Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17972 del 02/08/2010

Cassazione civile sez. lav., 02/08/2010, (ud. 30/06/2010, dep. 02/08/2010), n.17972

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIANI CANEVARI Fabrizio – Presidente –

Dott. D’AGOSTINO Giancarlo – rel. Consigliere –

Dott. COLETTI DE CESARE Gabriella – Consigliere –

Dott. AMOROSO Giovanni – Consigliere –

Dott. MORCAVALLO Ulpiano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

T.M., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato SILVESTRI NELLO, giusta mandato a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA DELLA FREZZA 17, presso l’Avvocatura Centrale

dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli avvocati RICCIO

ALESSANDRO, VALENTE NICOLA, PREDEN SERGIO, giusta delega in calce al

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1249/2006 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata il 16/10/2006 r.g.n. 577/06;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

30/06/2010 dal Consigliere Dott. GIANCARLO D’AGOSTINO;

udito l’Avvocato POLLI CLEMENTINA per delega RICCIO ALESSANDRO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ABBRITTI Pietro, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso del 12.11.2002 al Tribunale di Nocera Inferiore T.M. esponeva di aver lavorato dal (OMISSIS) alle dipendenze dell’Azienda Napoletana Mobilità (ANM), già ATAN, in qualità di operaio meccanico addetto prima all’impianto di Via (OMISSIS) e poi a quello di (OMISSIS) restando esposto al rischio di inalazione di polveri di amianto nella manutenzione dei freni e delle frizioni degli automezzi. Chiedeva pertanto che gli venissero riconosciuti i benefici di cui alla L. n. 257 del 1992, art. 13, comma 8 e successive modificazioni.

Nella contumacia degli enti convenuti, INPS ed INAIL, il Tribunale, espletata l’istruzione, con sentenza n. 43/2005, dichiarato il difetto di legittimazione passiva dell’INAIL, rigettava la domanda, non avendo il ricorrente provato di aver subito una esposizione ultradecennale all’amianto superiore ai limiti previsti dalla legge.

L’appello del lavoratore veniva respinto dalla Corte di Appello di Salerno sul rilievo che sul lavoratore che agiva in giudizio per il riconoscimento dei benefici previdenziali gravava l’onere di provare l’esposizione ultradecennale ad una concentrazione di polveri di amianto non inferiore a 100fibre/litro come valore medio su otto ore al giorno, prova che nella specie non era stata offerta. Peraltro, soggiungeva la Corte, anche la relazione CONTARP – INAIL del 14.11.1996, prodotta in giudizio, escludeva la possibilità che nei luoghi di lavoro si fosse verificata una esposizione superiore ai limiti fissati dalla legge. Nessuna rilevanza probatoria poteva poi attribuirsi ad una relazione redatta dal prof. D.L. su incarico dell’ATAN nel 1990, trattandosi di documentazione privata risalente ad epoca largamente antecedente alla relazione CONTARP. Per la cassazione di tale sentenza il lavoratore ha proposto ricorso sostenuto da tre motivi. L’INPS ha resistito con controricorso ed ha depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, denunciando violazione degli artt. 2697 e 2727 cod. civ., il ricorrente sostiene che il lavoratore non è tenuto a fornire la prova esatta della consistenza e della durata dell’esposizione all’amianto, potendo ritenersi sufficiente, avuto riguardo al tempo trascorso, che si accerti la rilevante probabilità di esposizione al rischio morbigeno, secondo un criterio di normalità, anche a mezzo di presunzioni.

Con il secondo motivo, denunciando violazione dell’art. 421 c.p.c., il ricorrente si duole che il giudice di appello abbia disatteso la richiesta di CTU avanzata dall’appellante, venendo così meno anche al potere-dovere, incombente sul giudice del lavoro, di disporre anche d’ufficio gli accertamenti istruttori necessari a superare le eventuali incertezze probatorie.

Con il terzo motivo, denunciando vizi di motivazione, il ricorrente si duole che il giudice di appello non abbia dato il dovuto risalto alla relazione redatta dal prof. D.L., dalla quale emergeva la situazione di esposizione al rischio amianto dei lavoratori addetti alle officine dell’azienda, ancorchè redatta ad istanza dell’ATAN in epoca anteriore alla legislazione introduttiva del divieto di lavorazione dell’amianto.

I primi due motivi di ricorso sono inammissibili.

I quesiti di diritto formulati nel ricorso per Cassazione non sono rispondenti a quanto richiesto dalla legge e dalla giurisprudenza di questa Corte. Si rammenta che l’art. 366 bis c.p.c. è applicabile a tutti i ricorsi avverso sentenze depositate dopo il 2 marzo 2006, come disposto dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 27, comma 2. Il citato art. 366 bis è stato abrogato dal D.Lgs. n. 69 del 2009, art. 47, ma senza effetto retroattivo, motivo per cui è rimasto in vigore per i ricorsi per cassazione presentati avverso sentenze pubblicate prima del 4 luglio 2009 (D.Lgs. n. 69 del 2009, art. 58), come quella qui impugnata. Al riguardo le Sezioni Unite della Corte, con sentenza n. 20360/2007, confermata dalla successiva giurisprudenza di legittimità, hanno affermato il seguente principio: “Il principio di diritto che, ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c., la parte ha l’onere di formulare espressamente nel ricorso per cassazione a pena di inammissibilità, deve consistere in una chiara sintesi logico- giuridica della questione sottoposta al vaglio del giudice di legittimità, formulata in termini tali per cui dalla risposta negativa o affermativa che ad essa si dia, discenda in modo univoco l’accoglimento o il rigetto del gravame (Sez. Un. 20360/2007), restando escluso che il quesito possa essere desunto dal contenuto del motivo (Sez. Un. 6420/2008).

In particolare è stato quindi ritenuto inammissibile il ricorso contenente un quesito di diritto che si limiti a chiedere alla S.C. puramente e semplicemente di accertare se vi sia stata o meno violazione di una determinata disposizione di legge e nel quale la risposta affermativa sia implicita nella domanda (Cass. n. 19769/2008, n. 19892/2007). Un siffatto difetto è ravvisabile nel quesito formulato ad illustrazione del primo motivo di ricorso e con il quale si è chiesto alla Corte di dire se la prova ex art. 2697 c.c., della esposizione qualificata all’amianto possa essere data anche a mezzo delle presunzioni di cui agli artt. 2727 e ss. alla stregua di un canone di probabilità; identico difetto è ravvisabile anche nel quesito formulato in esito al secondo motivo di ricorso, con il quale si è chiesto alla Corte di dire se il giudice del lavoro, in presenza di prove reputate insufficienti, debba esercitare il potere di disporre d’ufficio ex art. 421 c.p.c., gli atti istruttori idonei a superare l’incertezza.

Il terzo motivo di ricorso è parimenti inammissibile.

Secondo l’art. 366 bis c.p.c., nel caso previsto dall’art. 360 c.p.c., n. 5 (omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione) l’illustrazione di ciascun motivo di ricorso deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assuma omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione. Le Sezioni Unite della Cassazione al riguardo hanno avuto modo di chiarire che la relativa censura deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (Sez. Un. 20603/2007, n. 4646/2008, n. 16558/2008) ed hanno altresì precisato che la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o insufficiente non può essere desunta dal contenuto del motivo o integrata dai medesimi motivi, pena la sostanziale abrogazione dell’art. 366 bis c.p.c. (Sez. Un. 6420/2008). E’ di tutta evidenza, infatti, che la disposizione dell’art. 366 bis relativa all’art. 360 c.p.c., n. 5, non avrebbe alcun significato se si limitasse a prescrivere che dal complesso del motivo di ricorso siano desumibili il fatto controverso ed il vizio logico della motivazione, poichè una siffatta prescrizione è già insita nel menzionato art. 360 c.p.c., n. 5. Nel caso di specie difetta una sintesi idonea a circoscrivere i fatti controversi ed i vizi logici della motivazione, come richiesto dall’art. 366 bis c.p.c. e dall’autorevole interpretazione delle Sezioni Unite.

In definitiva, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile. Nulla per le spese del giudizio di cassazione a norma dell’art. 152 disp. att. c.p.c. nel testo vigente prima delle modifiche apportate dalla L. n. 326 del 2003.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla per le spese.

Così deciso in Roma, il 30 giugno 2010.

Depositato in Cancelleria il 2 agosto 2010

 

 

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