Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18002 del 04/07/2019

Cassazione civile sez. lav., 04/07/2019, (ud. 16/05/2019, dep. 04/07/2019), n.18002

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15801-2015 proposto da:

C.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ODERISI DA

GUBBIO 78, presso lo studio dell’avvocato LUCIANO ELIGIO LIBERATORE,

dall’avvocato rappresentato e difeso dall’avvocato GABRIELE

TEDESCHI;

– ricorrente –

contro

T.U.A. Società Unica Abruzzese di Trasporto s.p.a. Unipersonale,

(avente causa dall’A.R.P.A. AUTOLINEE REGIONALI PUBBLICHE ABRUZZESI

S.R.L.), in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA SALARIA 292, presso lo studio

dell’avvocato MASSIMO CLEMENTE, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato LANDO SCIUBA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1059/2014 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 11/12/2014 R.G.N. 670/2013;

il P.M. ha depositato conclusioni scritte.

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. Con sentenza n. 1059 depositata l’11.12.2014, la Corte d’Appello di L’Aquila, accogliendo il gravame svolto dall’Autolinee Regionali Pubbliche Abruzzesi s.p.a. (nel proseguo A.R.P.A.), rigettava la domanda di C.G. proposta per il riconoscimento delle mansioni superiori di Coordinatore di esercizio (parametro 210 di cui al CCNL Autoferrotranvieri 23.7.1976) e per la condanna al pagamento delle differenze retributive a partire dal gennaio 2005 sino al settembre 2010.

2. La Corte territoriale, richiamato l’orientamento di legittimità consolidato in materia di riconoscimento di qualifica superiore degli autoferrontravieri e di necessità dell’esistenza della vacanza del posto ex art. 18 del regolamento allegato A al R.D. n. 148 del 1931 nonchè di attenuazione della prova a fronte della pluriennale copertura del posto, puntualizzava che nel caso di specie il lavoratore non aveva offerto nessuna prova (facilmente acquisibile mediante richiesta di esibizione della pianta organica) per smentire la deduzione di inesistenza del posto svolta dalla società, accertamento di carattere preliminare.

3. Avverso l’anzidetta sentenza della Corte territoriale, C.G. ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi. La società T.U.A. Società Unica Abruzzese di Trasporto s.p.a. Unipersonale (avente causa dall’A.R.P.A.) ha resistito con controricorso.

4. Il P.G. in data 24.4.2019 ha chiesto il rigetto del ricorso.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. Con il primo motivo di ricorso viene denunciata, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione di norme di diritto (che, nel corpo del motivo, si indicano nel R.D. n. 148 del 1931, art. 18 e della L. n. 30 del 1978, art. 9), avendo, la Corte territoriale, errato nell’interpretazione della normativa dettata in materia di autoferrotranvieri, dovendosi ritenere che la pluriennale copertura del posto da parte del lavoratore sia elemento presuntivo idoneo a dimostrare sia la vacanza del posto sia la sua esistenza.

2. Con il secondo motivo viene dedotto, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, vizio di motivazione, non avendo, la Corte territoriale, esaminato le deposizioni testimoniali raccolte nel corso del giudizio di primo grado, la cui presunta contraddizione era stata oggetto di specifico motivo di appello.

3. I motivi, che per ragioni di connessione possono trattarsi congiuntamente, sono inammissibili per plurime ragioni.

4. Questa Corte di legittimità (cfr. da ultimo, Cass. n. 27859 del 2013, Cass. n. 5795 del 2013, Cass. n. 14476 del 2013, Cass. n. 9344 del 2012; in senso conforme, e più risalenti, Cass. n. 12871 del 2004, Cass. n. 7702 del 2003), ha ripetutamente affermato che al rapporto di lavoro dei dipendenti da imprese esercenti pubblici servizi di trasporto, soggetto ad un’organica disciplina di carattere speciale, non è applicabile, in tema di svolgimento di mansioni superiori alla qualifica, la norma dell’art. 2103 c.c., ma sono applicabili le disposizioni di cui all’art. 18 dell’allegato A, R.D. 148 del 1931, la cui persistente vigenza, nonostante la sopravvenuta disciplina della promozione automatica come regola generale del rapporto di lavoro privato (L. n. 300 del 1970, art. 13), trova peraltro conferma nei richiami ad esso operati da numerosi provvedimenti legislativi posteriori allo statuto dei lavoratori. Si tratta, secondo la citata giurisprudenza, di una disciplina speciale connaturata alla specialità dell’intera disciplina del rapporto di lavoro del personale autoferrotranviario per le garanzie di stabilità e di congrua retribuzione assicurate ai lavoratori, in certo qual modo assimilati ai dipendenti pubblici (cfr., al riguardo, Cass. 12119 del 2002 la quale ha riconosciuto lo ius variandi anche in peius, cui adde Cass. 6943 del 2005).

5. Le Sezioni Unite di questa Corte (intervenendo recentemente sull’art. 26 cit. R.D. e sulla ricostruzione della disciplina da applicare in materia di licenziamenti individuali e collettivi) hanno ribadito – non tanto l’abrogazione tout court della speciale disciplina di cui al R.D. n. 148 del 1931 bensì – la necessità di integrare o sostituire i singoli istituti nell’ipotesi in cui la relativa specifica regolamentazione risulti incompatibile con il sistema in generale e tanto proprio tenuto conto del progressivo avvicinamento del sistema dei trasporti pubblici e del relativo rapporto di lavoro al regime privatistico, della contrattualizzazione del pubblico impiego e, soprattutto, dall’immanenza nel nostro ordinamento giuridico, con riferimento al rapporto di lavoro, di principi fondamentali anche di livello comunitario che devono presiedere nell’esegesi delle norme disciplinanti qualsiasi rapporto di lavoro (cfr. sentenza n. che richiama la stessa ratio decidendi delle S.U. n. 460 del 2005).

6. Invero, è giurisprudenza di questa Corte (cfr. le sentenze innanzi citate), pienamente condivisa dal Collegio, la regula iuris secondo cui con riferimento al rapporto di lavoro degli autoferrotranvieri, il lavoratore che rivendica una qualifica superiore in ragione delle mansioni svolte di fatto, ha l’onere di dimostrare la ricorrenza delle relative condizioni previste dall’art. 18, all. A al R.D. n. 148 del 1931, ovvero dalla L. n. 30 del 1978, art. 9 e cioè, rispettivamente, l’esistenza della vacanza del posto e di un ordine scritto del direttore dell’azienda di svolgere dette mansioni, ovvero il superamento di una prova selettiva, cui, a tutela della unità strutturale ed organica della stessa azienda è subordinata la promozione. Tuttavia, proprio nell’ottica di tendenziale omogeneizzazione del rapporto di lavoro degli autoferrotranvieri con quello del settore privato, nel caso di prolungata copertura provvisoria del posto questa circostanza può essere apprezzata e valutata dal giudice quale elemento presuntivo dell’esistenza di una effettiva vacanza del posto che, di fatto, è stato ricoperto dal lavoratore con qualifica inferiore, soprattutto nel caso in cui l’azienda ometta di allegare l’esistenza di un organigramma aziendale da cui risulti inesistente detta vacanza, potendo altresì la protrazione dell’incarico essere valorizzata anche al fine di escludere la violazione dell’obbligo di provvedere alla copertura del posto mediante concorso, in quanto essa, induttivamente, dimostra l’inesistenza di una riserva di concorso per il conferimento della relativa qualifica (Cass. n. 7702 del 2003; cfr. altresì sull’elemento presuntivo della pluriennale copertura del posto, Cass. nn. 12601 del 2016, 5795 del 2013, 27859 del 2013, 14476 del 2013, 9344 del 2012).

7. Ebbene, le censure si risolvono, nella sostanza, in una (del tutto inammissibile) richiesta di rivisitazione di fatti e circostanze come definitivamente accertati in sede di merito: il ricorrente, difatti, lungi dal prospettare a questa Corte un vizio realmente rilevante sotto il profilo di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, si volge piuttosto ad invocare una diversa lettura delle risultanze procedimentali così come accertate e ricostruite dalla Corte territoriale, muovendo all’impugnata sentenza censure del tutto inaccoglibili, perchè la valutazione delle risultanze probatorie, al pari della scelta di quelle – fra esse – ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, postula un apprezzamento di fatto riservato in via esclusiva al giudice di merito il quale, nel porre a fondamento del proprio convincimento e della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, nel privilegiare una ricostruzione circostanziale a scapito di altre (pur astrattamente possibili e logicamente non impredicabili), non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere peraltro tenuto ad affrontare e discutere ogni singola risultanza processuale.

8. La valutazione delle risultanze probatorie, al pari della scelta di quelle fra esse ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, postula un apprezzamento di fatto riservato in via esclusiva al giudice del merito il quale, nel porre a fondamento del proprio convincimento e della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre e nel privilegiare una ricostruzione circostanziale a scapito di altre (pur astrattamente possibili), non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere peraltro tenuto ad affrontare e discutere ogni singola risultanza processuale ovvero a confutare qualsiasi deduzione difensiva Cass. n. 13177 del 2011).

9. Ebbene, la Corte territoriale, richiamata la consolidata giurisprudenza di questa Corte (innanzi citata) che assegna, al lavoratore che rivendichi la qualifica superiore, l’onere di dimostrare le condizioni richieste dal R.D. n. 148 del 1931, art. 18 (ossia esistenza della vacanza del posto e ordine scritto di svolgere dette mansioni), ha osservato che il C. non aveva fornito la prova del requisito dell’esistenza in organico del posto nonostante “puntuale deduzione fattuale articolata dall’ARPA della (sua) inesistenza” ed ha puntualizzato che tale accertamento doveva ritenersi logicamente preliminare alla valutazione della sua “vacanza” (appurabile anche mediante presunzione, ma in un momento logicamente successivo) e, inoltre, che si trattava di elemento agevolmente acquisibile tramite richiesta di ordine di esibizione, ex art. 210 c.p.c., della pianta organica.

10. La sentenza impugnata risulta conforme ai criteri di riparto dell’onere della prova così come ripetutamente affermati da questa Corte e l’illustrazione delle doglianze sull’apprezzamento delle risultanze probatorie si risolve, dunque, nella proposizione di un mezzo d’impugnazione, ex art. 360 c.p.c., n. 5, inammissibile alla stregua della riforma operata dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83 (c.d. “decreto crescita”) convertito con modificazioni, dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, riforma applicabile ai ricorsi avverso le sentenze depositate, come nella specie, dopo il giorno 11 settembre 2012.

11. Inoltre, il secondo motivo di ricorso è prospettato con modalità non conformi al principio di specificità dei motivi di ricorso per cassazione, secondo cui parte ricorrente avrebbe dovuto, quantomeno, trascrivere nel ricorso il contenuto del motivo di appello a cui fa riferimento, fornendo al contempo alla Corte elementi sicuri per consentirne l’individuazione e il reperimento negli atti processuali, potendosi solo così ritenere assolto il duplice onere, rispettivamente previsto a presidio del suddetto principio dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4 (Cass. n. 3224 del 2014; Cass. SU n. 5698 del 2012; Cass. SU n. 22726 del 2011).

12. Infine, con riguardo alla censura – espressa nell’ambito del secondo motivo – relativa al mancato riconoscimento, da parte della Corte territoriale, dei “giusti compensi” per lo svolgimento di mansioni superiori, va osservato che l’omessa pronuncia integra un difetto di attività che deve essere fatto valere dinanzi alla Corte di cassazione attraverso la deduzione del relativo “error in procedendo” e della violazione dell’art. 112 c.p.c., non già con la denuncia del vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, giacchè questa ultima censura presuppone che il giudice del merito abbia preso in esame la questione oggetto di doglianza e l’abbia risolta senza giustificare o non giustificando adeguatamente la decisione resa (cfr. Cass. nn. 12952 del 2007, 7871 del 2012, 21165 del 2013, 329 del 2016). La censura è, pertanto, inammissibile, dovendosi, altresì, rilevare che la domanda di condanna al pagamento delle differenze retributive era formulata quale conseguenza (“per l’effetto”) del riconoscimento della qualifica superiore.

13. In conclusione, il ricorso va rigettato. Le spese seguono il criterio della soccombenza dettato dall’art. 91 c.p.c.

14. Il ricorso è stato notificato in data successiva a quella (31/1/2013) di entrata in vigore della legge di stabilità del 2013 (L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), che ha integrato il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, aggiungendovi il comma 1 quater del seguente tenore: “Quando l’impugnazione, anche incidentale è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma art. 1 bis. Il giudice da atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso”. Essendo il ricorso in questione (avente natura chiaramente impugnatoria) integralmente da respingersi, deve provvedersi in conformità.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente alle spese del giudizio di legittimità liquidate in Euro 200,00 per spese ed Euro 4.000,00 per competenze professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 16 maggio 2019.

Depositato in Cancelleria il 4 luglio 2019

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