Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18034 del 02/09/2011

Cassazione civile sez. lav., 02/09/2011, (ud. 14/07/2011, dep. 02/09/2011), n.18034

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROSELLI Federico – Presidente –

Dott. DI CERBO Vincenzo – rel. Consigliere –

Dott. NOBILE Vittorio – Consigliere –

Dott. CURZIO Pietro – Consigliere –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 134, presso

lo studio dell’avvocato FIORILLO LUIGI, rappresentata e difesa

dall’avvocato DI MODICA SERGIO, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

M.I., B.A., T.C.F.,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA TRIONFALE 21, presso lo studio

dell’avvocato CASAGNI FEDERICA, rappresentati e difesi dall’avvocato

AVOLA ANDREA, giusta delega in atti;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 932/2 006 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 27/07/2006 r.g.n. 1271/04 + altre;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

14/07/2011 dal Consigliere Dott. VINCENZO DI CERBO;

udito l’Avvocato ANNA BUTTAFOCO per delega SERGIO DI MODICA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA Marcello, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

La Corte:

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

1. la Corte d’appello di Palermo, in riforma delle sentenze di prime cure, ha dichiarato, in particolare, l’illegittimità dei termini apposti ai contratti di lavoro stipulati da Poste Italiane s.p.a.

rispettivamente con M.I., C.F. T. e B.A.;

per la cassazione di tale sentenza Poste Italiane s.p.a. ha proposto ricorso illustrato da memoria; i lavoratori hanno resistito con distinti controricorsi ed hanno depositato una unica memoria ex art. 378 cod. proc. civ.;

2. il Collegio ha disposto che sia adottata una motivazione semplificata;

3. con i primi due motivi la società ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 1372, comma 1, artt. 1175, 1375, 2697, 1427 e 1431 cod. civ. e dell’art. 100 cod. proc. civ., nonchè vizio di motivazione con riferimento alla statuizione della sentenza impugnata che ha rigettato l’eccezione di risoluzione del rapporto per mutuo consenso; contesta in particolare la valenza di una circolare aziendale alla quale la sentenza ha fatto riferimento nel motivare la propria decisione, documento fra l’altro prodotto tardivamente;

il motivo è infondato; secondo l’insegnamento di questa Suprema Corte (cfr., in particolare, Cass. 17 dicembre 2004 n. 23554) nel giudizio instaurato ai fini del riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato (sul presupposto dell’illegittima apposizione al relativo contratto di un termine finale ormai scaduto) per la configurabilità di una risoluzione del rapporto per mutuo consenso è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonchè alla stregua delle modalità di tale conclusione, del comportamento tenuto dalla parti e di eventuali circostanze significative – una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo; la valutazione del significato e della portata del complesso di tali elementi di fatto compete al giudice di merito, le cui conclusioni non sono censurabili in sede di legittimità se non sussistono vizi logici o errori di diritto; nel caso in esame la Corte di merito ha ritenuto che la mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto non fosse sufficiente, stante la sua durata, e in mancanza di ulteriori elementi di valutazione, a far ritenere la sussistenza dei presupposti della risoluzione de rapporto per mutuo consenso e tale conclusione in quanto priva di vizi logici o errori di diritto resiste alle censure mosse in ricorso; per quanto riguarda il profilo di censura attinente alla citata circolare aziendale deve osservarsi che, a prescindere da ogni altra considerazione, tale documento, come si evince chiaramente dalla motivazione della sentenza, non ha avuto carattere decisivo, ai fini delle conclusioni alle quali la Corte territoriale è pervenuta, essendo stato adoperato come ulteriore argomentazione rispetto ad un discorso motivazionaie già completo e concluso; la censura attinente a tale profilo è pertanto inammissibile in quanto sostanzialmente ininfluente;

4. i lavoratori sopra elencati sono stati assunti con contratti stipulati per esigenze eccezionali … ai sensi dell’art. 8 del c.c.n.l. 26 novembre 1994, come integrato dall’accordo aziendale 25 settembre 1997; tutti i contratti avevano inoltre la stessa decorrenza (9 giugno 2000);

5. col terzo, quarto, quinto e sesto motivo di ricorso si denunciano violazione e falsa applicazione della L. n. 230 del 1962, artt. 1 e 2, della L. n. 56 del 1987, art. 23, degli artt. 1362 e segg. cod. civ., in relazione all’interpretazione delle norme collettive applicabili al rapporto, nonchè vizio di motivazione con riferimento ai vari profili esaminati dalla sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto l’illegittimità del termine apposto al contratto de quo;

premesso che la Corte di merito ha ritenuto l’illegittimità del termine apposto al suddetto contratto avendo attribuito rilievo decisivo, tra l’altro, alla considerazione che il contratto in esame è stato stipulato in data successiva al 31 dicembre 1998, deve ritenersi che le censure siano infondate, anche se la motivazione della sentenza merita di essere parzialmente corretta ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ., comma 2;

sulla scia di Cass. S.U. 2 marzo 2006 n. 4588, è stato infatti precisato che “l’attribuzione alla contrattazione collettiva, L. n. 56 dei 1987, ex art. 23, del potere di definire nuovi casi di assunzione a termine rispetto a quelli previsti dalla L. n. 230 del 1962, discende dall’intento del legislatore di considerare l’esame congiunto delle parti sociali sulle necessità del mercato del lavoro idonea garanzia per i lavoratori ed efficace salvaguardia per i loro diritti (con l’unico limite della predeterminazione della percentuale di lavoratori da assumere a termine rispetto a quelli impiegati a tempo indeterminato) e prescinde, pertanto, dalla necessità di individuare ipotesi specifiche di collegamento fra contratti ed esigenze aziendali o di riferirsi a condizioni oggettive di lavoro o soggettive dei lavoratori ovvero di fissare contrattualmente limiti temporali all’autorizzazione data al datore di lavoro di procedere ad assunzioni a tempo determinato” (cfr. Cass. 4 agosto 2008 n. 21063;

cfr. altresì Cass. 20 aprile 2006 n. 9245, Cass. 7 marzo 2005 n. 4862, Cass. 26 luglio 2004 n. 14011). “Ne risulta, quindi, una sorta di “delega in bianco” a favore dei contratti collettivi e dei sindacati che ne sono destinatari, non essendo questi vincolati all’individuazione di ipotesi comunque omologhe a quelle previste dalla legge, ma dovendo operare sul medesimo piano della disciplina generale in materia ed inserendosi nel sistema da questa delineato.” (cfr., fra le altre, Cass. 4 agosto 2008 n. 21062, Cass. 23 agosto 2006 n. 18378); in tale quadro, ove però, come nel caso di specie, un limite temporale sia stato previsto dalle parti collettive (anche con accordi integrativi del contratto collettivo) la sua inosservanza determina la nullità della clausola di apposizione del termine (v.

fra le altre Cass. 23 agosto 2006 n. 18383, Cass. 14 aprile 2005 n. 7745, Cass. 14 febbraio 2004 n. 2866); in particolare, quindi, come questa Corte ha univocamente affermato e come va anche qui ribadito, “in materia di assunzioni a termine di dipendenti postali, con l’accordo sindacale del 25 settembre 1997, integrativo dell’art. 8 del c.c.n.l. 26 novembre 1994, e con il successivo accordo attuativo, sottoscritto in data 16 gennaio 1998, le parti hanno convenuto di riconoscere la sussistenza della situazione straordinaria, relativa alla trasformazione giuridica dell’ente ed alla conseguente ristrutturazione aziendale e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso di attuazione, fino alla data del 30 aprile 1998; ne consegue che deve escludersi la legittimità delle assunzioni a termine cadute dopo il 30 aprile 1998, per carenza del presupposto normativo derogatorio, con l’ulteriore conseguenza della trasformazione degli stessi contratti in contratti a tempo indeterminato, in forza della L. 18 aprile 1962, n. 230, art. 1” (v., fra le altre, Cass. 1 ottobre 2007 n. 20608; Cass. 28 gennaio 2008 n. 28450; Cass. 4 agosto 2008 n. 21062; Cass. 27 marzo 2008 n. 7979, Cass. 18378/2006 cit.);

l’orientamento citato deve essere in questa sede pienamente ribadito e peraltro la diversa motivazione adottata dalla sentenza impugnata non determina la cassazione della sentenza stessa, atteso che il dispositivo in essa contenuto deve ritenersi conforme a diritto; ed infatti, essendo pacifico che i contratti de quibus sono stati stipulati con decorrenza 9 giugno 2000, gli stessi come si è in precedenza rilevato, dovevano ritenersi comunque illegittimo in quanto la loro decorrenza era successiva alla scadenza del termine concordato fra le parti con i cd. accordi attuativi;

7. con l’ultimo motivo di ricorso viene denunciata violazione degli artt. 1206, 1207, 1217, 1218, 1219, 1223, 2094 e 2095 cod. civ., in relazione alla statuizione con la quale la Corte territoriale ha condannato la società al risarcimento del danno in misura pari alle retribuzioni dalla data di messa in mora;

posto che la Corte territoriale ha esplicitamente individuato l’atto col quale ciascun lavoratore ha offerto la propria prestazione (richiesta di tentativo obbligatorio di conciliazione) determinando così, a carico del prestatore di lavoro, una situazione di mora accipiendi, la censura deve essere considerata inammissibile per violazione del principio di autosufficienza, non essendo stato riprodotto nel ricorso il testo dei suddetti documenti, dei quale viene contestata l’idoneità a costituire atto di costituzione in mora (cfr., ad esempio, Cass. 10 agosto 2004 n. 15412);

8. con riferimento all’ultimo dei motivi esaminati, concernente, in buona sostanza, le conseguenze economiche della dichiarazione di nullità della clausola appositiva del termine, con la memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c. entrambe le parti invocano, sotto diversi profili, l’applicazione dello ius superveniens, rappresentato dalla L. 4 novembre 2010, n. 183, art. 32, commi 5, 6 e 7, in vigore dal 24 novembre 2010;

tale richiesta non può essere accolta; va premesso, in via di principio, che costituisce condizione necessaria per poter applicare nel giudizio di legittimità io ius superveniens che abbia introdotto, con efficacia retroattiva, una nuova disciplina del rapporto controverso, il fatto che quest’ultima sia in qualche modo pertinente rispetto alle questioni oggetto di censura nel ricorso, in ragione della natura del controllo di legittimità, il cui perimetro è limitato dagli specifici motivi di ricorso (cfr. Cass. 8 maggio 2006 n. 10547, Cass. 27 febbraio 2004 n. 4070); in tale contesto, è altresì necessario che il motivo di ricorso che investe, anche indirettamente, il tema coinvolto dalla disciplina sopravvenuta, oltre ad essere sussistente, sia altresì ammissibile secondo la disciplina sua propria; in caso di inammissibilità delle censure in ordine alle conseguenze economiche dell’accertata nullità del termine, come nel caso di specie, non sussistono i presupposti per applicare lo ius superveniens;

9. il ricorso va pertanto respinto e la società ricorrente, in applicazione del criterio della soccombenza, va condannata al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate cumulativamente per tutti i contro ricorrenti.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna parte ricorrente al pagamento delle spese processuali liquidate cumulativamente per tutti i contro ricorrenti in Euro 40,00 oltre Euro 2700 (duemilasettecento) per onorari e oltre spese generali, IVA e CPA. Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 14 luglio 2011.

Depositato in Cancelleria il 2 settembre 2011

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