Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1796 del 28/01/2010

Cassazione civile sez. III, 28/01/2010, (ud. 16/12/2009, dep. 28/01/2010), n.1796

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PREDEN Roberto – Presidente –

Dott. FINOCCHIARO Mario – Consigliere –

Dott. MASSERA Maurizio – Consigliere –

Dott. SEGRETO Antonio – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

D.I.L., D.I.C., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA BELSIANA 71, presso lo studio dell’avvocato DELL’ERBA

GIUSEPPE, rappresentati e difesi dagli avvocati PINO FRANCESCO,

ROMANO ROSARIA, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

C.D., C.C., LLOYD ADRIATICO ASSICURAZIONI SPA;

– intimati –

avverso la sentenza n. 11/2007 del TRIBUNALE DI LECCE SEZIONE

DISTACCATA DI MAGLIE, del 21/1/07, depositata il 22/01/2007;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

16/12/2009 dal Consigliere Relatore Dott. FRASCA Raffaele;

e’ presente il P.G. in persona del Dott. SCARDACCIONE Eduardo

Vittorio.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

quanto segue:

1. D.I.L. e D.I.C. hanno proposto ricorso per Cassazione avverso la sentenza del 22 gennaio 2007, con la quale il Tribunale di Lecce, Sezione Distaccta di Maglie, ha dichiarato improcedibile l’appello da loro proposto avverso la sentenza resa in primo grado dal Giudice di Pace di Maglie in una controversia di risarcimento danni da incidente stradale introdotta nei loro confronti e nei confronti della Lloyd Adriatico s.p.a..

Al ricorso non v’e’ stata resistenza degli intimati.

2. Essendo il ricorso soggetto alla disciplina delle modifiche al processo di cassazione, disposte dal D.Lgs. n. 40 del 2006 (che si applicano ai ricorsi proposti contro le sentenze ed i provvedimenti pubblicati a decorrere dal 2 marzo 2006 compreso, cioe’ dalla data di entrata in vigore del D.Lgs.: D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 27, comma 2) ed essendosi ritenute sussistenti le condizioni per la decisione con il procedimento di cui all’art. 380 bis c.p.c., e’ stata redatta relazione ai sensi di tale norma, che e’ stata notificata all’avvocato della parte ricorrente e comunicata al Pubblico Ministero presso la Corte.

Parte ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

quanto segue:

1. Nella relazione ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c. si e’ osservato quanto segue:

“…. 3. – Il ricorso appare inammissibile per inosservanza del requisito di cui all’art. 366 bis c.p.c., applicabile al procedimento ai sensi alla L. n. 69 del 2009, comma 5, che con l’art. 37, comma 1, lett. d) l’ha abrogato.

Invero il ricorso prospetta due distinti motivi, il primo di “violazione e falsa applicazione dell’art. 348 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 ” ed il secondo di “violazione e falsa applicazione dell’art. 183 c.p.c., comma 3 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 “, ma formula un unico quesito di diritto dopo la chiusura dell’illustrazione del secondo motivo. La sua enunciazione e’ preceduta dall’intestazione “quesito ex art. 366 bis c.p.c.” e dalla seguente espressione: “in conclusione, ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c., gli odierni ricorrenti formulano il seguente quesito di diritto”.

Difetta, pertanto, un’esplicita correlazione del quesito ad uno dei due motivi. Viene, dunque, in rilievo il principio di diritto secondo cui “In tema di ricorso per Cassazione, secondo la nuova disciplina introdotta dal D.Lgs. n. 40 del 2006, il quesito di diritto prescritto dal nuovo art. 366 bis c.p.c. non puo’ essere unico per l’intero ricorso, ma dev’essere formulato separatamente rispetto a ciascuna censura formulata, come si evince sia dall’indicazione separata nella norma dei singoli motivi di ricorso, sia dall’espressione “ciascun motivo”, che si legge nel suo comma 2”.

(Cass. sez. un. n. 27130 del 2006).

D’altro canto la stessa formulazione del quesito non consente di riferirlo ad uno dei due motivi, almeno all’esito della considerazione della loro intestazione e prescindendo dalla loro lettura, che – naturalmente – non puo’ venire in rilievo ai fini di giudicare se l’onere di cui all’art. 366 bis c.p.c. sia stato adempiuto, in quanto il quesito deve consentire di individuare la quaestio iuris proposta dal motivo con specifico riferimento alla vicenda oggetto del processo ed alla sentenza impugnata senza l’ausilio della lettura del motivo, che, semmai, una volta rilevata la presenza di un quesito ad esso ricollegabile nelle intenzioni del ricorrente, puo’ evidenziare se il quesito e’ effettivamente correlato al motivo, si’ da giustificare in caso contrario la conclusione che il motivo e’ senza quesito. Il tenore del quesito e’, infatti, il seguente: “Dica l’Ecc.ma Corte di Cassazione se la mancata restituzione del fascicolo di parte appellante, ritualmente depositato al momento della costituzione in giudizio ex art. 347 c.p.c. e successivamente ritirato all’udienza di precisazione delle conclusioni, legittima la declaratoria di improcedibilita’ ex art. 348 c.p.c.”.

Come si vede, nella formulazione del quesito si evoca una norma, l’art. 347 c.p.c., che non e’ indicata come violata in alcuno dei motivi, si’ che cade la possibilita’ di riferire il quesito al primo motivo, valorizzando il riferimento di esso all’art. 348 c.p.c., di cui il primo motivo denuncia la violazione.

4. – Peraltro, se anche nella specie il requisito di cui all’art. 366 bis c.p.c. si ritenesse assolto con riguardo al primo motivo, la lettura dell’illustrazione di quest’ultimo paleserebbe la mancanza di correlazione del medesimo con quanto si lamenta nel motivo, che non concerne l’essere stata dichiarata l’improcedibilita’ perche’ mancava il fascicolo di parte appellante e qui ricorrente, bensi’ perche’ la mancanza di tale fascicolo (non ridepositato) aveva determinato una situazione di mancata possibilita’ dell’esame della sentenza impugnata, ritenuta indispensabile dal Tribunale.

Il quesito di diritto avrebbe dovuto allora essere enunciato facendo riferimento alla valutazione in tal senso del Tribunale e, quindi, all’essere causa di improcedibilita’ la mancata presenza al momento della decisione della sentenza impugnata (le cui conseguenze, effettivamente, non sono l’improcedibilita’, ma quelle espresse da Cass. n. 10404 del 2003 e poi dalla successiva giurisprudenza della Corte (da ultimo Cass. n. 2171 del 2009) nei termini seguenti: “Nel vigore del nuovo testo (introdotto dalla L. n. 353 del 1990, art. 54) dell’art. 348 c.p.c., che non contempla piu’ la declaratoria improcedibilita’ dell’appello in conseguenza della mancata presentazione del fascicolo di parte – e quindi della sentenza impugnata – nella prima udienza (ancorche’ il deposito del fascicolo e della sentenza impugnata siano comunque prescritti dal combinato disposto degli artt. 165, 359 e 347 c.p.c.), e considerato il principio di tassativita’ delle cause di improcedibilita’, deve ritenersi che la mancanza in atti della sentenza impugnata, ancorche’ quest’ultima possa risultare indispensabile per ottenere una pronuncia di merito sul gravame, non implica comunque la possibilita’ di una declaratoria di improcedibilita’ dell’appello, essendo il giudice di appello tenuto a una decisione di merito, ove questa sia possibile sulla base degli atti, ovvero, se il contenuto della sentenza impugnata non sia desumibile in modo inequivoco dall’atto di appello, a una decisione di inammissibilita’ dell’appello per carenza degli elementi essenziali di tale atto, analoga alla dichiarazione di inammissibilita’ per genericita’ dei motivi”.

L’unico quesito formulato, dunque, avrebbe dovuto, per essere coerente con il motivo, formularsi interrogando la Corte sull’esattezza di una dichiarazione di improcedibilita’ dell’appello per la mancanza al momento della decisione della sentenza impugnata.”.

2. Il Collegio condivide le argomentazioni e conclusioni della relazione.

Le critiche svolte nella memoria non sono in alcun modo idonee a superarle.

In disparte che il primo rilievo svolto nella memoria, cioe’ che il ricorso – siccome adombrerebbe la stessa relazione – potrebbe essere fondato se si esaminasse nel “merito”, appare del tutto irrilevante, in quanto una causa di inammissibilita’ non puo’ certo essere superata dalla fondatezza del ricorso, atteso che la valutazione di fondatezza o meno puo’ avvenire solo se il ricorso sia ammissibile, si deve rilevare:

a) che la memoria, a proposito del rilievo della unicita’ del quesito pur in presenza di due motivi, si limita ad osservare che l’unicita’ dipenderebbe dal fatto che tra i due motivi esisterebbe un nesso tale da giustificare la formulazione di un unico quesito, il che si risolve nella sostanza in una inammissibile giustificazione della unicita’ solo dopo la lettura della illustrazione dei due motivi, il che e’ contrario alla logica del requisito di cui all’art. 366 bis c.p.c., la’ dove impone che ogni motivo si debba concludere con un quesito;

b) che la memoria non si fa carico di quanto rilevato al punto 4.

della relazione, cioe’ che, all’esito della lettura del primo motivo emergerebbe che l’unico quesito formulato non sarebbe in alcun modo pertinente con quanto illustrato e lamentato nel motivo.

2.1. Non va, poi, sottaciuto che, se pure si superasse il rilievo di inammissibilita’ formulato dalla relazione sotto i plurimi profili prospettati, si evidenzierebbe che l’avere il Tribunale pronunciato una dichiarazione di improcedibilita’ dell’appello anziche’ sul merito di esso costituisce certamente una nullita’ per violazione di norme sul procedimento, ma, sotto il profilo dell’interesse a dedurla in questa sede di legittimita’, poiche’ il ricorrente in Cassazione, come qualsiasi esercente il diritto di impugnazione deve dimostrare che l’errore del giudice di merito, ivi compreso un error in procedendo, sia stato decisivo, cioe’, al di la’ della inosservanza della norma processuale, abbia inciso sulla decisione, il detto interesse avrebbe postulato la dimostrazione che, sulla base degli atti processuali a prescindere dalla sentenza, sarebbe stato possibile decidere sul merito dell’appello (ad esempio, perche’ nell’atto di appello erano riportati i passi della motivazione della sentenza impugnata criticati con esso, lo svolgimento del contraddittorio con la controparte non aveva messo in dubbio che la loro corrispondenza con l’effettivo contenuto della sentenza sussistesse e ai fini della decisione non era necessaria la considerazione di passi non riportati).

Il ricorso, dunque, sarebbe stato comunque inammissibile per difetto di allegazione e dimostrazione dell’interesse all’impugnazione.

2.2. Il ricorso dev’essere, dunque, dichiarato inammissibile.

Non e’ luogo a provvedere sulle spese.

P.Q.M.

LA CORTE Dichiara inammissibile il ricorso. Nulla per le spese del giudizio di cassazione.

Cosi’ deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 16 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 28 gennaio 2010

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