Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18024 del 04/07/2019

Cassazione civile sez. II, 04/07/2019, (ud. 29/05/2018, dep. 04/07/2019), n.18024

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ORICCHIO Antonio – Presidente –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. SABATO Raffaele – rel. Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15807-2014 proposto da:

GOBETTI’S SQUARE E C SAS DI T.A., elettivamente domiciliato

in ROMA, V.PREMUDA 6, presso lo studio dell’avvocato IVAN MARRAPODI,

che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato MICHELE PIRAS;

– ricorrente –

contro

M.M., elettivamente domiciliata in ROMA, V.MONTE ZEBIO 19,

presso lo studio dell’avvocato CARLO DE PORCELLINIS, rappresentata e

difesa dall’avvocato MARIA ALESSANDRA LENCHI;

– controricorrente –

BANCA ITALEASE SPA, MA.RO., MA.MA. e

m.m.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1222/2014 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 26/03/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

29/05/2018 dal Consigliere Dott. RAFFAELE SABATO.

Fatto

RILEVATO

che:

1. Con sentenza ex art. 281 sexies c.p.c. del 26 marzo 2014 e notificata il 16 aprile 2014 la corte d’appello di Milano, riformando sentenza di primo grado emessa dal tribunale di Milano e in accoglimento dell’impugnazione proposta dalla condomina M.M., ha dichiarato comune a tutti i condomini del fabbricato in (OMISSIS), la porzione di cortile esterna; ha conseguentemente condannato la Gobettìs Square & C. di T.A. & C. s.a.s. (utilizzatrice in leasing di locali prossimi al cortile, destinati a bar, concessi dalla proprietaria Banca Italease s.p.a.) a rimuovere i manufatti ivi collocati dalla s.a.s. a servizio dell’esercizio commerciale; tanto anche nei confronti di Ma.Ro., Ma.Ma. e m.m., appellati contumaci.

2. Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso la s.a.s. sulla base di quattro motivi, illustrati da memoria. Ha resistito con controricorso M.M., anch’essa poi depositando memoria. Non hanno svolto difese gli intimati in epigrafe.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. In via preliminare, in relazione all’eccezione proposta dalla controricorrente di difetto di sottoscrizione del ricorso da parte di avvocato abilitato al patrocinio innanzi alle giurisdizioni superiori, si rileva che – come sostenuto anche nella memoria della parte ricorrente – il ricorso stesso è sottoscritto, oltre che dall’avv. Ivan Marrapodi destinatario della deduzione, anche dall’avv. Michele Piras, sulla cui qualificazione non sussistono incertezze. La questione è in tal modo superata.

2. Con il primo motivo si denuncia omessa e insufficiente valutazione delle prove con violazione degli artt. 1362 e 1363 c.c. Menzionando un passaggio della sentenza impugnata, ove si dava atto che di godimento della porzione di cortile si discorre solo nel decreto di trasferimento del 20.2.1998 a favore di D.L., non menzionandosi più tale diritto nell’atto di vendita dell’8.10.2002 tra la signora D. e la B.S. & C. s.a.s. dante causa della Italease s.p.a., la ricorrente ne ha dedotto l’erroneità in quanto l’argomento non terrebbe conto della volontà delle parti di trasferire un bene recintato e allestito, comportamento in tesi indicativo della volontà di trasferire “l’immobile con annessa l’area de qua”; nè terrebbe conto del complesso delle clausole, includenti una clausola che qualificava la vendita a corpo. Parimenti la corte d’appello avrebbe omesso di considerare le risultanze delle prove orali.

Con il secondo motivo si denuncia violazione degli artt. 817 e 818 c.c. Richiamando i principi in tema di pertinenze, si lamenta che la corte d’appello non abbia tenuto conto che il trasferimento della cosa principale ha effetto anche per quella accessoria.

2.1. L’esame del secondo motivo deve precedere il secondo. Entrambi risultano infondati.

2.2. La corte d’appello di Milano, nell’ambito dell’apprezzamento di merito a essa esclusivamente spettante (con la conseguente inammissibilità delle deduzioni che sottopongono a questa corte di legittimità una nuova valutazione delle risultanze delle prove orali), ha ritenuto – ciò di cui non si dà atto nei motivi di ricorso – che la clausola di concessione in godimento esclusivo menzionata nel decreto del 20.2.1998 andava intesa come “costitutiva o ricognitiva di un diritto personale di godimento”, ciò che risultava confermato dal fatto che neanche le parti interessate indicavano la natura del diritto tra quelli reali tipici e dal fatto che nell’atto di acquisto di Banca Italease s.p.a. le parti si dava atto che la porzione cortilizia “adibita a dehors risulta ancora comune e in ordine a ciò è necessario avviare con gli altri condomini dello stabile la pratica di suddivisione” (citazione riportata alla p. 5 della sentenza impugnata).

2.3. In tale situazione, appare inconferente il richiamo alla disciplina delle pertinenze, di cui al secondo motivo, così esaminato in via prioritaria; essendo da tale punto di vista la sentenza pienamente conforme ai relativi principi giuridici.

2.4. Tanto esime dal ricordare in dettaglio (ma cfr. Cass. n. 24301 del 16/10/2017) che l'”uso esclusivo” su parti comuni dell’edificio riconosciuto in favore di unità immobiliari in proprietà esclusiva – il cui sussistere, però, è stato nel caso di specie escluso – incide non sull’appartenenza delle dette parti comuni alla collettività (ciò che invece il primo motivo presuppone, riferendosi al regime di cui agli artt. 817 e 818 c.c.), ma sul riparto delle correlate facoltà di godimento fra i condomini, che avviene secondo modalità non paritarie determinate dal titolo, in deroga a quello altrimenti presunto ex artt. 1102 e 1117 c.c.; principio, questo, per altri versi richiamato dalla stessa ricorrente nel terzo motivo (cfr. di seguito).

2.5. Quanto al primo motivo – che logicamente può a questo punto passarsi in rassegna – va detto che, una volta qualificato dalla corte d’appello l’uso preesistente come diritto personale, non risultante ulteriormente attribuito tra le parti in causa, non si pone un problema di sindacabilità dell’accertamento per violazione delle norme di ermeneutica contrattuale, per non avere la corte d’appello violato alcuna di esse.

2.6. Tanto esime, dunque, questa corte dall’ulteriormente svolgere considerazioni di dettaglio sui temi in gioco, che possono solo così accennarsi:

a) quanto alla censura secondo cui non si sarebbe tenuto conto del comportamento delle parti, senza alcun riferimento a un dato testuale nel contratto, va considerato che – come questa corte ha chiarito (Cass. n. 11828 del 15/05/2018) – nei contratti soggetti alla forma scritta ad substantiam il criterio ermeneutico della valutazione del comportamento complessivo delle parti, anche successivo alla stipula del rogito, può essere utilizzato solo per chiarire l’interpretazione del contenuto del contratto, per come desumibile dal testo, e non per integrare la portata e la rilevanza giuridica della dichiarazione negoziale; ciò che colloca la deduzione di parte ricorrente quale un fuor d’opera rispetto alla situazione fattuale valutata dalla corte d’appello;

b) quanto al riferimento, nel primo motivo, alla clausola di vendita a corpo, in nessun modo la sua considerazione avrebbe potuto essere decisiva, posto che la stessa è giuridicamente irrilevante per definire l’oggetto del contratto, che viene identificato mediante i confini, l’estensione, la descrizione e altri elementi; invero, nel caso di vendita di un immobile a corpo, anzichè a misura, si applica semplicemente il principio di irrilevanza dell’estensione del fondo in relazione alla determinazione del prezzo, secondo il regime di cui agli artt. 1537 e 1538 c.c.; l’estensione del fondo oggetto di compravendita rileva, invece, in entrambe le tipologie di vendita, ai fini dell’identificazione del bene effettivamente venduto (Cass. n. 3042 del 30/03/1987 e n. 7720 del 07/06/2000); appare dunque incongruo il riferimento al presunto stato di fatto al momento della vendita, senza riferimenti nel testo contrattuale, quale “corpo” rappresentante l’oggetto del contratto, in quanto nel nostro ordinamento l’oggetto risulta dall’atto negoziale avente forma scritta.

3. Con il terzo motivo si indica violazione degli artt. 1102 e 1117 c.c. in relazione agli artt. 817 e 818 c.c. Richiamando l’elaborazione giurisprudenziale in tema di uso esclusivo di parti comuni del condominio – che ha poi condotto in maniera corrispondente alla giurisprudenza della S.C. innanzi citata, successiva al ricorso – la ricorrente sottolinea il peculiare rapporto tra uso esclusivo e destinazione delle parti comuni, con la conseguenza che non si dovrebbe ritenere applicabile al caso di specie l’art. 1102 in tema di uso paritario, ritenuto violato dalla corte d’appello.

3.1. Il motivo va disatteso.

3.2. Esso, invero, presuppone come fondato il precedente motivo tendente all’affermazione dell’esistenza di un diritto di uso esclusivo, invece negato dalla corte d’appello con statuizione rimasta confermata a seguito della precedente disamina condotta in sede di legittimità.

4. Con il quarto motivo si denuncia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, nonchè violazione dell’art. 115 c.p.c., artt. 2043 e 2697 c.c. La corte d’appello, affermando che la ricorrente avrebbe ecceduto i limiti dell’uso paritario delle cose comuni ex art. 1102 c.c., avendo recintato la porzione di cortile e collocato su essa manufatti, avrebbe errato nel valutare le risultanze processuali, essendo le condotte predette preesistenti all’immissione della ricorrente nel possesso dell’immobile, recintato e coperto da tettoia. Comunque tali condotte non sarebbero state provate, come pure indimostrati sarebbero gli altri elementi costitutivi della responsabilità per danni.

4.1. Il motivo è inammissibile nella parte in cui si lamenta un vizio della motivazione. Trattandosi di ricorso per cassazione avverso sentenza di appello depositata successivamente all’11/09/2012, il vizio motivazionale rilevante, secondo l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 nel testo applicabile ratione temporis nella riformulazione della norma disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134, è quello di “omesso esame circa un fatto decisivo”. Diversamente rispetto ai testi precedenti, il vizio ora configurato dalla norma presuppone la totale pretermissione nell’ambito della motivazione di uno specifico fatto storico, principale o secondario, oppure la “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, la “motivazione apparente”, il “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” o la “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa, invece, qualunque rilevanza della semplice “insufficienza” o “contraddittorietà” della motivazione e fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie; la giurisprudenza ha specificato che la possibilità di sollevare tali doglianze neppure sopravvive come ipotesi di nullità della sentenza ai sensi del n. 4) del medesimo art. 360 c.p.c. (cfr. Cass. sez. U., 07/04/2014 n. 8053; Cass. 08/10/2014 n. 21257 e 06/07/2015n. 13928).

4.2. D’altro canto, la motivazione offerta dalla corte d’appello è sicuramente rispettosa dei canoni ora imposti dal n. 5 predetto dell’art. 360 c.p.c., comma 1, non sussistendo alcuna omissione rilevante.

4.3. In terzo luogo, non sussistono le denunciate violazioni di norme in tema di onere e valutazione della prova. Infatti, la corte d’appello non ha predicato alcun erroneo riparto di detto onere, nè in altro modo ha violato i criteri legali in argomento. Mediante la censura, semmai, la ricorrente mira a contestare il risultato probatorio cui la stessa corte di merito è pervenuta; trattasi, quindi, di un inammissibile tentativo di sottoporre a questa corte di legittimità censure fattuali non deducibili in cassazione.

5. In definitiva, il ricorso va rigettato, con condanna della ricorrente alle spese come in dispositivo, dovendosi disporre che il pagamento avvenga a favore dello Stato, stante l’ammissione di M.M. al patrocinio a spese dello Stato medesimo giusta Delib. consiglio dell’ordine degli avvocati di Milano il 17 luglio 2014. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater va dato atto del sussistere dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo pari al contributo unificato dovuto per il ricorso a norma dell’art. 13 cit., comma 1 bis.

P.Q.M.

La corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione a favore della parte controricorrente delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 1.400 per compensi, oltre spese eventualmente prenotate a debito, disponendo che il pagamento avvenga a favore dello Stato.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto del sussistere dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo pari al contributo unificato dovuto per il ricorso a norma dell’art. 13 cit., comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione seconda civile, il 29 maggio 2018.

Depositato in Cancelleria il 4 luglio 2019

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