Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18065 del 05/07/2019

Cassazione civile sez. III, 05/07/2019, (ud. 29/04/2019, dep. 05/07/2019), n.18065

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13729-2017 proposto da:

SVAC SRL, Società per la valorizzazione dell’Altopiano di Careggine,

in persona del legale rappresentante Ing. F.D.,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA BOEZIO 2 INT. 3, presso lo

studio dell’avvocato MASSIMO LUCONI, rappresentata e difesa

dall’avvocato UMBERTO GIANNINI;

– ricorrente –

contro

C.T., C.E., elettivamente domiciliati in

ROMA, CORSO VITTORIO EMANUELE II, 18, presso lo studio dell’avvocato

E ASSOCIATI SRL STUDIO GREZ, rappresentati e difesi dall’avvocato

ALESSANDRA BENVENUTI;

– controricorrente –

e contro

UNIPOL SAI ASSNI SPA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1948/2016 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 22/11/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

29/04/2019 dal Consigliere Dott. MARCO DELL’UTRI.

Fatto

RILEVATO

che, con sentenza resa in data 22/11/2016, la Corte d’appello di Firenze ha confermato la decisione con la quale il giudice di primo grado, in accoglimento della domanda proposta da C.T., in proprio e nella qualità di genitore della minore C.E., ha condannato la S.V.A.C. s.r.l. al risarcimento, in favore degli attori, dei danni dagli stessi subiti a seguito del decesso di M.B., moglie e madre degli attori, avvenuto a seguito di una caduta presso gli impianti sciistici gestiti dalla società convenuta;

che, a fondamento della decisione assunta, la corte territoriale ha evidenziato la riconducibilità del decesso della Mucollari alla responsabilità della società di gestione dell’impianto sciistico, tenuto conto che la caduta della vittima (avvenuta mentre risaliva con l’impianto di ski-lift, per poi rovinare verso valle, in un bosco, urtando il capo contro dei tronchi d’albero ivi presenti) non era stata adeguatamente cautelata dalla S.V.A.C. s.r.l., avendo quest’ultima, tra i restanti accorgimenti, trascurato di installare le necessarie protezioni, anche provvisorie, ai lati della pista, in modo da impedire che gli sciatori potessero venire a contatto con fonti di pericolo (come i tronchi d’albero tagliati e di rilevanti dimensioni lasciati nelle vicinanze) a seguito di cadute, anche apparentemente non pericolose, come quella oggetto di lite;

che, avverso la sentenza d’appello, la S.V.A.C. s.r.l. propone ricorso per cassazione sulla base di due motivi d’impugnazione, illustrati da successiva memoria;

che C.T., in proprio e nella qualità spiegata, resiste con controricorso;

che la Unipolsai s.p.a., originariamente chiamata in giudizio a fini di manleva, non ha svolto difese in questa sede.

Diritto

CONSIDERATO

che, con il primo motivo, la società ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 115 c.p.c. e dell’art. 2700 c.p.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4), per avere la corte territoriale erroneamente ricostruito la scansione dei fatti decisivi ai fini del giudizio, con particolare riguardo all’erronea affermazione (asseritamente fondata sulla base della documentazione fotografica prodotta) dell’inesistenza di neve a bordo della pista dello ski-lift (con la conseguente impossibilità di accreditare l’ipotesi di uno scivolamento della vittima al di fuori della pista custodita dalla società convenuta), in contrasto con il materiale fotografico realizzato il giorno stesso dell’incidente, nonchè con il contenuto del verbale redatto dai carabinieri intervenuti sul luogo del fatto, in tal modo pervenendo all’assunzione, come decisiva, di una circostanza di fatto (quale l’inesistenza di neve ai lati della pista dello ski-lift) palesemente contraddetta dagli altri elementi istruttori richiamati in ricorso, non adeguatamente esaminati dal giudice d’appello;

che, con il secondo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 115 c.p.c. e art. 132 c.p.c., n. 4 (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4), per avere la corte territoriale omesso di indicare le specifiche fonti di prova testimoniale poste a fondamento del ragionamento probatorio articolato in sentenza, attesa l’oggettiva contraddittorietà dell’intero materiale testimoniale complessivamente acquisito (con particolare riguardo all’occorrenza del punto esatto di caduta a valle della vittima), con la conseguente impossibilità di individuare, con caratteri di certezza e inequivocità, le fonti probatorie sulle quali il giudice d’appello avrebbe fondato il proprio convincimento;

che entrambi i motivi – congiuntamente esaminabili in ragione dell’intima connessione delle questioni dedotte – sono inammissibili;

che, preliminarmente, varrà considerare la mancata censura, da parte della S.V.A.C. s.r.l., dell’autonoma ratio decidendi indicata nella motivazione della sentenza impugnata (e fondata su circostanze di fatto rimaste del tutto incontroverse), secondo cui la relativa responsabilità discese dall’avere la stessa totalmente trascurato, colpevolmente, di dotare i lati della pista dello ski-lift di qualsivoglia installazione di protezione, anche provvisoria, idonea a impedire che gli sciatori potessero venire a contatto con fonti di pericolo (come i tronchi d’albero tagliati e di rilevanti dimensioni lasciati nelle vicinanze) a seguito di cadute, anche apparentemente non pericolose, come quella in cui incorse la M. (cfr. pag. 5 della sentenza d’appello);

che la mancata censura di tale specifica ratio decidendi (in cui la corte territoriale ha ravvisato l’espressione del comportamento negligente della società custode dell’impianto sciistico correlato al nesso causalmente rilevante in relazione al sinistro dedotto in giudizio), vale a escludere alcun rilievo delle restanti censure articolate in questa sede;

che, al riguardo, è appena il caso di richiamare il principio, consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, ai sensi del quale, il motivo d’impugnazione è rappresentato dall’enunciazione, secondo lo schema normativo con cui il mezzo è regolato dal legislatore, delle ragioni per le quali, secondo chi esercita il diritto d’impugnazione, la decisione è erronea, con la conseguenza che, siccome per denunciare un errore occorre identificarlo (e, quindi, fornirne la rappresentazione), l’esercizio del diritto d’impugnazione di una decisione giudiziale può considerarsi avvenuto in modo idoneo soltanto qualora i motivi con i quali è esplicato si concretino in una critica della decisione impugnata e, quindi, nell’esplicita e specifica indicazione delle ragioni per cui essa è errata, le quali, per essere enunciate come tali, debbono concretamente considerare le ragioni che la sorreggono e da esse non possono prescindere, dovendosi, dunque, il motivo che non rispetti tale requisito, considerarsi nullo per inidoneità al raggiungimento dello scopo. In riferimento al ricorso per Cassazione tale nullità, risolvendosi nella proposizione di un “non motivo”, è espressamente sanzionata con l’inammissibilità ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 4 (Sez. 3, Sentenza n. 359 del 11/01/2005, Rv. 579564 01);

che, peraltro – fermo l’ulteriore assorbente rilievo costituito dall’inammissibilità delle censure in esame in ragione del carente adempimento degli oneri di completa e puntuale allegazione imposti dall’art. 366 c.p.c., n. 6 e art. 369 c.p.c., n. 4 (con particolare riguardo alle fonti di prova fotografica e documentale pretesamente trascurate dal giudice d’appello) – varrà considerare come entrambi i motivi di ricorso proposti risultino in ogni caso inamissibilmente diretti a sollecitare la corte di legittimità a un riesame nel merito degli elementi di prova acquisiti, non avendo la ricorrente in nessun modo dedotto l’eventuale ricorso di errori di carattere revocatorio (in ipotesi consistiti nella presunta affermazione di fatti incontrovertibilmente esclusi dagli elementi di prova acquisiti, o viceversa), così limitandosi a censurare il modo con il quale il quale il giudice d’appello avrebbe valutato le fonti di prova complessivamente acquisite, senza che la ricorrente abbia mai argomentato il preteso carattere risolutamente decisivo delle alternative letture prospettabili o dei fatti pretesamente trascurati dal giudice a quo;

che, sotto altro profilo, la stessa asserita violazione dell’art. 2700 c.c. appare del tutto inammissibilmente prospettata dalla società ricorrente, non avendo quest’ultima in alcun caso dedotto, con riguardo alla verbalizzazione dello stato dei luoghi da parte dei carabinieri, l’eventuale affermazione di fatti che il pubblico ufficiale avrebbe attestato come avvenuti in sua presenza o da lui compiuti;

che, infine, palesemente inconsistente deve ritenersi la censura riferita alla pretesa violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, avendo la corte territoriale dettato in modo espresso una motivazione idonea a integrarne gli estremi imposti dal c.d. minimo costituzionale, individuando in modo logicamente congruo le fonti di prova del proprio convincimento ed elaborando in forme sufficientemente coerenti e lineari la scansione argomentativa posta a giustificazione della decisione assunta;

che, sulla base delle argomentazioni che precedono, dev’essere dichiarata l’inammissibilità del ricorso, con la conseguente condanna della società ricorrente al rimborso, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, secondo la liquidazione di cui al dispositivo, oltre all’attestazione della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al rimborso, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 12.000,00, oltre alle spese forfet-tarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, e agli accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 29 aprile 2019.

Depositato in Cancelleria il 5 luglio 2019

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