al ricorso incidentale della Banca dell’Adriatico, con il quale la medesima, in sostanza, si duole dell’accertamento della nullità per simulazione del contratto di apertura di credito e costituzione di pegno da essa concluso con il C., se ne rileva l’inammissibilità, non solo perchè il contenuto dell’atto stesso non risulta conforme alle prescrizioni dettate dall’art. 366 c.p.c., valevoli anche per il controricorso a norma dell’art. 370 c.p.c., ma anche e soprattutto per il difetto di interesse della Banca dell’Adriatico a impugnare un accertamento svolto in via incidentale, come tale non suscettibile di giudicato e, quindi, inidoneo a vincolarla e a lederne il diritto di difesa (cfr. ex multis: Cass. n. 16681/15; n. 17643/09).

5. In conclusione, si impone il rigetto del ricorso principale e la declaratoria di inammissibilità dell’incidentale.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso principale e dichiara inammissibile l’incidentale; condanna in solido C.F., la Caffè Lunik s.r.l. e la Banca dell’Adriatico s.p.a. al rimborso in favore di M.A. delle spese di questo giudizio di cassazione, in Euro 7.200,00 (di cui Euro 200,00 per esborsi) oltre spese generali forfetarie e accessori di legge.

Dà inoltre atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente principale e della ricorrente incidentale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 4 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 14 settembre 2016

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