Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17996 del 04/07/2019

Cassazione civile sez. lav., 04/07/2019, (ud. 03/04/2019, dep. 04/07/2019), n.17996

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. BERRINO Umberto – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – rel. Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 472/2014 proposto da:

CASSA NAZIONALE DI PREVIDENZA E ASSISTENZA FORENSE, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIALE REGINA MARGHERITA, 1, presso lo studio dell’avvocato

MAURIZIO DE STEFANO, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

R.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DI SANTA

COSTANZA 2, presso lo studio dell’avvocato STEFANO RUGGIERO, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

e sul ricorso 1099/2014 proposto da:

R.A., elettivamente domiciliato in ROMA, LARGO LUCIO

APULEIO 11, presso lo studio dell’avvocato STEFANO RUGGIERO, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

CASSA NAZIONALE DI PREVIDENZA E ASSISTENZA FORENSE, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIALE REGINA MARGHERITA, 1, presso lo studio dell’avvocato

MAURIZIO DE STEFANO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1022/2013 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 27/06/2013 R.G.N. 1058/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

03/04/2019 dal Consigliere Dott. GIULIO FERNANDES;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MASTROBERARDINO Paola, che ha concluso per l’accoglimento del

ricorso CASSA NAZIONALE, rigetto ricorso R.;

udito l’Avvocato MAURIZIO DE STEFANO;

udito l’Avvocato STEFANO RUGGIERO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza del 27 giugno 2013, la Corte d’appello di L’Aquila, in parziale riforma della decisione del Tribunale di Chieti che l’aveva integralmente rigettata, accoglieva in parte la domanda proposta da R.A. nei confronti della Cassa di Previdenza e Assistenza Forense (d’ora in avanti, Cassa) e dichiarava il diritto del R. a conseguire il trattamento di quiescenza con decorrenza dal 1 gennaio 2008, confermando il rigetto della richiesta di riliquidazione della pensione nella misura lorda di Euro 2.836,83 in luogo di Euro 2.721,19 erogata.

2. Ad avviso della Corte territoriale: a) avendo il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati disposto con provvedimento del 10 luglio 2008 la cancellazione dall’Albo dell’avv. R. (richiesta in data 24 dicembre 2007) a decorrere dal 31 dicembre 2007, era fondata la pretesa dell’appellante di vedersi riconoscere la pensione dal 1 gennaio 2008 e non dal 1 agosto 2008 come deliberato dalla Cassa; b) diversamente, era da rigettare la domanda di riliquidazione della pensione essendo infondato l’assunto secondo cui, con riferimento agli anni 1998 e 1999, doveva essere preso in considerazione tutto il reddito prodotto e non solo quello su cui era stato pagato il contributo soggettivo nella misura del 10% sul tetto indicato annualmente, come effettuato dalla Cassa correttamente in ossequio al disposto della L. 20 settembre 1980, n. 576, art. 2, comma 2.

3. Per la cassazione di tale decisione hanno proposto separati ricorsi la Cassa ed il R. affidati, rispettivamente, ad un motivo ed a cinque motivi cui entrambi hanno resistito con controricorso; tanto la Cassa che il R. hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

4. Preliminarmente, va disposta la riunione dei due ricorsi, ai sensi dell’art. 335 c.p.c., in quanto proposti avverso la medesima sentenza.

5. Con l’unico motivo di ricorso la Cassa deduce violazione del principio di irretroattività dell’atto amministrativo in assenza di una previsione in deroga e del R.D.L. 27 novembre 1933, n. 1578, art. 37, secondo cui è vietata la cancellazione dall’Albo Forense quando sia in corso un procedimento disciplinare.

6. Il motivo è infondato. Come correttamente rilevato dalla Corte territoriale il principio di irretroattività dell’atto amministrativo non è assoluto alla luce del costante orientamento del Consiglio di Stato secondo il quale, relativamente al tempo degli effetti del provvedimento amministrativo, la regola per cui questo non può avere effetto retroattivo in applicazione del principio di legalità non si applica nei seguenti casi: a) espressa previsione di legge, ben potendo la legge, salvo che in materia penale, disporre anche per il passato; b) natura dell’atto (ad es. provvedimenti di secondo grado di annullamento d’ufficio o di convalida di un precedente provvedimento); c) doverosità (ad esempio, ottemperanza a pronunce giurisdizionali); d) provvedimenti favorevoli ed attributivi di un vantaggio per l’interessato. E’ stato precisato che la retroattività per determinazioni volontarie incontra tre limiti naturali, precisamente: non può ledere le posizioni giuridiche dei terzi; esige la preesistenza dei presupposti di fatto e di diritto richiesti per l’emanazione dell’atto cui si intende dare efficacia retroattiva sin dalla data alla quale si vogliono far risalire gli effetti dell’atto stesso; non può eliminare i fatti avvenuti in epoca anteriore, giusta il noto principio secondo cui factum infectum fieri nequit (cfr. e pluribus, sentt. n. 5623 dell’11 novembre 2008; n. 5393 del 12 ottobre 2001; n. 502 del 30 marzo 1998; 72 del 13 febbraio 1984; n. 370 del 17 marzo 1978).

7. Orbene, nel caso in esame, la Corte territoriale ha fatto corretta applicazione di tali principi avendo rilevato che la Delib. Consiglio Ordine Avvocati 10 luglio 2008, esplicando effetti favorevoli per il R. e non ledendo interessi di terzi ben poteva efficacia retroattiva.

8. Neppure ricorre la lamentata violazione del R.D.L. n. 1578 del 1935, art. 37, penultimo comma (secondo cui: “Non si può pronunciare la cancellazione quando sia in corso un procedimento penale o disciplinare”) in quanto alla data del provvedimento del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati del 10 luglio 2008 non vi era pendente alcun procedimento disciplinare nei confronti del R. essendo stato definito quello in corso all’epoca della domanda di cancellazione (24 dicembre 2007) e, quindi, era cessato il divieto previsto dalla disposizione richiamata.

9. Con i primi quattro motivi di ricorso il R. deduce violazione dell’art. 112 c.p.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4) perchè la Corte territoriale, pur dichiarando il diritto di esso ricorrente alla pensione con decorrenza 1 gennaio 2008, poi aveva omesso di pronunciarsi sui capi della domanda relativi alla condanna della Cassa al pagamento dei ratei di pensione dal gennaio al luglio 2008 oltre alla quota di 13ma mensilità, alla rivalutazione monetaria con gli adeguamenti annuali ai sensi della L. n. 516 del 1980, art. 16, su detti ratei, nonchè agli interessi dal dovuto al soddisfo.

Con il quinto motivo lamenta violazione e falsa applicazione del complessivo combinato disposto della L. n. 576 del 1980, art. 2, commi 1 e 2, art. 15, commi 1 e 3, art. 16, commi 1 e 4 e art. 10, comma 1 e/o nel vizio di omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione per avere erroneamente rigettato la domanda di riliquidazione della pensione senza considerare che i redditi relativi agli anni 1998 e 1999 erano stati determinati dalla Cassa applicando i tetti massimi di reddito previsti per i detti anni e non i redditi effettivamente conseguiti.

10. I primi quattro motivi, da trattare congiuntamente perchè connessi, sono fondati avendo effettivamente la Corte territoriale omesso di pronunciarsi sui capi della domanda relativi alla condanna della Cassa al pagamento dei ratei di pensione dal gennaio al luglio 2008 oltre alla quota di 13ma mensilità, alla rivalutazione monetaria con gli adeguamenti annuali ai sensi della L. n. 516 del 1980, art. 16, su detti ratei, nonchè agli interessi dal dovuto al soddisfo, essendosi limitata a dichiarare il diritto del R. alla pensione con decorrenza 1 gennaio 2008.

11. Il quinto motivo, nella parte in cui lamenta violazione di legge, è fondato. La L. n. 576 del 1980, art. 2, al comma 1, dispone: “La pensione di vecchiaia è corrisposta a coloro che abbiano compiuto almeno sessantacinque anni di età, dopo almeno trenta anni di effettiva iscrizione e contribuzione alla Cassa e sempre che l’iscritto non abbia richiesto il rimborso di cui dell’art. 21, comma 1. La pensione è pari, per ogni anno di effettiva iscrizione e contribuzione, all’1,75 per cento della media dei più elevati dieci redditi professionali dichiarati dall’iscritto ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF), risultanti dalle dichiarazioni relative ai quindici anni solari anteriori alla maturazione del diritto a pensione”; al comma 2: “Per il calcolo della media di cui sopra si considera solo la parte di reddito professionale soggetta al contributo di cui all’art. 10, comma 1, lett. a); i redditi annuali dichiarati, escluso l’ultimo, sono rivalutati a norma dell’art. 15 della presente legge.”. L’art. 10, comma 1, lett. a) recita: ” Il contributo soggettivo obbligatorio a carico di ogni iscritto alla cassa e di ogni iscritto agli albi professionali tenuto all’iscrizione è pari alle seguenti percentuali del reddito professionale netto prodotto nell’anno, quale risulta dalla relativa dichiarazione ai fini dell’Irpef e dalle successive definizioni: a) reddito sino a lire 40 milioni: dieci per cento;….”. Orbene, la Corte territoriale ha ritenuto che la Cassa, nel calcolare la pensione del R., correttamente ha applicato solo agli anni 1998 e 1999 il tetto previsto dall’art. 2, comma 2, per il 1998 ed il 1999 laddove, invece, per tali anni occorreva far riferimento solo ai redditi effettivamente conseguiti (e, poi, rivalutati). Il limite (o tetto) previsto dall’art. 2, comma 2, infatti, opera per individuare la misura massima della media dei dieci migliori redditi stabilita con riferimento all’anno in cui l’iscritto alla Cassa era stato collocato a riposo (e, quindi, i limiti relativi agli anni 1998 e 1999, erroneamente applicati al R., erano previsti per stabilire i tetti della media dei più elevati redditi professionali dichiarati per i pensionati negli anni 1999 e 2000) (cfr: Cass. SU. n. 7280 del 16 aprile 2004 in cui viene analiticamente illustrato il criterio di calcolo della pensione ed alla quale si rimanda).

12. L’accoglimento del motivo nella parte in cui lamenta la violazione di legge assorbe il motivo nella parte in cui denuncia vizio di motivazione.

13. Alla luce di quanto esposto va rigettato il ricorso della Cassa e va accolto quello del R., l’impugnata sentenza va cassata in relazione al ricorso accolto con rinvio alla Corte d’appello di Roma che provvederà anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità.

14. Sussistono i presupposti per il versamento, solo da parte della ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dal D.P.R. 30 maggio, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (legge di stabilità 2013) trovando tale disposizione applicazione ai procedimenti iniziati in data successiva al 30 gennaio 2013, quale quello in esame (Cass. n. 22035 del 17/10/2014; Cass. n. 10306 del 13 maggio 2014e numerose successive conformi).

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso proposto dalla Cassa di Previdenza e Assistenza Forense, accoglie il ricorso proposto da R.A., cassa l’impugnata sentenza in relazione al ricorso accolto e rinvia alla Corte d’appello di Roma anche per le spese del presente giudizio.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto del sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente principale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 3 aprile 2019.

Depositato in Cancelleria il 4 luglio 2019

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