Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17956 del 27/08/2020

Cassazione civile sez. II, 27/08/2020, (ud. 29/01/2020, dep. 27/08/2020), n.17956

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – Presidente –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 17669-2015 proposto da:

R.C., e R.R., rappresentati e difesi dall’Avvocato

CARLO MALINCONICO, presso il cui studio a Roma, corso Vittorio

Emanuele II 284, elettivamente domiciliano, per procura speciale in

calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

M.S., e F.T., rappresentati e difesi

dall’Avvocato RAFFAELLO NICCOLAI, ed elettivamente domiciliati a

Roma, via delle Milizie 76, palazzina 7, presso lo studio

dell’Avvocato ELENA PROVENZANI, per procura speciale in calce al

controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 770/2015 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 24/4/2015;

udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del

29/1/2020 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE DONGIACOMO;

sentito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale della Repubblica Dott. DE RENZIS LUISA, la quale ha

concluso per il rigetto del ricorso;

sentito, per i ricorrenti, l’Avvocato ALESSANDRO MAMOCCHI;

sentito, per i controricorrenti, l’Avvocato RAFFAELLO NICCOLAI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

R.C. e R.R. hanno proposto appello avverso la sentenza n. 130 del 2013 con la quale, in data 19/7/2013, il tribunale di Arezzo li ha condannati al risarcimento dei danni in favore di M.S. e F.T., oltre interessi e spese.

M.S. e F.T., dal loro canto, hanno resistito all’appello, chiedendone il rigetto.

La corte d’appello di Firenze, con la sentenza in epigrafe, ha rigettato l’appello ed ha, per l’effetto, confermato la sentenza impugnata.

La corte, in particolare, dopo aver premesso che M.S. e F.T. avevano proposto l’azione di merito dopo aver chiesto e ottenuto il sequestro conservativo dei beni degli appellanti, poi revocato, chiedendo che R.C. e R.R. fossero condannati, in loro favore, al risarcimento dei danni, quantificati in Euro 204.250,00, oltre accessori e spese, conseguenti al fatto che i convenuti non avevano adempiuto all’obbligo accertato dalla sentenza del tribunale di Arezzo n. 66 del 2009, avente ad oggetto il trasferimento in loro favore di un immobile in fase di costruzione a (OMISSIS), ma non più eseguibile per essere stato l’immobile nel frattempo ceduto a terzi, ha ritenuto, innanzitutto, che non era fondato il motivo con il quale gli appellanti avevano lamentato che il giudice avrebbe violato il principio dispositivo che governa il processo civile per avere reputato acquisibile il fascicolo del procedimento cautelare, senza, però, considerare che il medesimo non era stato depositato per omissione volontaria della parte e, comunque, che si era proceduto alla ricostruzione degli atti senza autorizzazione del giudice. La corte, sul punto, ha rilevato che l’autorizzazione alla ricostruzione deve ritenersi implicita nell’esigenza espressa nell’ordinanza di rimessione della causa in istruttoria e nella effettuata verifica da parte del giudice circa il fatto che la mancanza del fascicolo cautelare non era dipesa da un atto volontario della parte ma dalla deficitaria trasmissione del fascicolo di ufficio, comprensivo di quello di parte, a fronte della “carenza di una formale annotazione da parte del cancelliere circa la incompletezza del fascicolo al momento delle iscrizione a ruolo” e del fatto che “la mancata trasmissione fosse dipesa dal Tribunale (ove il fascicolo era stato trasmesso per il reclamo sulla misura cautelare)”. Secondo la corte, quindi, il primo giudice ha correttamente ritenuto che il fascicolo cautelare fosse stato inizialmente presente nel fascicolo ma che, per ragioni non imputabili alla parte, non era fisicamente presente al momento della decisione per problemi organizzativi dell’ufficio e, dunque, per motivi di natura oggettiva: in tema di prova documentale, infatti, ha osservato la corte, il mancato reperimento nel fascicolo di ufficio, al momento della discussione della causa, di documenti che risultano essere stati ritualmente prodotti nel fascicolo di parte, come da attestazione della competente cancelleria, senza che la parte che li ha prodotti abbia manifestato la volontà di non avvalersene, comporta l’obbligo per il giudice in base al disposto dell’art. 183 c.p.c., comma 4, – di disporne la ricerca in cancelleria e, in caso di esito negativo, di autorizzare la ricostruzione del loro contenuto. La corte, poi, a fronte della ritenuta non volontarietà dell’indisponibilità degli atti in questione, ha escluso che la contestazione che la parte appellante aveva sollevato in ordine agli atti prodotti nel fascicolo ricostruito riguardi la diversità dei documenti ivi contenuti rispetto a quelli a suo tempo depositati nella fase cautelare; del resto, ha aggiunto la corte, la contestazione di tutti gli atti, in via generale e indiscriminata, non chiarisce le ragioni della contestazione: se, cioè, per il contenuto probatorio ovvero per la loro difformità rispetto all’originale o per l’irregolarità del loro ingresso in giudizio. In ogni caso, ha concluso la corte, il rilievo è puramente formale e non si è tradotto in alcuna violazione del diritto di difesa, che gli appellanti hanno approfonditamente ed efficacemente svolto su tutte le tematiche dibattute.

La corte, quindi, ha provveduto ad esaminare il motivo con il quale gli appellanti avevano eccepito il ne bis in idem in relazione alle domande che gli stessi attori avevano proposto nel giudizio concluso con la sentenza del tribunale di Arezzo n. 66 del 2009, e l’ha ritenuto privo di fondamento. La corte, sul punto, ha osservato che, in realtà, in tale giudizio, gli attori avevano fatto valere gli “obblighi contrattuali asseritamente non adempiuti in relazione al preliminare di vendita” laddove, al contrario, nella presente causa, “è stato chiesto il risarcimento fondato sulla ineseguibilità della sentenza di trasferimento dell’immobile in relazione allo stesso preliminare”. Nei due giudizi, quindi, ha osservato la corte, “sono differenti sia la causa petendi che il petitum, atteso che le richieste formulate nell’altro procedimento afferiscono alla eseguibilità del contratto ancora possibile e al risarcimento dei pregiudizi relativi, mentre in quello presente si fa riferimento al fatto che a quel contratto non sia più possibile porre adempimento per l’intervenuta cessione dell’immobile a terzi, facendosi valere ai fini risarcitori pregiudizi che afferiscono alla mancata esecuzione della sentenza che imponeva l’obbligo di adempiere”, e, quindi, “voci di danno discendenti da contratto ineseguibile”, tant’è, ha aggiunto la corte, che la sentenza appellata tratta, oltre che del danno per equivalente, anche della restituzione della caparra quale somma da liquidare a titolo risarcitorio in conseguenza di “un contratto preliminare che parte appellante ha volontariamente posto nel nulla”. Del resto, ha osservato la corte, il contraente danneggiato in un preliminare di vendita ha la possibilità – anzichè di agire per la restituzione del doppio della caparra – di richiedere, come hanno fatto gli attori, la risoluzione del contratto, che è in re ipsa per la sopravvenuta ineseguibilità della sentenza ex art. 2932 c.c., ed il risarcimento del danno, invocando, a tale titolo, quali “voci di danno conseguenti al fatto che il contratto preliminare non potrà più essere concluso”, non solo il pregiudizio derivante dalla “differenza tra il prezzo cui l’immobile è stato poi venduto a terzi ed il prezzo del preliminare aumentato delle rifiniture”, ma anche la restituzione della caparra – ma non in quanto tale (nell’altro giudizio non ne veniva richiesta la restituzione ma solo lo scomputo dal prezzo finale proprio in quanto già consegnata) ma – “a titolo di risarcimento del danno di pari entità”, oltre agli interessi legali (con esclusione, invece, delle penali).

La corte, poi, ha ritenuto l’infondatezza dei motivi con i quali gli appellanti avevano sostenuto che la sentenza del tribunale di Arezzo n. 66 del 2009 era meramente dichiarativa per cui, non essendo passata in giudicato, non era divenuta irrevocabile e non poteva, pertanto, derivarne alcun danno alle parti suscettibile di essere risarcito per equivalente. La corte, al riguardo, dopo aver preso atto che la sentenza in questione era indiscutibilmente dichiarativa e che era, quindi, necessario che la stessa passasse in giudicato per poter affermare l’esecutività del relativo dictum, ha osservato che, in realtà, la questione poteva ritenersi superata dal momento che “l’obbligo di adempiere stabilito all’epoca dal giudice, alla data dell’8 marzo 2009 (data del deposito della prima sentenza), era ancora eseguibile; gli odierni appellanti che erano ancora nella disponibilità del bene, se avessero voluto, avrebbero ben potuto adempiere, se non in forza di una sentenza non irrevocabile, quantomeno in forza dell’impegno assento con il contratto preliminare, in ordine al quale era pendente una sentenza dichiarativa… suscettibile di divenire irrevocabile”. Il pregiudizio subito dagli appellanti, ha in altre parole rilevato la corte, consegue al fatto che i R., pur potendo adempiere alla sentenza n. 66 del 2009 (poi confermata dalla corte d’appello con sentenza n. 1140 del 2014), ancorchè non irrevocabile, si sono spogliati del bene in relazione al quale era stato pronunciato l’obbligo di trasferimento: il dictum di tale sentenza, cui il primo giudice fa riferimento, rileva, pertanto, non già perchè fosse esecutiva oppure perchè i R. avessero l’obbligo giuridico discendente dalla stessa di trasferire l’immobile, quanto piuttosto perchè la decisione, in quanto tale, costituiva la conferma della ragione giuridica dell’obbligo di trasferire il bene “nascente dal contratto preliminare”, che gli appellanti hanno colpevolmente inadempiuto disponendo dell’immobile in favore di terzi: “… è stato l’atto di vendita del bene a terzi a cristallizzare il danno in capo ai promittenti acquirenti (la perdita definitiva dell’immobile) posto che il bene non sarebbe stato più negoziabile tra le originarie parti contrattuali… il danno quindi deriva dalla irreversibilità e definitività della scelta operata dagli odierni appellanti che si sono disfatti del bene e non dalla sentenza n. 66/09 che pur imponeva (ancorchè in modo non irrevocabile) detto trasferimento, ancora possibile”. Ed è, quindi, del tutto comprensibile, ha aggiunto la corte, l’irrilevanza del fatto che avverso la sentenza n. 1140 del 2014, con la quale la corte d’appello ha confermato la sussistenza dell’obbligo al trasferimento già deciso con la sentenza n. 66 del 2009, è stato proposto ricorso per cassazione, “posto che la domanda giudiziale attuale ha… un presupposto differente”.

Nè rileva, ha proseguito la corte, la censura secondo la quale il tribunale avrebbe erroneamente riconosciuto il risarcimento per equivalente da fatto illecito, applicando la norma dell’art. 2058 c.c., su una sentenza dichiarativa non esecutiva. L’illecito commesso dai R., ha ribaditola corte, si basa sul fatto di essersi disfatti dell’immobile in pendenza di un procedimento che decideva sulle violazioni al contratto preliminare, disponendo del medesimo con la vendita a terzi e rendendosi così inadempienti al contratto preliminare in questione.

La corte, infine, ha esaminato il motivo con il quale gli appellanti avevano censurato la sentenza di primo grado in ordine alla quantificazione del danno dalla stessa operato, e l’ha ritenuto infondato. La corte, al riguardo, ha evidenziato, innanzitutto, che il tribunale aveva fatto riferimento, quale parametro di valutazione per la quantificazione del danno, al valore del bene nel luglio del 2009, in corrispondenza del prezzo cui gli appellati l’avrebbero venduto se a venderlo a terzi fossero stati loro, ed, in secondo luogo, che lo stesso giudice aveva, poi, correttamente sottratto da tale valore (Euro 360.000,00) tanto il prezzo stabilito al grezzo, e cioè Euro 175.000,00, quanto la somma di Euro 36.000,00 per le rifiniture a carico dei promittenti compratori. A quest’ultimo proposito, in particolare, la corte ha respinto tutte le censure svolte dagli appellanti: a) innanzitutto, ha ritenuto l’ininfluenza della deduzione degli appellanti secondo cui il valore delle rifiniture era ricavabile solo da una perizia di parte, “non avendo controparte provato un diverso valore anche con un proprio accertamento o con proprie specifiche deduzioni o quantomeno avanzando specifica richiesta istruttoria di espletamento di CTU”; b) in secondo luogo, ha ritenuto l’infondatezza della censura per cui le rifiniture con le quali l’immobile è stato poi venduto erano diverse rispetto a quelle desiderate dagli attori, trattandosi di un mero assunto (vale a dire di aver speso una somma maggiore) “sfornito di qualsivoglia prova”; c) inoltre, ha ritenuto l’infondatezza della deduzione per cui l’immobile era stato compromesso in vendita al grezzo, per cui non doveva darsi alcun rilievo al valore delle rifiniture: secondo la corte, al contrario, come si evince dal contratto, la parte venditrice aveva espressamente garantito l’edificazione e la realizzazione dell’immobile promesso in vendita, consegnato completo e dotato di tutte le finiture di cui al capitolato allegato al contratto; d) infine, ha ritenuto che era rimasta indimostrata anche la circostanza che l’immobile venduto era diverso nella metratura delle superfici, essendo il piano interrato con cantina e garage autonomo. Ciò chiarito, la corte, ha ritenuto che il danno da risarcire non corrispondeva solo al pregiudizio che gli attori hanno subito in conseguenza della mancata vendita (in loro favore) dell’immobile promesso, il cui risarcimento è rappresentato dalla somma pari alla caparra confirmatoria, ma anche e soprattutto al pregiudizio derivante dalla perdita dell’immobile a seguito della sua vendita a terzi: “il danno non consiste nell’inadempimento agli obblighi contrattuali, sicchè si può far rifermento ai valori oggetto del rapporto contrattuale, bensì – ha chiarito la corte – nel fatto che i R. abbiano sottratto il bene compromesso alla negoziabilità tra le parti, lucrando su una differenza di guadagno che non spettava loro”. Il danno, in altri termini, corrisponde al valore che l’immobile avrebbe acquisito se fosse stato regolarmente ceduto ai promittenti acquirenti, “che poi è quanto i R. hanno incamerato quale valore differenziale lucrato sulla compravendita a terzi e che sarebbe spettato ai coniugi M.” i quali, infatti, se fossero divenuti proprietari e avessero poi venduto a terzi lo stesso bene che è stato invece venduto a terzi, “… avrebbero guadagnato (da qui il danno per il mancato introito) la somma liquidata per equivalente dal giudice”. La misura del danno, pertanto, ha concluso la corte “a confutazione del rilievo difensivo secondo cui parti appellate nulla avrebbero provato in punto di pregiudizi subiti”, dev’essere rinvenuta in re ipsa nella semplice presa d’atto dei due “valori di mercato” presi in considerazione, vale a dire, da un lato, il prezzo di vendita del grezzo previsto nel preliminare di vendita del giugno 2003 (pari ad Euro 175.000,00), aumentato del valore delle rifiniture (per Euro 36.000,00), e, dall’altro lato, il prezzo di vendita del bene nel luglio del 2009 (pari ad Euro 390.000,00).

La corte, infine, ha esaminato i motivi con i quali gli appellanti avevano dedotto che il giudice di primo grado, nel rigettare la domanda riconvenzionale, aveva omesso di pronunciarsi in ordine a tutti i comportamenti che hanno dimostrato la volontà degli attori di procurare ai R. danni economici, con la conseguente nullità della sentenza ai sensi dell’art. 161 c.p.c., e li ha ritenuti infondati. Secondo la corte, infatti, il rigetto della domanda proposta dagli appellanti è implicita nella motivazione attenta e diffusa del tribunale. Peraltro, ha aggiunto la corte, nè in primo nè in secondo grado, gli appellanti hanno dimostrato la sussistenza dei danni lamentati su cui il giudice non avrebbe interloquito. Infine, ha concluso la corte, dall’atto d’appello non è dato desumere alcun particolare atteggiamento di controparte volto scientemente ad arrecare danno agli appellanti, così come evidenziato dal tribunale.

R.C. e R.R., con ricorso notificato in data 7/7/2015, hanno chiesto, per cinque motivi, la cassazione della sentenza della corte d’appello, dichiaratamente notificata l’8/5/2015.

M.S. e F.T. hanno resistito con controricorso notificato il 4/9/2015.

Stabilita la trattazione del ricorso in camera di consiglio, i ricorrenti hanno depositato memoria.

La Corte, con ordinanza del 13/9/2019, ha rimesso la decisione sul ricorso alla pubblica udienza.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. Con il primo motivo, i ricorrenti, lamentando la violazione o la falsa applicazione di norme di diritto, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, e la nullità della sentenza, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, la violazione del principio di ne bis in idem per proposizione di domande identiche a quelle oggetto di altro giudizio pendente, la violazione dei principi in materia di actio iudicati (art. 2909 c.c.), la violazione e la falsa applicazione dell’alternatività tra azione di adempimento e azione di risoluzione contrattuale (art. 1453 c.c., commi 2 e 3), la violazione e la falsa applicazione dell’art. 295 c.p.c. per la mancata sospensione necessaria del presente giudizio, hanno censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello, rigettando il primo motivo d’appello, ha escluso la palese identità tra le domande svolte dagli attori nel processo definito con la sentenza del tribunale di Arezzo n. 66 del 2009 e le domande avanzate in primo grado nella presente controversia.

1.2. La corte d’appello, infatti, hanno evidenziato i ricorrenti, ha ritenuto che gli attori, nel giudizio deciso con la sentenza del tribunale di Arezzo n. 66 del 2009, hanno fatto valere gli “obblighi contrattuali asseritamente non adempiuti in relazione al preliminare di vendita” laddove, al contrario, nella presente causa, hanno “stato chiesto il risarcimento fondato sulla ineseguibilità della sentenza di trasferimento dell’immobile in relazione allo stesso preliminare”. Nei due giudizi, quindi, ha osservato la corte, “sono differenti sia la causa petendi che il petitum, atteso che le richieste formulate nell’altro procedimento afferiscono alla eseguibilità del contratto ancora possibile e al risarcimento dei pregiudizi relativi, mentre in quello presente si fa riferimento al fatto che a quel contratto non sia più possibile porre adempimento per l’intervenuta cessione dell’immobile a terzi, facendosi valere ai fini risarcitori pregiudizi che afferiscono alla mancata esecuzione della sentenza che imponeva l’obbligo di adempiere”. Secondo la corte d’appello, infatti, “… è stato l’atto di vendita del bene a terzi a cristallizzare il danno in capo ai promittenti acquirenti (la perdita definitiva dell’immobile) posto che il bene non sarebbe stato più negoziabile tra le originarie parti contrattuali… il danno quindi deriva dalla irreversibilità e definitività della scelta operata dagli odierni appellanti che si sono disfatti del bene e non dalla sentenza n. 66/09 che pur imponeva (ancorchè in modo non irrevocabile) detto trasferimento, ancora possibile”. Ed è, quindi, del tutto comprensibile, ha aggiunto la corte, l’irrilevanza del fatto che avverso la sentenza n. 1140 del 2014, con la quale la corte d’appello ha confermato la sussistenza dell’obbligo al trasferimento già deciso con la sentenza n. 66 del 2009, è stato proposto ricorso per cassazione, “posto che la domanda giudiziale attuale ha… un presupposto differente”.

1.3. Così facendo, però, hanno osservato i ricorrenti, la corte d’appello non ha considerato che, in realtà, tanto nell’uno, quanto nell’altro giudizio, la causa petendi ed il petitum sono costituiti dal preteso inadempimento del contratto preliminare e dal danno che sarebbe derivato, per cui l’azione volta a far valere tali diritti è stata azionata due volte. Il titolo non può che essere il contratto preliminare sicchè, hanno aggiunto i ricorrenti, la prospettazione del giudice, che ipotizza una doppia azione, una (sembrerebbe) contrattuale e l’altra extracontrattuale, è errata.

1.4. La sentenza, inoltre, hanno proseguito i ricorrenti, è errata anche lì dove ha argomentato come se la sentenza del tribunale di Arezzo n. 66 del 2009 (e quella della corte d’appello di Firenze n. 1140 del 2014), ancorchè non definitive, avessero costituito un diritto ed, in corrispondenza, un obbligo nuovo, laddove, in realtà, esse si sono limitate, riducendo la domanda attorea da costitutiva ex art. 2932 c.c. a dichiarativa, ad accertare, sia pur erroneamente, l’inadempimento da parte del promittente venditore. Nè dall’accertamento giudiziale nasceva una nuova actio iudicati, essendo la pretesa attorea pur sempre diretta a far valere l’azione derivante dal contratto preliminare, con la conseguente violazione, come dedotto con l’atto d’appello, dei principi in materia.

1.5. Secondo la corte d’appello, invece, hanno osservato i ricorrenti, la natura dichiarativa della sentenza del tribunale di Arezzo n. 66 del 2009 non era rilevante. La sentenza impugnata, infatti, ha ritenuto che il pregiudizio subito dagli appellanti era conseguito al fatto che i R., pur potendo adempiere alla sentenza n. 66 del 2009 (poi confermata dalla corte d’appello con sentenza n. 1140 del 2014), ancorchè non irrevocabile, si erano spogliati del bene in relazione al quale era stato pronunciato l’obbligo di trasferimento: “… è stato l’atto di vendita del bene a terzi a cristallizzare il danno in capo ai promittenti acquirenti (la perdita definitiva dell’immobile) posto che il bene non sarebbe stato più negoziabile tra le originarie parti contrattuali… il danno quindi deriva dalla irreversibilità e definitività della scelta operata dagli odierni appellanti che si sono disfatti del bene e non dalla sentenza n. 66/09 che pur imponeva (ancorchè in modo non irrevocabile) detto trasferimento, ancora possibile”. Sennonchè, hanno osservato i ricorrenti, la corte, così facendo, non solo ha reso del tutto oscuro il titolo in forza del quale la domanda degli attori doveva essere accolta ma ha anche duplicato le azioni ex contractu: l’azione di accertamento, accolta in luogo di quella costitutiva, non poteva che dichiarare un diritto nascente dal contratto, e quindi viola l’art. 1453 c.c. la sentenza impugnata laddove adduce un titolo diverso dal contratto.

1.6. La corte d’appello, inoltre, hanno proseguito i ricorrenti, ha ritenuto che il secondo giudizio sarebbe giustificato dalla vendita a terzi dell’immobile oggetto del preliminare, che avrebbe comportato l’ineseguibilità della sentenza di trasferimento dell’immobile in relazione allo stesso preliminare. Sennonchè, hanno osservato i ricorrenti, la domanda di danni derivanti da tale ineseguibilità non può che essere alternativa, ai sensi dell’art. 1453 c.c., comma 2, all’azione di adempimento già avviata.

1.7. La sentenza impugnata, infine, hanno concluso i ricorrenti, lì dove ha ritenuto l’irrilevanza del fatto che avverso la sentenza della corte d’appello di Firenze n. 1140 del 2014, che ha confermato la sussistenza dell’obbligo al trasferimento già deciso con la sentenza n. 66 del 2009, era stato proposto ricorso per cassazione, è affetta dal vizio di violazione dell’art. 295 c.p.c., sussistendo, se non la continenza e la duplicazione di giudizi, quanto meno la palese pregiudizialità tra il giudizio avente ad oggetto l’accertamento dell’inadempimento asseritamente imputabile ai ricorrenti, per il mancato trasferimento dell’immobile promesso in vendita agli attori, e la pretesa risarcitoria avanzata da questi ultimi nella presente controversia. Il risarcimento del danno lamentato dagli attori, per la mancata esecuzione della sentenza che imponeva ai R. l’obbligo di adempiere, può, infatti, considerarsi dovuto solo se nel primo giudizio, tuttora pendente, sia accertato, con sentenza definitiva, che i R. hanno effettivamente violato gli obblighi contrattuali assunti nei confronti degli attori. Il giudizio avente ad oggetto l’accertamento dell’obbligo di trasferimento immobiliare dei R., ancora pendente tra le stesse parti, costituisce, quindi, l’antecedente logico-giuridico che necessariamente condiziona la decisione della presente causa, atteso che il riconoscimento del risarcimento chiesto dagli attori dipende dalla sussistenza dell’inadempimento asseritamente imputabile ai promittenti venditori. La sentenza impugnata, pertanto, ha violato l’art. 295 c.p.c., nella parte in cui tale norma dispone che il giudice dispone che il processo sia sospeso in ogni caso in cui egli stesso o altro giudice debba risolvere una controversia dalla cui definizione dipende la decisione della causa.

2.1. Il motivo è infondato. L’efficacia preclusiva conseguente al giudicato consiste, com’è noto, nel fatto che l’accertamento dell’esistenza (o, rispettivamente, dell’inesistenza) del diritto azionato, così come identificato in relazione ai soggetti (personae) ed al fatto costitutivo (causa petendi), oltre che al bene della vita invocato (petitum mediato) e alla pronuncia giudiziale a tal fine funzionale (petitum immediato), una volta che sia coperto dalla relativa autorità, non può essere messo in discussione in altro processo, tra le stesse parti (o i loro eredi o aventi causa), con domanda giudiziale che implichi necessariamente l’accertamento della sua inesistenza (o, rispettivamente, della sua esistenza).

2.2. Ora, la sentenza del tribunale di Arezzo n. 66 del 2009 dimostra che, in quel processo, il giudice, per quanto ancora rileva, abbia, sia pure in parte, accolto le domande ivi proposte, in qualità di promissari acquirenti, dagli attori M.S. e F.T. nei confronti dei promittenti venditori, R.C. e R.R. (ed aventi ad oggetto, per un verso, l’esecuzione in forma specifica dell’obbligo di vendere un immobile in costruzione assunto dagli stessi con contratto preliminare e, per altro verso, la condanna dei medesimi convenuti al risarcimento dei danni conseguenti alla ritardata consegna del bene in misura corrispondente alle penali pattuite), “dichiarando che i convenuti R.C. e R. sono tenuti a trasferire agli attori l’immobile” promesso in vendita, “previo pagamento del residuo prezzo”, pari ad Euro 135.000,00, diminuito della penale di 260 Euro al giorno per centottanta giorni di ritardo, per un totale di Euro 46.800,00, e, quindi, per la somma finale di Euro 88.200,00.

2.3. Se questo è l’accertamento contenuto nella sentenza del tribunale di Arezzo del 2009, risulta, allora, evidente che la stessa, per la diversità tanto del petitum (immediato e mediato), quanto della causa petendi, non ha prodotto, rispetto alla domanda proposta nel presente giudizio, alcuna efficacia preclusiva. Gli attori, infatti, con l’atto di citazione che l’ha introdotto, per come le relative domande risultano incontestatamente riprodotte nella sentenza impugnata, hanno “chiesto il risarcimento fondato sulla ineseguibilità della sentenza di trasferimento dell’immobile in relazione allo stesso preliminare”.

2.4. Risulta, pertanto, immune dalle svolte censure la statuizione con la quale, proprio in ragione di tali diversità (“sono differenti sia la causa petendi che il petitum”), la corte d’appello ha ritenuto che la sentenza del tribunale di Arezzo già pronunciata inter partes nel 2009, come in precedenza descritta, non aveva di certo precluso agli attori la facoltà di agire nuovamente in giudizio per chiedere (allo stesso tribunale) la condanna dei promittenti venditori al risarcimento dei danni conseguenti alla definitiva impossibilità di ottenere il trasferimento dell’immobile promesso in vendita.

2.5. In effetti, le domande sulle quali il tribunale di Arezzo ha pronunciato nel 2009 hanno avuto ad oggetto, per un verso, la richiesta di esecuzione in forma specifica dell’obbligo di contrarre assunto dai promittenti venditori con il contratto preliminare stipulato con gli attori e, per altro verso, la condanna dei convenuti al risarcimento dei danni arrecati agli stessi per la tardiva consegna dell’immobile promesso in vendita (“le richieste formulate nell’altro procedimento afferiscono alla eseguibilità del contratto ancora possibile e al risarcimento dei pregiudizi relativi”).

2.6. La domanda che gli attori hanno proposto nel presente giudizio, invece, ha avuto ad oggetto non già il diritto alla stipulazione del contratto definitivo (e, quindi, al trasferimento dell’immobile promesso in vendita) ed al risarcimento dei danni corrispondenti al tardivo adempimento di tale prestazione, ma il (diverso) diritto al risarcimento dei danni che i convenuti hanno arrecato ai promittenti acquirenti in conseguenza del fatto che, “per l’intervenuta cessione dell’immobile a terzi”, “il contratto preliminare non potrà più essere concluso” (“in quello presente si fa riferimento al fatto che a quel contratto non sia più possibile porre adempimento per l’intervenuta cessione dell’immobile a terzi”, “facendosi valere ai fini risarcitori pregiudizi che afferiscono alla mancata esecuzione della sentenza che imponeva l’obbligo di adempiere”, poi confermata dalla corte d’appello con sentenza n. 1140 del 2014, a sua volta notoriamente passata in giudicato a seguito dell’ordinanza n. 13687 del 2019 che questa Corte ha pronunciato in data 27/2.21/5/2019, con la conseguente irrilevanza dell’ultima delle censure prima esposte), invocando, a tale titolo, (non il risarcimento dei danni conseguenti al tardivo adempimento della prestazione dovuta ma, più radicalmente,) “voci di danno conseguenti al fatto che il contratto preliminare non potrà più essere concluso”, in corrispondenza tanto alla “differenza tra il prezzo cui l’immobile è stato poi venduto a terzi ed il prezzo del preliminare aumentato delle rifiniture”, quanto alla restituzione della caparra (non in quanto tale ma solo) “a titolo di risarcimento del danno di pari entità”.

3.1. Con il secondo motivo, i ricorrenti, lamentando la violazione e la falsa applicazione di norme di diritto, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, in materia di discrimine tra responsabilità contrattuale ed extracontrattuale (artt. 1173 e 2043 c.c.), e la violazione delle norme di diritto in tema di onere della prova (art. 115 c.p.c.), hanno censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello, sia pur in modo perplesso, ha mostrato di fondare la responsabilità degli appellanti sulla sussistenza di un fatto illecito (art. 2043 c.c.) e non sull’inadempimento al contratto intercorso con gli attori, con l’ulteriore vizio costituito dall’omesso esame di un fatto decisivo, e cioè che nell’accertamento del fatto illecito doveva essere considerato anche il comportamento quanto meno ostruzionistico degli appellati, che avevano rifiutato la consegna dell’immobile.

3.2. La corte, infatti, hanno osservato i ricorrenti, ha ritenuto che non era fondata la censura degli appellanti per la quale il tribunale avrebbe erroneamente riconosciuto il risarcimento per equivalente da fatto illecito, applicando la norma dell’art. 2058 c.c., su una sentenza dichiarativa non esecutiva. L’illecito commesso dai R., ha osservato la corte, si basa sul fatto di essersi disfatti dell’immobile in pendenza di un procedimento che decideva sulle violazioni al contratto preliminare, disponendo del medesimo con la vendita a terzi e rendendosi così inadempienti al contratto preliminare in questione. Il danno da risarcire, ha aggiunto la corte, non corrisponde solo al pregiudizio che gli attori hanno subito in conseguenza della mancata vendita (in loro favore) dell’immobile promesso, il cui risarcimento è rappresentato dalla somma pari alla caparra confirmatoria, ma anche e soprattutto al pregiudizio derivante dalla perdita dell’immobile a seguito della sua vendita a terzi: “il danno non consiste nell’inadempimento agli obblighi contrattuali, sicchè si può far rifermento ai valori oggetto del rapporto contrattuale, bensì ha chiarito la corte – nel fatto che i R. abbiano sottratto il bene compromesso alla negoziabilità tra le parti, lucrando su una differenza di guadagno che non spettava loro”.

3.3. Sennonchè, hanno osservato i ricorrenti, la corte d’appello, così facendo, ha trascurato di considerare che il rapporto tra le parti era di natura contrattuale e che non sussisteva, a fianco dell’azione ex contractu, l’azione di tutela aquiliana del credito, neppure prospettata nè dagli attori nè dal giudice di merito. La corte, quindi, ha erroneamente qualificato il fatto a base della domanda ed ha anche errato a non trarne le conseguenze in ordine agli effetti, lì dove, in particolare, ha affermato che l’onere della prova gravava sui convenuti e non sugli attori, laddove, al contrario, nella responsabilità aquilana, Ric. 2015 n. 17669 – Sez. 2 – c.c. 29 gennaio 2020 è il danneggiato che deve provare l’illecito e le sue conseguenze.

4. Il motivo è infondato. I ricorrenti, infatti, non si confrontano con le statuizioni complessivamente contenute nella sentenza impugnata. La corte d’appello, invero, come in precedenza esposto, ha fondato l’affermata responsabilità (contrattuale) dei convenuti sul rilievo che “gli odierni appellanti…, se avessero voluto, avrebbero ben potuto adempiere, se non in forza di una sentenza non irrevocabile, quantomeno in forza dell’impegno assento con il contratto preliminare, in ordine al quale era pendente una sentenza dichiarativa… suscettibile di divenire irrevocabile”: il pregiudizio arrecato agli appellanti, ha osservato la corte, consegue, quindi, al fatto che i R., pur potendo adempiere alla sentenza n. 66 del 2009 (poi confermata dalla corte d’appello con sentenza n. 1140 del 2014), ancorchè non irrevocabile, si sono spogliati del bene in relazione al quale era stato pronunciato l’obbligo di trasferimento: il dictum di tale sentenza, cui il primo giudice fa riferimento, rileva, tuttavia, ha chiarito la corte, non già perchè fosse esecutiva oppure perchè i R. avessero l’obbligo giuridico discendente dalla stessa di trasferire l’immobile, quanto piuttosto perchè la decisione, in quanto tale, costituiva la conferma della ragione giuridica dell’obbligo di trasferire il bene “nascente dal contratto preliminare”, che gli appellanti hanno colpevolmente inadempiuto disponendo dell’immobile in favore di terzi.

5.1. Con il terzo motivo, i ricorrenti, lamentando la violazione o la falsa applicazione di norme di diritto, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, con riferimento all’art. 115 c.p.c., hanno censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha respinto il motivo con il quale gli appellanti avevano dedotto che il tribunale avesse provveduto, in violazione del principio dispositivo, alla ricostruzione del fascicolo di parte, affermando che i documenti degli attori, depositato nuovamente in data 15/11/2012, erano utilizzabili, laddove, al contrario, tale fascicolo non era stato depositato per volontaria omissione degli stessi.

5.2. La corte d’appello ha ritenuto corretta la ricostruzione degli atti in ragione dell’autorizzazione implicitamente concessa dal giudice ma non ha spiegato la ragione per cui non ha ritenuto che fosse a tal fine necessario l’impulso di parte.

5.3. Così facendo, hanno osservato i ricorrenti, la corte non ha considerato che l’allegazione del fascicolo è onere della parte e non può avviarvi il giudice d’ufficio. Nel caso di specie, la rimessione sul ruolo necessitava, quindi, di un impulso di parte, che è invece mancato, con la conseguente violazione dell’art. 115 c.p.c..

6. Il motivo è infondato. I ricorrenti, invero, anche in tal caso non si confrontano con la sentenza che hanno impugnato: la quale, infatti, ben lungi dal non aver chiarito le ragioni per le quali ha escluso la necessità di una richiesta di parte, ha ritenuto, a fronte della (accertata) “carenza di una formale annotazione da parte del cancelliere circa la incompletezza del fascicolo al momento delle iscrizione a ruolo”, che “la mancata trasmissione fosse dipesa dal Tribunale (ove il fascicolo era stato trasmesso per il reclamo sulla misura cautelare)” e che, in sostanza, la mancanza del fascicolo di parte del procedimento cautelare non era dipesa da un atto volontario della stessa ma dalla deficitaria trasmissione del fascicolo di ufficio, comprensivo di quello di parte. Ed è, in effetti, noto che, ove non risulti alcuna annotazione dell’avvenuto ritiro del fascicolo di una parte, il giudice non può rigettare una domanda (o un’eccezione) per mancanza di una prova documentale inserita nel fascicolo di parte ma deve disporre le opportune ricerche tramite la cancelleria ed, in caso di esito negativo, concedere un termine all’appellante per la ricostruzione del proprio fascicolo: soltanto in caso di insuccesso delle ricerche da parte della cancelleria ovvero in caso di inottemperanza della parte all’ordine di ricostruire il proprio fascicolo, il giudice può pronunciarsi sul merito della causa in base agli atti a sua disposizione (Cass. n. 12369 del 2014; Cass. n. 3771 del 2017). Pertanto, se, al momento della decisione della causa, risulti la mancanza di taluni atti da un fascicolo di parte, il giudice è tenuto a disporne la ricerca o, eventualmente, la ricostruzione, ove sussistano – com’è stato accertato nel caso di specie – elementi per ritenere che tale mancanza sia involontaria, ovvero dipenda da smarrimento o sottrazione (Cass. n. 16212 del 2017).

7.1. Con il quarto motivo, proposto in via subordinata, i ricorrenti, lamentando la violazione o la falsa applicazione di norme di diritto, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ed, in particolare, dell’art. 2697 c.c. e artt. 115,116 e 191 c.p.c. in ordine alla prova e all’istruzione probatoria nel processo civile, e degli artt. 2056,1223,1226 e 1227 c.c. sulla quantificazione del danno per equivalente, e la violazione e la falsa applicazione dei principi che fondano la responsabilità contrattuale ed extracontrattuale, nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, hanno censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha respinto la censura, dagli stessi dedotta in appello circa l’errata quantificazione del danno per equivalente.

7.2. Il tribunale, infatti, aveva quantificato il danno utilizzando, quale parametro per la determinazione del mancato guadagno lamentato dagli attori, il prezzo cui l’immobile, completo di tutte le rifiniture, è stato venduto il 9/7/2009 ad un terzo acquirente, sottraendo a tale somma (Euro 360.000) il prezzo pattuito nel preliminare per l’immobile allo stato grezzo (Euro 175.000) ed il valore delle rifiniture (Euro 36.000) quali risultavano da una “perizia” redatta dall’attore, arch. M..

7.3. La corte d’appello, dal suo canto, ha dichiaratamente condiviso, respingendo le censure svolte sul punto dagli appellanti, la quantificazione del danno operata in primo grado, ritenendo, innanzitutto, che il tribunale aveva fatto correttamente riferimento, quale parametro di valutazione per la quantificazione del danno, al valore del bene nel luglio del 2009, in corrispondenza del prezzo cui gli appellati l’avrebbero venduto se a venderlo a terzi fossero stati loro, ed, in secondo luogo, che lo stesso giudice aveva correttamente sottratto da tale valore (Euro 360.000,00) tanto il prezzo stabilito al grezzo, e cioè Euro 175.000,00, quanto la somma di Euro 36.000,00 per le rifiniture a carico dei promittenti compratori, respingendo, a quest’ultimo riguardo tutte le censure svolte dagli appellanti.

7.4. Così facendo, però, hanno osservato i ricorrenti, la corte d’appello ha omesso di considerare che la quantificazione del danno lamentato dagli attori, così come calcolata dal tribunale e confermata in appello, è contraria ai criteri normativamente previsti per la determinazione del risarcimento per equivalente.

7.5. Innanzitutto, hanno osservato i ricorrenti, l’immobile doveva essere consegnato allo stato grezzo per cui il giudice, omettendo questo dato oggettivo, ha finito, come specificamente censurato con l’atto di appello, per assicurare agli attori il lucro tra l’immobile allo stato grezzo e quello rifinito. In ogni caso, hanno aggiunto i ricorrenti, il valore delle rifiniture per portare l’immobile dallo stato grezzo alo stato finito, è di gran lunga superiore rispetto a quello indicato dalla perizia di stima prodotta dalla controparte, la quale non risulta avvalorata da alcun dato oggettivo e tiene conto solo di una parte delle opere che si sono rese necessarie per completare l’immobile, essendo inverosimile che per ultimare e rendere abitabile un appartamento esistente allo stato grezzo, e cioè privo di impianti, pavimentazione, servizi e rifiniture, sia sufficiente la somma di Euro 36.000 indicata nella perizia degli attori. Il giudice d’appello, quindi, avrebbe dovuto calcolare la differenza tra il valore commerciale dell’immobile venduto al terzo ed il prezzo pattuito per l’immobile allo stato grezzo, aumentato del valore di tutte le rifiniture effettivamente realizzate. Il giudice d’appello, quindi, per determinare correttamente il danno ed evitare che il promissario acquirente possa conseguire un indebito arricchimento, avrebbe dovuto calcolare, con elementi di prova oggettivi ed una consulenza tecnica d’ufficio, la differenza tra il valore commerciale dell’immobile venduto al terzo ed il prezzo pattuito per l’immobile allo stato grezzo, aumentato del valore di tutte le rifiniture effettivamente realizzate.

7.6. Il giudice di merito, infine, hanno concluso i ricorrenti, pur avendo affermato la sussistenza di reciproche inadempienze, non ha ritenuto di applicare nè l’art. 1460 c.c. nè, ai fini della determinazione del danno, delle norme previste dagli artt. 1227 e 2058 c.c., essendo stato accertato che gli attori hanno quanto meno contribuito alla causazione del danno lamentato consistente nella mancata stipulazione del contratto definitivo.

8.1. Il quinto motivo, nei limiti che seguono, è fondato.

8.2. Intanto, sono inammissibili le censure concernenti il concorso di colpa dei (promissari acquirenti) danneggiati e l’inadempimento degli stessi quale ragione per escludere l’obbligo (e quindi l’inadempimento) dei promittenti venditori.

Quanto al primo profilo, questa Corte ha avuto più volte modo di chiarire che, seppure il giudice deve porsi d’ufficio la questione dell’eventuale concorso di colpa del danneggiato ai fini della limitazione del risarcimento, la parte, ove siffatta valutazione non sia stata operata dal giudice di primo grado, ha l’onere di impugnare la sentenza per tale omissione, restando altrimenti la questione preclusa nell’ulteriore corso del giudizio (Cass. n. 24080 del 2008; Cass. n. 17688 del 2010, in motiv.): nel caso in esame, per quanto incontestatamente emerge dalla sentenza impugnata, non risulta nè che il tribunale abbia valutato la questione nè che tale omissione sia stata censurata dagli appellanti con l’atto d’appello. Quanto, invece, al secondo profilo (illustrato dai ricorrenti anche a p. 21-23, lì dove, in particolare, hanno dedotto che, a fronte degli inadempimenti commessi dai promissari compratori, il giudice avrebbe dovuto applicare l’art. 1460 c.c., escludendo, quindi, il loro obbligo di adempiere al contratto preliminare), la Corte si limita ad osservare che tale eccezione (che, com’è noto, non è rilevabile d’ufficio: Cass. n. 13746 del 2002; cass. n. 6168 del 2011), per quanto incontestatamente emerge dalla sentenza impugnata, non risulta sollevata dai convenuti in primo grado nè il suo (ipotetico) rigetto risulta essere stato specificamente censurato con l’atto d’appello.

8.3. Quanto al resto, rileva la Corte che, come in precedenza osservato, la sentenza impugnata ha ritenuto che il danno da risarcire non corrispondesse solo al pregiudizio che gli attori hanno subito in conseguenza della mancata vendita (in loro favore) dell’immobile promesso, il cui risarcimento è rappresentato dalla somma pari alla caparra confirmatoria, ma anche e soprattutto al pregiudizio derivante dalla perdita dell’immobile a seguito della sua vendita a terzi: “il danno non consiste nell’inadempimento agli obblighi contrattuali,… bensì nel fatto che i R. abbiano sottratto il bene compromesso alla negoziabilità tra le parti, lucrando su una differenza di guadagno che non spettava loro”. Il danno, quindi, secondo la corte, corrisponde al valore che l’immobile avrebbe acquisito se fosse stato regolarmente ceduto ai promittenti acquirenti, “che poi è quanto i R. hanno incamerato quale valore differenziale lucrato sulla compravendita a terzi e che sarebbe spettato ai coniugi M.” i quali, infatti, se fossero divenuti proprietari e avessero poi venduto a terzi lo stesso bene che è stato invece venduto a terzi, “… avrebbero guadagnato (da qui il danno per il mancato introito) la somma liquidata per equivalente dal giudice”. La misura del danno, pertanto, è stata dichiaratamente rinvenuta dalla corte nella differenza tra i due “valori di mercato” presi in considerazione, vale a dire, da un lato, il prezzo di vendita del grezzo previsto nel preliminare di vendita del giugno 2003 (pari ad Euro 175.000,00), aumentato del valore delle rifiniture (per Euro 36.000,00), e, dall’altro lato, il prezzo di vendita del bene nel luglio del 2009 (pari ad Euro 390.000,00).

8.3. Ora, come questa Corte ha ripetutamente affermato, il risarcimento del danno dovuto al promissario acquirente per la mancata stipulazione del contratto definitivo di vendita di bene immobile, imputabile al promittente venditore, consiste nella differenza tra il valore commerciale del bene medesimo al momento della proposizione della domanda di risoluzione del contratto (cioè, al tempo in cui l’inadempimento è diventato definitivo) ed il prezzo pattuito (Cass. n. 1956 del 2007; Cass. n. 17688 del 2010; Cass. n. 14714 del 2012; Cass. n. 22979 del 2015; Cass. n. 28375 del 2017; Cass. n. 28761 del 2017; così, nel passato, Cass. SU n. 6938 del 1994).

8.4. La corretta applicazione di tale principio implica, quindi, la necessità di stabilire, per un verso, il prezzo che, in forza degli accordi intercorsi tra le parti del contratto preliminare, il promissario acquirente avrebbe dovuto complessivamente versare per l’acquisto della proprietà dell’immobile promesso in vendita e, per altro verso, il valore di mercato che questo stesso immobile – nelle effettive condizioni che aveva (o avrebbe dovuto avere) al momento in cui il promissario acquirente, se il contratto preliminare fosse stato adempiuto, ne sarebbe diventato il proprietario – avrebbe avuto al tempo in cui è sorta l’obbligazione di risarcimento. Quest’ultimo valore, peraltro, può essere rinvenuto nel prezzo in cui tale bene è stato poi venduto di terzi solo alla condizione, che il giudice di merito deve accertare in fatto (se del caso ricorrendo, in caso di contestazione, ad uno specifico accertamento tecnico), che tale prezzo corrisponda al predetto valore di mercato e non sia, al contrario, il frutto di una operazione traslativa più vantaggiosa, a seconda dei casi, per l’una o per l’altra parte.

8.5. La sentenza impugnata, lì dove ha determinato il danno risarcibile, non si è attenuta al principio esposto, per come in precedenza chiarito, e dev’essere, pertanto, cassata.

9.1. Con il quinto motivo, proposto in via subordinata, i ricorrenti, lamentando la nullità della sentenza, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, per omessa pronuncia ex art. 161 c.p.c., hanno censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha ritenuto l’infondatezza del motivo con il quale gli appellanti avevano dedotto che il giudice di primo grado, nel rigettare la domanda riconvenzionale, aveva omesso di pronunciarsi in ordine a tutti i comportamenti che hanno dimostrato la volontà degli attori di procurare ai R. danni economici.

9.2. Secondo la corte, il rigetto della domanda proposta dagli appellanti è implicita nella motivazione attenta e diffusa del tribunale. Peraltro, ha aggiunto, nè in primo nè in secondo grado, gli appellanti hanno dimostrato la sussistenza dei danni lamentati su cui il giudice non avrebbe interloquito. Infine, nell’atto d’appello non è dato desumere alcun particolare atteggiamento di controparte volto scientemente ad arrecare danno agli appellanti.

9.3. L’accoglimento dei motivi proposti, hanno concluso i ricorrenti, inficia, in via derivata, anche la decisione implicita del giudice di merito in ordine ai predetti motivi.

10. Il motivo è assorbito.

11. Il primo, il secondo ed il terzo motivo devono essere, in definitiva, respinti. Il quarto motivo, invece, nei limiti in precedenza esposti, dev’essere accolto e la sentenza impugnata, per l’effetto, cassata con rinvio, per un nuovo esame, alla corte d’appello di Firenze che, in differente composizione, provvederà anche sulle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte così provvede: accoglie, nei limiti esposti, il quarto motivo di ricorso, rigettati gli altri, assorbito il quinto; cassa, in relazione al motivo accolto, la sentenza impugnata con rinvio, per un nuovo esame, alla corte d’appello di Firenze che, in differente composizione, provvederà anche sulle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 29 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 27 agosto 2020

 

 

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