Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18066 del 31/08/2020

Cassazione civile sez. VI, 31/08/2020, (ud. 16/06/2020, dep. 31/08/2020), n.18066

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. DE STEFANO Franco – rel. Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 17329/2019 R.G. proposto da:

G.G., domiciliata, in difetto di elezione di

domicilio in ROMA, per legge ivi in PIAZZA CAVOUR, presso la CORTE

DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dagli avvocati LORUSSO

CRISTINA, GUALTIERI ROBERTA;

– ricorrente –

contro

BANCO BPM SPA già BANCO POPOLARE SOC. COOP., in persona del

Procuratore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

COSSERIA 5, presso lo studio dell’avvocato T.L., che la

rappresenta e difende in uno all’avvocato CREMASCHI STEFANO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 536/2019 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 26/03/2019;

udita la relazione svolta nella camera di consiglio non partecipata

del 16/06/2020 dal relatore Dott. DE STEFANO Franco.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

G.G. ricorre, affidandosi ad atto articolato su almeno due motivi e notificato il 27/05/2019, per la cassazione della sentenza del 26/03/2019 della Corte di appello di Brescia ed addotta come notificata a mezzo pec in data 01/04/2019, di rigetto del suo appello avverso il rigetto della sua opposizione al precetto notificatole – secondo i principi di Cass. 6575/13 – dal Banco Popolare soc. coop., in funzione di un futuro pignoramento dell’immobile in prospettata comproprietà per comunione legale col coniuge dell’opponente, P.M., in forza di decreto ingiuntivo conseguito nei confronti esclusivamente di questi;

resiste con controricorso l’intimata, nelle more divenuta Banco BPM spa;

è stata formulata proposta di definizione in camera di consiglio ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., comma 1, come modificato dal D.L. 31 agosto 2016, n. 168, art. 1-bis, comma 1, lett. e), conv. con modif. dalla L. 25 ottobre 2016, n. 197;

entrambe le parti depositano memoria ai sensi del medesimo art. 380-bis, comma 2, u.p..

Diritto

CONSIDERATO

Che:

la ricorrente formula i seguenti motivi:

– un primo, discorsivamente incentrato, a quanto è dato capire, sulla falsa applicazione dell’art. 191 c.c. in combinato disposto con la L. n. 55 del 2015, art. 2, per non avere la corte territoriale rilevato che già nel corso del giudizio di primo grado la ricorrente aveva depositato il verbale di separazione, il decreto di omologa e la sentenza di divorzio, instando poi per la rimessione in termini per depositare l’atto integrale di matrimonio, del resto in difetto di oneri particolari di pubblicità per rendere opponibili ai terzi i mutamenti del regime patrimoniale tra i coniugi e, tra quelli, lo scioglimento della comunione legale;

– un secondo, intitolato violazione di norme di diritto, ma senza indicazione in rubrica di quelle che ne sarebbero state oggetto, plausibilmente incentrato sulla violazione, da parte del precettante, di un onere di verifica sullo stato civile del precettando;

– in un paragrafo numerato “3)”, doglianza con la quale si deduce genericamente che “il Banco Popolare s.c. ha errato l’iter procedimentale”, per mancanza di legittimazione passiva e di idoneità soggettiva a fondare l’esecuzione contro essa ricorrente;

i motivi sono inammissibili, neppure potendo – per giurisprudenza consolidata – alcuna lacuna del ricorso essere colmata con un atto successivo (v. per tutte, a con erma di una giurisprudenza a dir poco consolidata, Cass. Sez. U. ord. 09/03/2020, n. 6691);

essi sono privi, innanzitutto, di qualunque rubrica atta ad inquadrarli in una o in altra delle fattispecie descritte dall’art. 360 c.p.c. e talvolta perfino della stessa individuazione della norma di cui si lamenta la difettosa applicazione;

ancora, essi si risolvono in un indistinto coacervo di elementi di fatto e vaghe menzioni di normative, spesso neppure in modo adeguato individuate, prive di adeguato supporto argomentativo sull’erroneità della loro applicazione e sull’individuazione dell’interpretazione invece corretta, tali da rendere impossibile a questa Corte, a meno di una invece non consentita interpolazione ed integrazione dell’atto di parte, la stessa individuazione della censura mossa alla gravata sentenza (Cass. 04/03/2005, n. 4741; Cass. 03/07/2008, n. 18202; Cass. 19/08/2009, n. 18421; Cass. 20/09/2013, n. 21611; Cass. 06/03/2014, n. 5277; Cass. ord. 24/03/2017, n. 7701; Cass. ord. 25/07/17, n. 18331);

ma, soprattutto, nessuno dei motivi, nella loro così inadeguata formulazione in ricorso e non rilevando alcuna – peraltro neppure idonea – ulteriore puntualizzazione in memoria, si confronta, così censurandola e tanto meno adeguatamente, con la duplice ratio decidendi della corte territoriale;

questa ha, ai fini della conoscibilità della cessazione della comunione legale tra i coniugi in dipendenza dell’intervenuto divorzio ed al riguardo rilevando almeno la trascrizione nei registri anagrafici dei provvedimenti relativi (omologa della separazione e successivo scioglimento del matrimonio):

a) escluso la sufficienza dei documenti tempestivamente prodotti ed al contempo l’ammissibilità della documentazione prodotta solo con la comparsa conclusionale in primo grado (v. pag. 20 della qui gravata sentenza);

b) rilevato che tale ratio decidendi del giudice di primo grado non era stata resa oggetto di specifica censura: neppure bastando, secondo quanto dedotto dalla ricorrente ed oltretutto solo in memoria alla sua pag. 5, a tal fine che nell’atto di appello si fosse insistito sulle argomentazioni di primo grado ed anzi richiamati tutti i relativi atti, poichè, dinanzi ad una reiezione esplicita di un’istanza di produzione o a maggior ragione di rimessione in termini, in appello sarebbero stati necessari specifici motivi di contestazione di tali provvedimenti e non sufficienti le riproposizioni di ciò che era stato disatteso;

c) così correttamente concluso nel senso che dovevano aversi per ferme sia la tardività di quella produzione, sia la non configurabilità di un’ipotesi di rimessione in termini (primo paragrafo di pag. 21), sia l’impossibilità di sopperire a tanto con un ordine di esibizione o con richiesta di informazioni, per la mancata ottemperanza all’onere della prova in capo alla parte gravatane, individuata nell’opponente (v. secondo paragrafo di pag. 21);

il ricorso va quindi dichiarato inammissibile e la soccombente ricorrente condannata al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità;

va infine dato atto – mancando ogni discrezionalità al riguardo (tra le prime: Cass. 14/03/2014, n. 5955; tra moltissime altre: Cass. Sez. U. 27/11/2015, n. 24245) – della sussistenza dei presupposti processuali (a tanto limitandosi la declaratoria di questa Corte: Cass. Sez. U. 20/02/2020, n. 4315) per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, in tema di contributo unificato eventualmente dovuto per i gradi o i giudizi di impugnazione e per il caso di reiezione integrale, in rito o nel merito.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 16 giugno 2020.

Depositato in Cancelleria il 31 agosto 2020

 

 

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