Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18017 del 04/07/2019

Cassazione civile sez. VI, 04/07/2019, (ud. 02/04/2019, dep. 04/07/2019), n.18017

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. MELONI Marina – rel. Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20654-2018 proposto da:

A.S., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso

la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato ANTONIO FRATERNALE;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, C.F. (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 801/2018 della Corte di Appello di Ancona

pubblicata il 6/6/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 2/4/2019 dal consigliere Dott.ssa Meloni Marina.

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte di Appello di Ancona con sentenza in data 6/6/2018, ha rigettato il ricorso proposto da A.S. nato in Nigeria il 25/11/1990, volto, in via gradata, ad ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato, del diritto alla protezione sussidiaria ed il riconoscimento del diritto alla protezione umanitaria.

Il ricorrente aveva riferito alla Commissione Territoriale per il riconoscimento della Protezione Internazionale di Ancona di essere fuggito dal proprio paese a causa delle minacce di morte ricevute dai membri di una comunità religiosa musulmana che pretendeva che lui subentrasse al padre deceduto nella carica di sacerdote che egli non voleva accettare in quanto cristiano. Avverso la sentenza della Corte di Appello di Genova il ricorrente ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi. Il Ministero dell’Interno resiste con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso il ricorrente denuncia violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3,5,7 e 14 in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, in quanto il Giudice Territoriale aveva ritenuto l’assenza dei presupposti e degli elementi personali riconducibili ai requisiti previsti per ottenere la concessione della protezione sussidiaria, nonostante il fondato timore di essere perseguitato dagli appartenenti alla setta.

Con il secondo motivo di ricorso il ricorrente denuncia violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3 e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto il Giudice Territoriale aveva ritenuto l’assenza di presupposti ed elementi personali riconducibili ai requisiti previsti per ottenere la concessione della protezione umanitaria sotto il profilo specifico della violazione all’esercizio dei diritti umani inalienabili.

Il ricorso è inammissibile e deve essere respinto in quanto contiene una serie di critiche agli accertamenti in fatto espressi nella motivazione della Corte territoriale che, come tali, si palesano inammissibili, in quanto dirette a sollecitare un riesame delle valutazioni riservate al giudice del merito, che del resto ha ampiamente e rettamente motivato la statuizione impugnata, esponendo le ragioni e le fonti del proprio convincimento. Tale richiesta di riesame non è evidentemente deducibile quale motivo di impugnazione in questa sede di legittimità, ancor più in seguito alla modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, apportata dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito in L. n. 134 del 2012 (v. Cass., sez. un., n. 8053/2014).

In particolare, la sentenza impugnata ha ritenuto anzitutto non credibili le dichiarazioni del ricorrente in quanto generiche, confuse e contraddittorie; ha poi ritenuto, con motivazione coerente ed esaustiva, l’assenza di situazioni di violenza indiscriminata e di una situazione di conflitto armato o di violenza generalizzata nella zona di provenienza del ricorrente, cioè Edo State (Sud Nigeria). A fronte di tali accertamenti, inammissibile si mostra la generica censura, espressa in ricorso, circa la mancata attivazione nella specie dei poteri ufficiosi di indagine, tenendo presente: a) che la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. n. 251 del 2007 ex art. 3, comma. 5, lett. c): tale apprezzamento di fatto è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (cfr. tra molte: Cass. n. 340/19); b)che qualora le dichiarazioni siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non occorre procedere ad un approfondimento istruttorio officioso circa la situazione persecutoria nel Paese di origine prospettata dal richiedente ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori (cfr. tra molte: Cass. n. 16925/18; n. 28862/18), ipotesi che nella specie non ricorre; c) che, quanto alla sussistenza nella zona di provenienza del ricorrente di una fattispecie sussumibile nella previsione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la Corte di merito ha precisato come la zona del Sud della Nigeria non risulti dalle fonti reperibili interessata dalla presenza di organizzazioni terroristiche in grado di generare una situazione di violenza indiscriminata.

Del tutto generica, infine, si mostra la doglianza avverso il diniego di protezione umanitaria: il ricorrente invero, a fronte della valutazione della Corte di merito (in sè evidentemente non rivalutabile in questa sede) circa la insussistenza nella specie di particolari situazioni di vulnerabilità, non ha neppure indicato se e quali ragioni di vulnerabilità avesse allegato, diverse da quelle già escluse nel provvedimento impugnato con riferimento alle altre forme di protezione esaminate.

Il ricorso proposto deve pertanto essere dichiarato inammissibile con condanna del ricorrente alle spese di giudizio.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che si liquidano in complessivi Euro 2.100,00 oltre spese anticipate a debito. Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sesta sezione civile della Corte di Cassazione, il 2 aprile 2019.

Depositato in Cancelleria il 4 luglio 2019

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