Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18062 del 02/09/2011

Cassazione civile sez. III, 02/09/2011, (ud. 07/07/2011, dep. 02/09/2011), n.18062

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FINOCCHIARO Mario – Presidente –

Dott. MASSERA Maurizio – Consigliere –

Dott. SEGRETO Antonio – Consigliere –

Dott. VIVALDI Roberta – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

G.S. (OMISSIS), elettivamente domiciliato

in ROMA, VIALE BRUNO BUOZZI 59, presso lo studio dell’avvocato

GIORGIO STEFANO, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato

GUARDUCCI GIANNETTO, giusta delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

ROSETEX SRL in persona del legale rappresentante pro tempore ed

inoltre B.E. (anche in proprio), B.M.,

B.M.C., B.M.G. queste ultime in

qualità di eredi di B.R., tutte elettivamente

domiciliate in ROMA, VIA CAVOUR 211, presso lo studio dell’avvocato

CAPECCI FRANCESCO, che le rappresenta e difende unitamente

all’avvocato CAVALIERE MAURIZIO, giusta procura in calce al

controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1863/2008 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE del

14.11.08, depositata il 29/12/2008;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

07/07/2011 dal Consigliere Relatore Dott. MAURIZIO MASSERA;

udito per il ricorrente l’Avvocato Giannetto Guarducci che si riporta

agli scritti, insistendo per l’accoglimento del ricorso;

E’ presente il Procuratore Generale in persona del Dott. MASSIMO

FEDELI che nulla osserva rispetto alla relazione scritta.

Fatto

FATTO E DIRITTO

E’ stata depositata la seguente relazione:

1 – Con ricorso notificato il 12 febbraio 2010 G.S. ha chiesto la cassazione della sentenza, non notificata, depositata in data 29 dicembre 2008 dalla Corte d’Appello di Firenze che, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Prato, aveva rideterminato il quantum ancora dovutogli.

Rosetex S.r.l., B.E., B.M., B.M. C., B.M.G. hanno resistito con controricorso.

2 – Il ricorso prende in considerazione documenti nei cui confronti non è stato rispettato il disposto dell’art. 366 c.p.c., n. 6.

Infatti è orientamento costante (confronta, tra le altre, le recenti Cass. Sez. Un. n. 28547 del 2008; Cass. Sez. 3^ n. 22302 del 2008) che, in tema di ricorso per cassazione, a seguito della riforma ad opera del D.Lgs. n. 40 del 2006, il novellato art. 366 c.p.c., comma 6, oltre a richiedere la “specifica” indicazione degli atti e documenti posti a fondamento del ricorso, esige che sia specificato in quale sede processuale il documento, pur individuato in ricorso, risulti prodotto. Tale specifica indicazione, quando riguardi un documento prodotto in giudizio, postula che si individui dove sia stato prodotto nelle fasi di merito, e, in ragione dell’art. 369 c.p.c., comma 6, n. 4, anche che esso sia prodotto in sede di legittimità. In altri termini, il ricorrente per cassazione, ove intenda dolersi dell’omessa o erronea valutazione di un documento da parte del giudice di merito, ha il duplice onere – imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, – di produrlo agli atti e di indicarne il contenuto. Il primo onere va adempiuto indicando esattamente nel ricorso in quale fase processuale e in quale fascicolo di parte si trovi il documento in questione; il secondo deve essere adempiuto trascrivendo o riassumendo nel ricorso il contenuto del documento. La violazione anche di uno soltanto di tali oneri rende il ricorso inammissibile.

3. – Sotto diverso profilo, la formulazione dei motivi di ricorso non soddisfa i requisiti stabiliti dall’art. 366-bis c.p.c. Occorre rilevare sul piano generale che, considerata la sua funzione, la norma indicata (art. 366 bis c.p.c.) va interpretata nel senso che per, ciascun punto della decisione e in relazione a ciascuno dei vizi, corrispondenti a quelli indicati dall’art. 360, per cui la parte chiede che la decisione sia cassata, va formulato un distinto motivo di ricorso. Per quanto riguarda, in particolare, il quesito di diritto, è ormai jus receptum (Cass. n. 19892 del 2007) che è inammissibile, per violazione dell’art. 366 bis c.p.c., introdotto dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 6 il ricorso per cassazione nel quale esso si risolva in una generica istanza di decisione sull’esistenza della violazione di legge denunziata nel motivo. Infatti la novella del 2006 ha lo scopo di innestare un circolo selettivo e “virtuoso” nella preparazione delle impugnazioni in sede di legittimità, imponendo al patrocinante in cassazione l’obbligo di sottoporre alla Corte la propria finale, conclusiva, valutazione della avvenuta violazione della legge processuale o sostanziale, riconducendo ad una sintesi logico-giuridica le precedenti affermazioni della lamentata violazione. In altri termini, la formulazione corretta del quesito di diritto esige che il ricorrente dapprima indichi in esso la fattispecie concreta, poi la rapporti ad uno schema normativo tipico, infine formuli il principio giuridico di cui chiede l’affermazione.

Quanto al vizio di motivazione, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione; la relativa censura deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto), che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (Cass. Sez. Unite, n. 20603 del 2007).

Il primo motivo denuncia violazione ed errata applicazione dei principi determinativi del contendere e quindi dei limiti decisionali del Giudice di primo grado e d’appello (artt. 112 e 342 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3). La violazione dell’art. 112 c.p.c. deve essere fatta valere si sensi del n. 4, non del n. 3 del comma 1 dell’art. 360 c.p.c. Le argomentazioni a sostegno della censura esigono un’approfondita disamina e interpretazione degli atti di primo e di secondo grado, attività necessariamente riservata ai giudici di merito. Il quesito finale non postula l’enunciazione di un principio dì diritto, ma chiede una verifica della correttezza della sentenza impugnata. Il secondo motivo lamenta contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, relativamente all’individuazione della causa promissionis dell’atto 29.10.1986.

La censura implica accertamenti di fatto e valutazioni di merito che non sono consentite in sede di legittimità. Il vizio di contraddittorietà della motivazione ricorre solo in presenza di argomentazioni contrastanti e tali da non permettere di comprendere la “ratio decidendi” che sorregge il “decisum” adottato, per cui non sussiste motivazione contraddittoria allorchè – come nella specie – dalla lettura della sentenza non sussistano incertezze di sorta su quella che è stata la volontà del giudice. (Cass. n. 8106 del 2006). Manca il momento di sintesi prescritto dall’art. 366 bis c.p.c..

Il terzo motivo lamenta ancora contraddittoria e illogica motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio in relazione all’effettiva prospettazione dei futuri eventi, eseguita dalle parti, al fine di decidere se aderire o meno all’avviso di accertamento notificato alla Rosetex S.r.l. per rettifica dell’INVIM straordinaria del 1983. Valgono al riguardo le considerazioni espresse in risposta alla precedente censura. Sostanzialmente si chiede alla Corte di accertare quale fosse la volontà del G.. E’ opportuno ribadire che il motivo di ricorso non si può risolvere in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti dello stesso giudice di merito che tenderebbe all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, sicuramente estranea alla natura e alle finalità del giudizio di cassazione.

Anche il motivo in esame è mancante del momento di sintesi.

Il quarto motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c. per aver la Corte d’Appello erroneamente interpretato l’atto 29.10.1986 rispetto ai canoni di ermeneutica contrattuale di detta norma.

L’interpretazione delle clausole contrattuali è di esclusiva competenza del giudice di merito, la cui statuizione effettivamente è sindacabile sotto il profilo della violazione dei principi ermeneutici. Ma in tal caso grava sul ricorrente l’onere, nella specie non assolto, di indicarli e di dimostrarne la concreta violazione. Il quesito finale non postula l’enunciazione di un principio di diritto fondato sull’art. 1362 c.c. ma chiede una decisione sul merito della vicenda.

Il quinto motivo ipotizza illogicità della motivazione anche per omessa e insufficiente valutazione di circostanze determinanti. Anche al riguardo valgono le considerazioni precedenti.

E’ in ogni caso decisiva la mancanza del momento di sintesi necessario non solo per circoscrivere il fatto controverso, ma anche per specificare in quali parti e per quali ragioni la motivazione della sentenza si riveli rispettivamente, contraddittoria e illogica.

Il sesto motivo lamenta illogicità e contraddittorietà della sentenza relativamente alla statuizione della integrale compensazione delle spese processuali per ambedue i gradi di giudizio per controvertibilità delle questioni e reciproca soccombenza.

La censura attacca un potere discrezionale del giudice di merito e manca del prescritto momento di sintesi.

4.- La relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata ai difensori delle parti;

Il ricorrente ha presentato memoria ed ha chiesto d’essere ascoltato in camera di consiglio;

5.- Ritenuto:

che, a seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, il collegio ha condiviso i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione;

che le argomentazioni addotte dal ricorrente con la memoria e nell’audizione in camera di consiglio sono prive di pregio; la sentenza della Corte di Cassazione la sentenza da per scontato il fatto come accertato in sede di merito; l’esposizione dei fatti di causa è necessaria allorchè, essendo stata sollecitata la funzione nomofilattica della Corte, la decisione del caso concreto sia idonea a costituire un precedente giurisprudenziale e non anche quando, come nella specie, non si debba enunciare alcun principio che modifichi precedenti orientamenti della Corte e, quindi, il suo interesse sia strettamente limitato alle parti in causa; a differenza dell’appello, il giudizio di cassazione è a critica vincolata, nel senso che è consentito solo nelle tassative ipotesi indicate dall’art. 360 c.p.c. e deve essere formulato secondo il disposto degli art. 366 e 366-bis (applicabile ratione temporis) c.p.c.; anche se il testo del documento menzionato in ricorso è riprodotto (peraltro non integralmente) nel medesimo e nella sentenza impugnata, l’onere processuale posto dall’art. 366 c.p.c., n. 6 va ugualmente assolto poichè la Corte deve essere posta in condizione di verificare l’esattezza di quanto nei predetti atti riferito; ogni motivo che denuncia violazione o falsa applicazione di norme di diritto deve essere corredato da appropriato quesito e ogni motivo che denuncia vizi di motivazione deve presentare il momento di sintesi formulato secondo i criteri indicati nella relazione; è appena il caso di aggiungere, con riferimento al primo motivo, che, oltre ad essere stato ancorato al n. 3 dell’art. 360 c.p.c., anzichè al successivo n. 4, esso prescinde dalla motivazione della sentenza impugnata, che aveva interpretato il motivo di appello ritenendo che esso ricomprendesse anche il quantum, affermazione che il ricorrente non ha specificamente impugnato;

che pertanto il ricorso va dichiarato inammissibile; le spese seguono la soccombenza; visti gli artt. 380-bis e 385 cod. proc. civ..

P.Q.M.

Dichiara il ricorso inammissibile. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 2.700,00, di cui Euro 2.500,00 per onorari, oltre spese generali e accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 7 luglio 2011.

Depositato in Cancelleria il 2 settembre 2011

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