Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17907 del 30/07/2010

Cassazione civile sez. I, 30/07/2010, (ud. 09/06/2010, dep. 30/07/2010), n.17907

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PROTO Vincenzo – Presidente –

Dott. RORDORF Renato – Consigliere –

Dott. CECCHERINI Aldo – Consigliere –

Dott. NAPPI Aniello – Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 2591-2005 proposto da:

PREVIERO N S.R.L. (P.I. (OMISSIS)), in persona del Presidente del

consiglio di amministrazione pro tempore, elettivamente domiciliata

in ROMA, VIA PAOLO EMILIO 57, presso l’avvocato SERRA MARCO, che la

rappresenta e difende, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

AMUT S.P.A. (C.F. (OMISSIS)), in persona del legale

rappresentante prò tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

ENNIO QUIRINO VISCONTI 90, presso l’avvocato SAMPERI FRANCESCO,

rappresentata e difesa dagli avvocati DEL CORNO GIANCARLO, TARCHINI

PAOLA, SENA GIUSEPPE, giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

contro

UFFICIO ITALIANO BREVETTI E MARCHI, PROCURATORE DELLA REPUBBLICA

PRESSO LA CORTE DI APPELLO DI MILANO, PROCURATORE GENERALE DELLA

REPUBBLICA PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE;

– intimati –

avverso la sentenza n. 3322/2003 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 09/12/2003;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/06/2010 dal Consigliere Dott. VITTORIO RAGONESI;

udito, per la ricorrente, l’Avvocato C. ALBANESE, per delega, che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito, per la controricorrente, l’Avvocato F. SAMPERI, per delega,

che ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

RUSSO ROSARIO G. che ha concluso per il rigetto e condanna alle

spese.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione introduttivo del giudizio innanzi al tribunale di Milano, la Amut spa chiedeva l’accertamento della nullità della porzione italiana del brevetto Europeo della Previero n. 558.528, su domanda PCT 24.4.96, indicante priorità italiana del 19.11.90. Si trattava di una macchina per il riciclaggio di contenitori in plastica, per la quale l’attrice assumeva la nullità del brevetto perchè preceduto da un brevetti anteriori (in particolare uno austriaco ed uno statunitense) e da documentazione tecnica nota.

Nel corso del giudizio di primo grado veniva espletata una CTU, per valutare la validità dei brevetti in relazione alle anteriorità dedotte ed allo stato della tecnica nota.

LaPreviero depositava note critiche alla CTU e ne chiedeva la rinnovazione.

L’attrice Amut si opponeva ed il G.I. invitava le parti e precisare le conclusioni. In tale sede la convenuta Previero N chiedeva, in via subordinata, l’eventuale conversione del brevetto in modello di utilità a norma dell’art. 59, comma 3, L. inv..

Il Tribunale, con sentenza 12737/01, condividendo, con analitica ed articolata motivazione, le conclusioni cui era pervenuto il CTU, dichiarava la nullità della frazione italiana del brevetto Previero e condannava la stessa alla rifusione delle spese legali (liquidate in L. 10.900.000); riteneva inammissibile la domanda di conversione tardivamente proposta da Previero, in quanto la sua formulazione in sede di conclusioni non consentiva alla controparte un adeguato contraddittorio.

Con atto di citazione notificato il 19.4.2002, la s.r.l. Previero N proponeva impugnazione avverso la sentenza del Tribunale di Milano con la quale sottolineava i vizi logici in cui a suo dire sarebbe caduto il primo giudice e l’erroneità della CTU esperita nel corso del giudizio di primo grado. Lamentava in particolare l’appellante che il CTU non avesse fornito alcuna motivazione che tendesse ad escludere una valida invenzione per combinazione e che la sentenza impugnata non avesse detto nulla in merito alle rivendicazioni 3, 4, 5 e 7 combinate con la rivendicazione 1 che pure il CTU aveva considerate valide, mentre il CT di parte Previero aveva ritenuto valida, oltre a quelle indicate, anche la n. 6, combinata con la n. 1.

Domandava, quindi, la Previero N che, quantomeno in detta misura, fosse riconosciuta la validità parziale del brevetto. Si costituiva in appello la s.p.a. AMUT, con comparsa 2.2.2002, replicando ai motivi di gravame avversari e chiedendo la conferma della sentenza di primo grado.

La Corte d’appello di Milano con sentenza 3322/03, in parziale riforma della sentenza impugnata, rigettava la domanda di nullità del brevetto Europeo Previero n. 358.528, relativamente alla frazione italiana, limitatamente alle rivendicazioni nn. 3, 4, 5 e 7 confermando la nullità delle altre rivendicazioni già pronunciata dal tribunale e compensava tra le parti le spese di entrambi i gradi di giudizio. Avverso tale decisione ricorre per cassazione la Previero N srl sulla base di cinque motivi cui resiste con controricorso illustrato con memoria l’AMUT spa.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso la società ricorrente lamenta la contraddittorietà della motivazione della sentenza impugnata in ordine alle rivendicazioni n. 1 ed 8 laddove la stessa si è basata sulla CTU, anch’essa – a suo dire – contraddittoria, perchè da un lato sembra avvalorare la novità del trovato e per altro verso negarla.

Con il secondo motivo deduce l’erroneità della sentenza impugnata laddove ha escluso l’esistenza di una invenzione per combinazione.

Lamenta poi una violazione dell’art. 115 c.p.c., perchè, a suo dire, la Carte d’Appello avrebbe espresso “giudizi tecnici personali”.

Con il terzo ed il quarto motivo ribadisce la violazione dell’art. 115 c.p.c. in relazione rispettivamente alla rivendicazione n. 6 ed ai mezzi di sbattimento di cui alla rivendicazione denunciando altresì vizi motivazionali.

Con il quinto mezzo deduce il vizio motivazionale in ordine alla esclusione della novità relativamente al corpo parte rotante a parete continua di cui alla rivendicazione n. 1.

Il primo motivo è inammissibile.

E’ giurisprudenza costante di questa Corte che il ricorso per cassazione richiede, da un lato, per ogni motivo di ricorso, la rubrica del motivo, con la puntuale indicazione delle ragioni per cui il motivo medesimo – tra quelli espressamente previsti dall’art. 360 cod. proc. civ. – è proposto; dall’altro, esige l’illustrazione del singolo motivo, contenente l’esposizione degli argomenti invocati a sostegno della decisione assunta con la sentenza impugnata, e l’analitica precisazione delle considerazioni che, in relazione al motivo come espressamente indicato nella rubrica, giustificano la cassazione della sentenza. (da ultimo Cass. 18421/09).

Nel caso di specie si osserva preliminarmente che nel ricorso prima della esposizione dei quattro motivi di doglianza viene esposta una sintesi della intera sentenza di secondo grado.

Dopo detta sintesi, il primo motivo di ricorso testualmente inizia:

“Su tale questione la Corte d’appello esprime una motivazione assolutamente contraddittoria……”.

E’ agevole desumere che la questione riguardi la rivendicazione come indicato nell’intestazione del motivo, ma della motivazione della sentenza di appello e della sua assunta erroneità non si rinviene traccia nel motivo.

Poichè la sentenza contiene diversi passaggi relativi alla rivendicazione in questione, era onere della società ricorrente indicare i punti argomentativi specifici che essa riteneva viziati, ma nulla di tutto ciò è dato rinvenire nel motivo in esame. La società ricorrente infatti si limita a riportare alcuni passaggi della CTU, per arrivare a concludere “l’affermazione della Corte d’appello è quindi contraddittoria” senza che sia dato capire di quale affermazione si tratti. La doglianza è pertanto assolutamente generica e come tale non scrutinabile in questa sede di legittimità L’ulteriore profilo di censura ove ci si duole del ritenuto carattere non caratterizzante della presenza di due bocche distinte è parimenti inammissibile per assoluta genericità. Esso infatti non censura le argomentazioni in proposito della sentenza ma si limita a dire che il CTU aveva riconosciuto a tale soluzione tecnica il carattere della novità, quasi a volere apoditticamente assumere che la motivazione della sentenza che si discosterebbe da quanto ritenuto dal CTU sia per questo automaticamente erronea.

Il secondo motivo è infondato e per certi versi inammissibile. La prima censura contenuta in detto motivo contesta sotto il profilo della contraddittorietà della motivazione il mancato riconoscimento dell’invenzione per combinazione in relazione al funzionamento a carattere continuo della macchina per effetto delle due bocche rispettivamente di ingresso e di uscita.

Sul punto la Corte d’appello, dopo avere riconosciuto in via astratta la brevettabilità di un trovato quando la combinazione degli elementi allo stato della tecnica già noti determini un quid novi che non sia ovvio per qualsiasi tecnico del ramo e costituisca quindi un salto inventivo, ha escluso in relazione alla fattispecie in esame il carattere inventivo del funzionamento in continuo della macchina attenendosi alle valutazioni del CTU in base alla doppia considerazione che detto funzionamento sarebbe stato comunque realizzabile da qualunque tecnico dotato di media esperienza e capacità mediante la previsione di due diverse bocche per l’ingresso e l’uscita dei materiali e che detta soluzione era già prevista in un precedente brevetto austriaco.

Tale motivazione risulta ineccepibile. La stessa è, infatti, conforme a quanto costantemente affermato da questa Corte secondo cui è invenzione di combinazione quella in cui lo sforzo inventivo consiste nel cogliere in una pluralità di elementi, o mezzi diversi, in tutto o in parte già noti, un principio che consente di ottenere un risultato nuovo attraverso la loro coordinazione originale (Cass. 8777/98; Cass. 839/95), mentre è irrilevante che le idee inventive di base siano già conosciute, ove si accerti che la somma di tali idee non è alla portata di qualsiasi tecnico, in quanto non risulta evidente dallo stato della tecnica (Cass. 2168/82, Cass. 3169/81, Cass. 5486/79, Cass. 895/79, Cass. 4778/84).

La Corte d’appello ha riscontrato nel caso di specie, sulla base della CTU, proprio quest’ultima circostanza e, cioè, che la combinazione delle due bocche di entrata e di uscita era alla portata di qualsiasi tecnico essendo già descritta nel brevetto austriaco Andritz traendone la logica conseguenza che non ricorrevano le condizioni per la brevettabilità dell’invenzione.

Sotto tale profilo, e salvo quanto verrà esposto in seguito, è del tutto erroneo l’assunto della società ricorrente secondo cui la Corte d’appello avrebbe fatto ricorso alla propria scienza privata nel ritenere che la combinazione delle due bocche di entrata e di uscita fosse alla portata di un tecnico di media capacità e conoscenza.

La sentenza impugnata riporta infatti tra virgolette il brano della CTU ove viene riferito che detta soluzione era “inevitabilmente alla portata del tecnico del ramo” poichè questi “avrebbe potuto modificare la macchina Monsanto in modo da prevedere in essa un funzionamento in continuo, con una bocca d’ingresso ed una d’uscita” posto che “tale soluzione era già descritta nel documento Andritz…”.

La Corte d’appello dunque si è attenuta a quanto già oggetto di riscontro da parte della CTU. Essendo questa la ratio decidendi fondamentale su cui si basa la sentenza e risultando la stessa impeccabilmente argomentata, la stessa costituisce un accertamento di fatto, incensurabile in sede di legittimità, (Cass. 8777/98).

Le censure che la società ricorrente muove a tale motivazione, volte a sostenere il carattere di invenzione industriale del trovato, tendono in realtà a proporre una diversa interpretazione delle risultanze processuali, in tal modo investendo inammissibilmente il merito della decisione impugnata.

Quest’ultima contiene delle ulteriori argomentazioni volte a corroborare la decisione assunta quali: la mancata indicazione nel documento di brevettazione del carattere inventivo della combinazione e la considerazione che semmai la combinazione in questione poteva dar luogo ad un modello di utilità ma che tale eventualità non poteva essere presa in esame stante la tardività della proposta domanda di conversione.

Trattasi di valutazioni superflue, prive di carattere decisorio, che non incidono sulla effettiva ratio decidendi con la conseguenza che anche le censure che vengono rivolte a tali argomentazioni sono prive di rilevanza onde questa Corte ne omette ogni valutazione. Venendo all’esame del terzo motivo di ricorso, che riguarda la rivendicazione 6 relativa al carattere innovativo degli ugelli spruzzatori, la prima censura contenuta in detto motivo riguarda la violazione dell’art. 115 c.p.c.. Secondo la società ricorrente il giudice di secondo grado avrebbe fatto ricorso alla propria scienza privata nel valutare, diversamente dalla CTU, che gli ugelli spruzzatori previsti nel brevetto Monsanto era posizionati al di fuori del tamburo rotante ma che tuttavia tale aspetto differenziatore rispetto al macchinario della Previero N, in cui gli ugelli erano all’interno del tamburo, era irrilevante poichè comunque anche nel brevetto Monsanto gli ugelli avevano la funzione di investire di liquido le bottiglie per effettuarne la pulizia. La censura non merita accoglimento essendo erronea in punto di diritto prima ancora che in punto di fatto. Nel caso infatti, come quello di specie, in cui il giudice di merito ha fondato la propria decisione sulla base della espletata consulenza tecnica d’ufficio, non è ipotizzabile il divieto di alcuna scienza privata del giudice.

Come è noto, la consulenza tecnica non costituisce un mezzo di prova, ma è finalizzata all’acquisizione, da parte del giudice del merito, di un parere tecnico necessario, o quanto meno utile, per la valutazione di elementi probatori già acquisiti o per la soluzione di questioni che comportino specifiche conoscenze. (Cass. 5422/02).

Il giudice di merito non è peraltro vincolato alle conclusioni cui è pervenuto il consulente d’ufficio.

A più riprese questa Corte ha ribadito a tale proposito che il giudice del merito non è tenuto a giustificare diffusamente le ragioni della propria adesione alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, ove manchino contrarie argomentazioni delle parti o esse non siano specifiche, potendo, in tal caso, limitarsi a riconoscere quelle conclusioni come giustificate dalle indagini svolte dall’esperto e dalle spiegazioni contenute nella relativa relazione (Cass. 282/09), tuttavia non può esimersi da una più puntuale motivazione, allorquando le critiche mosse alla consulenza siano specifiche e tali, se fondate, da condurre ad una decisione diversa da quella adottata. (Cass. 26694/06).

In tale ultimo caso il giudice ha l’obbligo di indicare nella motivazione della sentenza le ragioni della sua scelta, senza che possa limitarsi a richiamare acriticamente le conclusioni del proprio consulente, ove questi a sua volta non si sia fato carico di esaminare e confutare i rilievi di parte (Cass. 10688/08).

E’ poi possibile che il giudice di merito non condivida le valutazioni effettuate dalla consulenza tecnica d’ufficio e decida di disattenderla pervenendo a valutazioni con quelle divergenti (Cass. 13426/03, Cass. 14849/04), qualora, nel suo libero apprezzamento, ritenga le conclusioni dell’ausiliario non sorrette da adeguata motivazione o per altre convincenti ragioni (Cass. n. 5665 del 1998).

Il Giudice del merito deve tuttavia dare conto, con adeguata motivazione, delle fonti e delle ragioni poste a base del suo convincimento indicando l’iter logico-argomentativo seguito che permetta di verificarne congruità ed esattezza (Cass. n. 13863 del 1999; Cass. 19661/06).

Il giudice di merito, sia quando si attiene alle valutazioni ed alle conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio respingendo le osservazioni a questa avanzate da una delle parti, sia quando ritiene di discostarsi e disattendere le dette valutazioni e conclusioni, si avvale della sua veste di peritus peritorum, riconosciutagli dall’ordinamento, in virtù della quale gli è consentito disattendere le argomentazioni tecniche svolte nella relazione del consulente tecnico d’ufficio: e ciò sia quando le motivazioni stesse siano intimamente contraddittorie o basate su accertamenti di fatto erronei, sia quando il giudice sostituisca ad esse altre argomentazioni, tratte da proprie personali cognizioni tecniche o da una diversa ristrutturazione logica degli accertamenti peritali. In ambedue i casi, l’unico onere incontrato dal giudice è quello di un’adeguata motivazione, esente da vizi logici ed errori di diritto.

(Cass. 14759/07; Cass. 1440/97; Cass. 8256/87; Cass. 3734/83).

Il potere di nomina del consulente tecnico, infatti, in quanto esercizio di una facoltà concessa al giudice per integrare le conoscenze tecniche che, non rientrando nelle nozioni di comune esperienza, egli non ha il dovere di conoscere e di cui, invece, il consulente è dotato, non preclude affatto al giudice la possibilità di avvalersi, oltre che delle massime di esperienza, che ha il dovere di conoscere, siccome patrimonio comune del sapere, anche delle conoscenze tecniche e specialistiche di cui sia per avventura in possesso o delle quali acquisisca direttamente il possesso attraverso studi o ricerche personali (Cass. 14759/07; Cass. 3891/74; Cass. 3247/72; Cass. 11440/97).

Gli esaminati principi riguardanti le conoscenze peritali del giudice quale peritus peritorum non sono contraddetti dal principio che vincola il giudice ad attenersi ai fatti ed alle allegazioni di parte (iuxta alligata et probata) e si pongono su un piano del tutto diverso rispetto all’istituto del fatto notorio.

Come è noto, la giurisprudenza di questa Corte ha già avuto occasione di precisare che il ricorso alle nozioni di comune esperienza (fatto notorio), comportando una deroga al principio dispositivo e del contraddittorio, in quanto introduce nel processo civile prove non fornite dalle parti e relative a fatti dalle stesse non vagliati nè controllati, va inteso in senso rigoroso, e, cioè, come fatto acquisito alle conoscenze della collettività con tale grado di certezza da apparire indubitabile ed incontestabile. Di conseguenza, non si possono reputare costituenti fatto notorio, in quanto rientranti nella nozione di fatti di comune esperienza, intesa quale esperienza di un individuo medio in un dato tempo e in un dato luogo, quegli elementi valutativi che implicano cognizioni particolari, o anche solo la pratica di determinate situazioni, nè quelle nozioni che rientrano nella scienza privata del giudice, poichè questa, in quanto non universale, non rientra nella categoria del notorio. (Cass. 23978/07; Cass. 4165/05; Cass. 3160/86).

Il divieto d’introduzione nel giudizio di cognizioni private del giudice al di fuori del caso del fatto notorio si riferisce però solo alla conoscenza privata dei fatti storici che non rientrino nella categoria dei fatti notori, e non anche al sistema generale delle conoscenze peritali come è inequivocamente dimostrato dalla possibilità del giudice, dianzi evidenziata, di dissentire, con adeguata motivazione, dalle conclusioni del perito anche sulla base di teorie non prospettate dalla parti e perciò tratte dal bagaglio culturale del giudice o da suoi studi personali (Cass. 14759/07;

Cass. 11440/97 n. 11440; Cass. 5665/88; Cass. 245/83).

Alla luce di quanto esposto non può che pervenirsi alla conclusione che nessuna violazione dell’art. 115 c.p.c. si è nel caso verificata sotto un profilo puramente giuridico.

Ma a tale conclusione deve pervenirsi anche sotto un profilo fattuale. La Corte d’appello è infatti pervenuta alle medesima conclusioni della CTU, anche se ha rilevato che i mezzi spruzzatori del brevetto Monsanto non erano all’interno del tamburo rotante ma all’esterno, in ragione della considerazione puramente logica che, in ogni caso, la funzione che gli stessi svolgevano era la medesima perchè in entrambi i casi gli ugelli spruzzatori svolgevano la stessa funzione dinamica di pulizia delle bottiglie ed ottenevano il medesimo risultato.

Tale valutazione non è basata su una scienza privata del giudice ma su una valutazione degli atti di causa e, in particolare, della descrizione contenuta nel brevetto Monsanto che ha portato la Corte d’appello ad escludere, in base all’accertamento della identità delle funzioni svolte, il carattere inventivo del dispositivo della Previero N..

La motivazione in esame appare congrua e logicamente argomentata sotto il profilo fattuale sulla base delle emergenze processuali e la stessa pertanto sfugge ad ogni controllo di legittimità in questa sede di legittimità.

La sentenza impugnata contiene, poi, una ulteriore serie di argomentazioni confermative della esclusione del carattere innovativo del trovato basate: sulla banalità dell’idea di spruzzare una superficie per staccare etichette o altro materiale; sul fatto che i mezzi spruzzatori erano previsti anche nel brevetto Andritz; sulla circostanza che nella richiesta di brevetto Europeo i mezzi spruzzatori erano stati inseriti nella parte della tecnica nota e che, infine, nella rivendicazione del brevetto Previero N i mezzi in questione venivano genericamente rivendicati come “mezzi spruzzatori per alimentare fluido di lavaggio in detto corpo rotante” senza ulteriori specificazioni.

Tra tali argomenti addotti a corredo della motivazione fondamentale di particolare rilevanza è l’ultimo citato unitamente alla penultimo.

A tale proposito, questa Corte ha già osservato che il R.D. n. 244 del 1940, art. 5, (reg. inv.) (applicabile ratione temporis al caso di specie), come risultante dalle successive modifiche, stabilisce che la domanda di brevetto contiene una descrizione che inizia con un riassunto, che ha funzione di informazione tecnica, e si conclude con una o più rivendicazioni, le quali, appunto, indicano “ciò che si intende debba formare oggetto di brevetto” (Cass. 1072/99). Da ciò discende che nel caso di specie, in cui, come rilevato dalla corte d’appello, la presenza degli augelli spruzzatori all’interno del tamburo rotante non è indicata nella rivendicazione contenuta nel brevetto della Previero N come elemento costitutivo l’invenzione, tale aspetto non costituisce oggetto del brevetto.

Tale affermazione è del tutto coerente con la constatazione secondo cui nella domanda per la concessione del brevetto Europeo i mezzi spruzzatori erano elencati nella parte relativa alla tecnica nota e non alla rivendicazione principale.

Tali aspetti motivazionali non sono oggetto di adeguata censura da parte della società ricorrente che si limita alla generica ed apodittica affermazione della irrilevanza della limitazione principale in sede di brevetto Europeo e, per quanto concerne la rivendicazione del brevetto Previero N ritenuta generica dalla Corte d’appello, lamenta che quest’ultima si sarebbe riferita alla rivendicazione n. 1 mentre quella rilevante nel caso di specie era la rivendicazione. 6. Tuttavia, in violazione del principio di autosufficienza, la società ricorrente omette di riportare nel ricorso il testo di tale rivendicazione impedendo quindi a questa Corte, cui è inibito l’accesso agli atti della fase di merito, di prendere contezza del fondamento della censura.

Le censure in questione sono in relazione a tali profili inammissibili.

Lo stesso deve dirsi per ciò che concerne le ulteriori censure sia perchè le stesse vertono su elementi motivazionali secondari e di contorno alla effettiva ratio decidendi, che non poggia quindi su di essi, con la conseguenza che le censure a tali argomenti sono prive di effettiva rilevanza e sia perchè le censure stesse tendono in realtà a prospettare una diversa interpretazione degli elementi probatori acquisiti in causa investendo il merito della decisione.

Il quarto motivo censura il mancato riconoscimento del carattere dell’inventività alle alette di sbattimento alloggiate nel tamburo rotante.

Tale motivo è inammissibile.

Lo stesso è infatti esclusivamente incentrato sulla contestazione della Consulenza tecnica d’ufficio di cui evidenzia alcune contraddizioni che estende anche alla sentenza impugnata, la cui motivazione non viene, però, in alcun modo riportata nè presa in esame. Vale a questo proposito quanto affermato in relazione al primo motivo e, cioè, che ai fini del rispetto dell’art. 360 c.p.c. occorre che il motivo, contenga l’esposizione degli argomenti invocati a sostegno della decisione assunta con la sentenza impugnata, e l’analitica precisazione delle considerazioni che, a dire del ricorrente, giustificano la cassazione della sentenza. (da ultimo Cass. 18421/09).

Anche per quanto concerne la dedotta violazione dell’art. 115 c.p.c., con cui si deduce genericamente un discostamento della motivazione della sentenza rispetto alla consulenza tecnica d’ufficio, vale in punto di diritto quanto esposto in relazione al terzo motivo, dovendosi soltanto aggiungere che la Corte d’appello risulta essersi conformata alle conclusioni del CTU e che risulta del tutto apodittica l’affermazione da parte della società ricorrente circa l’asserito contrasto tra sentenza e CTU. Anche il quinto motivo è inammissibile.

La Corte d’appello ha correttamente riscontrato che anche il brevetto Monsanto prevedeva, come forma alternativa, un macchina con tamburo a parete laterale continua anche se non erano state illustrate dettagliatamente tutte le caratteristiche di detta macchina.

Tale motivazione è assolutamente adeguata ad escludere che la parete continua di cui al brevetto Priviero N possa costituire un elemento di novità, stante il già esistente precedente e, come tale, detta motivazione non è suscettibile di sindacato in questa sede di legittimità.

La doglianza della società ricorrente, secondo cui non si sarebbe tenuto conto del fatto che gli ugelli spruzzatori nel brevetto Monsanto erano esterni al tamburo per cui se questo fosse stato chiuso non vi sarebbe stata la possibilità di alimentare il fluido, investe infatti il merito della decisione proponendo una diversa valutazione degli elementi posti a base della decisione.

Il ricorso va in conclusione respinto.

Il ricorrente va di conseguenza condannato al pagamento delle spese processuali liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio liquidate in Euro 8000, 00 per onorari oltre Euro 200,00 per esborsi oltre spese generali e accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 9 giugno 2010.

Depositato in Cancelleria il 30 luglio 2010

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